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[ITALIA] Non vogliamo sopravvivere, vogliamo vivere: la crisi la paghino i padroni

Non vogliamo sopravvivere, vogliamo vivere!

La crisi sanitaria ed economica ha portato alla luce, in un sol colpo, tutte le fragilità e le criticità di un settore cruciale per lo sviluppo sociale ed economico del paese, quello dello spettacolo e della cultura.

Proprio il carattere strutturale di queste debolezze ha determinato l’incapacità di far fronte ad una emergenza di natura sanitaria, che è rapidamente degenerata in una emergenza sociale.

Non sarebbe saggio e non è auspicabile ragionare cercando soluzioni parziali e temporanee, in attesa che vi sia un ritorno alla normalità, per la semplice ragione che la normalità alla quale ci si riferisce era di fatto costituita da una severa percentuale di anomalie: nell’erogazione e nella gestione dei fondi, nei rapporti tra lavoratori, parti datoriali e istituzionali, nonché nell’assetto stesso delle norme che avrebbero dovuto garantire l’accesso ai diritti e alle garanzie per i lavoratori e le lavoratrici d questo settore; la stragrande maggioranza di essi si trova oggi a fare i conti con un impoverimento preoccupante, improvviso, e deflattivo delle poche tutele che rimanevano in piedi.

  • Lavoratrici e lavoratori non definibili in una categoria per l’inadeguatezza normativa e per le carenze di una disciplina di settore che consenta di configurare un perimetro entro il quale agire;
  • Discontinuità, precarietà incontrollata, promiscuità morbosa tra rapporti di lavoro autonomo e subordinato, ricorso indiscriminato dei contratti a termine e intermittenti;
  • Completa disapplicazione dei contratti collettivi nazionali esistenti, di per sé già carenti sotto moltissimi aspetti; Incidenza statisticamente rilevante del lavoro nero e grigio;
  • Carenza e gestione clientelare dei finanziamenti destinati alla cultura;

Sono questi gli elementi di un sistema nel quale la fisiologica flessibilità lavorativa richiesta è diventata patologica.

Se è vero che la situazione economica attuale complica la possibilità di dare risposte e soluzioni in tal senso, si afferma con maggiore urgenza la necessità non di una riforma ma di una vera e propria rivoluzione normativa in questo settore: il paradigma esistente deve essere rovesciato.

I soldi ci sono, e devono essere presi là dove sono accumulati per consentire a tutti di avere garantito un salario sociale, per stabilire il principio che tutti devono lavorare così da lavorare meno.

Sono mesi che vengono avanzate timidissime proposte di riforma dalle parti datoriali e dai sindacati confederali, con interminabili discussioni che tendono a portare su un piano astratto problemi contingenti e profondamente radicati nelle condizioni reali di vita e di lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori del comparto.

Unire le lotte e praticare gli obbiettivi è la sola arma a disposizione di chi campa del proprio lavoro: non vogliamo sopravvivere, vogliamo vivere.

La crisi la paghino i padroni!

S.I. Cobas Napoli