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Roma e Bologna: licenziamenti, denunce, e minacce non fermano la lotta della logistica

Da csavittoria.org. Nelle ultime settimane è riesploso il conflitto operaio in due “piazze” che, nel passato più recente, erano già state attraversate dalle determinate rivendicazioni sindacali e politiche dei facchini delle cooperative.

Bologna e Roma: due città, tra le tante, che da qualche anno sono state investite da quel vasto e diffuso movimento di lotta che, opponendosi a una realtà fatta di sfruttamento e assenza di diritti e tutele, continua imperterrito nella lotta per il miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e di vita in un settore centrale per l’economia nazionale (quale risultato di politiche economiche di dismissione produttiva e misura del ruolo dell’Italia nell’attuale divisione internazionale del lavoro). Conquistando col tempo, come è avvenuto negli scioperi generali in occasione del rinnovo del contratto colletivo di settore, la capacità e la forza di bloccare l’intero settore e di creare enormi perdite economiche a un padronato abituato, senza ostacoli, ad accumulare profitti sulla loro pelle e rispondendo unito ai licenziamenti ritorsivi, alle sospensioni arbitrarie e alle denunce di magistratura e forze dell’ordine.

Ai cancelli della Granarolo di Bologna sono infatti ripresi i blocchi e gli scioperi dei lavoratori che, stante la pervicace condotta padronale di sostanziale sconfessione degli accordi presi nel mese di luglio davanti al Prefetto di Bologna per la ricollocazione dei lavoratori ingiustamente licenziati nel mese di aprile, continuano la lotta per i propri diritti e per il rispetto degli impegni sottoscritti (secondo questi, Granarolo e Legacoop avrebbero già dovuto attuare un piano di assunzioni programmate per 23 operai, nonché definire con puntualità i tempi di rientro al lavoro degli altri 28 facchini ancora in cassa integrazione straordinaria).

L’attuale silenzio di Prefetto, padronato e Legacoop, è stato riempito però dalle intimidazioni della solerte questura di Bologna che ha annunciato, in una conferenza stampa, la notifica di 179 denunce per gli scioperi della primavera scorsa avvertendo altresì i facchini coinvolti che queste potrebbero pregiudicare il rinnovo dei propri permessi di soggiorno. Dichiarazioni che, anche depurate dal contenuto violento delle minacce questurine, descrivono con precisione e “candore” l’unico ruolo assegnato nel sistema capitalista al lavoratore immigrato: semplice forza lavoro, utile strumento per il contenimento dei salari, che deve rimanere docile e inerme di fronte al ricatto e allo sfruttamento padronale per non ricevere il foglio di via.

Nei magazzini della TNT e DHL di Roma e di Fiano Romano, invece, dipanando comunque il filo rosso della lotta autorganizzata, gli scioperi e i blocchi sono stati la risposta al tradimento di quanto promosso dalle cooperative appaltatrici (consorzio GESCO su tutti) in sede sindacale circa l’applicazione integrale e corretta del contratto collettivo nazionale e dei minimi retributivi, una ripartizione più equa e trasparente delle ore di lavoro e la sospensione di qualunque comportamento intimidatorio operato nei confronti dei lavoratori più esposti.

Come altre volte, anche in questo caso si assiste alla drastica reazione dei padroni colpiti economicamente da un blocco totale nella circolazione delle merci stoccate nei propri magazzini: 11 lavoratori della Tnt e di 3 della Dhl (ambedue di via di Salone a Roma), oltre ad altri due operai di Fiano Romano sono stati, immediatamente dopo la fine dello sciopero, sospesi a tempo indeterminato (in soldoni quindi licenziati).

Una successiva iniziativa di solidarietà che ha poi portato direttamente nella sede di Confetra (una delle maggiori centrali di rappresentanza padronale della logistica e dei trasporti) la rabbia per questo ennesimo sopruso e per denunciare le “ordinarie” condizioni di lavoro nella logistica, è stato provocatoriamente bollato dal presidente della stessa Confederazione quale “grave e preordinata intimidazione”. Non è mancata infine la scontata solidarietà del sindacalismo complice pronto a condannare “senza appello l’illegalità e l’intimidazione violenta”.

Sebbene sia evidente che questa ulteriore reazione scomposta e il richiamo ad una presunta legalità nei rapporti sindacali (comunque garantita dal sindacalismo confederale ormai ridotto ad un’opposizione di maniera – o alla semplice evocazione della stessa – se non alla cogestione di interessi) sia l’ennesimo tentativo di criminalizzare la lotta dei lavoratori della logistica e la solidarietà portata dalle sempre più numerose realtà e situazioni politiche che finalmente hanno deciso di tornare a confrontarsi direttamente con la classe nella materialità delle contraddizioni reali, è altrettanto palese l’impossibilità per il padronato di continuare a celare come questo movimento di lotta stia riuscendo, con determinazione e radicalità, a mettere realmente in discussione un intero sistema fondato sullo sfruttamento e l’oppressione dei lavoratori.

Un movimento politico sindacale che sta crescendo e si sta consolidando non solo in estensione numerica e territoriale ma, soprattutto, nella consapevolezza (in primis dei/lle lavoratori/trici stessi/e) di poter finalmente rifiutare le mediazioni al ribasso di un ceto sindacale ormai destituito da ogni rappresentatività reale dei lavoratori, disvelato nel suo ruolo subordinato ai profitti padronali, e di poter così riconquistare dignità, unità e migliori condizioni (o di rispondere agli attacchi di classe portati dalla controparte) solo e unicamente attraverso la lotta e l’organizzazione autonoma dei propri inconciliabili interessi.

Un movimento che lancia comunque una sfida ambiziosa a tutte quelle altre situazioni e le realtà che oggi si pongono sul terreno del conflitto reale (innanzitutto i movimenti di lotta per la casa che hanno animato con determinazione e radicalità il mese di ottobre e che riescono a praticare con intelligenza obiettivi politici concreti) traducibile nella ricerca della creazione di connessioni organiche per la ricomposizione e l’allargamento del conflitto in una prospettiva anticapitalista.

Continuiamo infatti ad essere convinti che le lotte della logistica, come qualsiasi altro focolaio presente sul territorio, non possano essere di per sé risolutive se non avviano un processo di aggregazione tale da modificare, con maggiore peso e determinazione, i rapporti di forza attuali all’interno di una strategia più complessiva di trasformazione dell’esistente.