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[CONTRIBUTO] A colloquio con Marx, Rosa L. e altri maestri sulla questione fiscale: II. La rivendicazione di lotta della million tax 10% sul 10%

Riceviamo e pubblichiamo qui sotto il contributo dei compagni della redazione de Il Pungolo Rosso “A colloquio con Marx e altri maestri sulla questione fiscale – II”, già disponibile sul loro sito (vedi qui), che segue il primo contributo sul tema “A colloquio con Marx e altri maestri sulla questione fiscale – I” (vedi qui).

Questa crisi sanitaria e sociale, che sta provocando i primi scioperi spontanei nelle fabbriche dopo decenni, e diviene ora anche crisi economica e finanziaria, mette alla prova i sistemi capitalistici, in Italia e nel mondo intero, e scuote le coscienze in settori della nostra classe cui si chiede di lavorare comunque, anche in assenza delle condizioni di sicurezza che vengono invece imposte al resto della popolazione.

Per la prima volta da decenni assistiamo a scioperi spontanei nelle fabbriche.

Anche nella lotta per ambienti di lavoro sicuri e adeguati dispositivi di protezione individuale, e nelle difficoltà di coloro che sono lasciati a casa con un futuro incerto, deve crescere la coscienza della necessità di lottare per superare questa società divisa in classi.

Contro le ideologie da “unità nazionale” tra sfruttati e sfruttatori.

Il virus globalizzato mette inoltre in chiaro l’inconsistenza delle prospettive di autonomie locali/localistiche, e delle scorciatoie “sovraniste”.

L’unica strada è quella internazionalista, dell’unione tra i proletari di tutto il mondo.

S.I. Cobas


A colloquio con Marx, Rosa L. e altri maestri sulla questione fiscale: II. La rivendicazione di lotta della million tax 10% sul 10%

Ora comincia il difficile perché dobbiamo essere noi ad esporre come si presenta oggi la questione fiscale, e motivare la nostra posizione davanti ai maestri.

Partiamo, comunque, da un punto fermo: sostenere l’indifferenza politica in materia fiscale in nome di Marx e degli altri maestri non è possibile. Il fisco è un terreno di lotta tra la classe del capitale e la classe del lavoro salariato. Oggi – Italia, Europa,Occidente 2020 – più importante di ieri. Questa è la nostra tesi, la dichiariamo in premessa. Non sosteniamo che è il principale terreno oggettivo, e tanto meno l’unico terreno, della lotta di classe, come si cerca invano di attribuirci. Ciò che sosteniamo è: questo terreno non va disertato giustificandosi con l’argomento puerile che su di esso intervengono anche forze non proletarie, o anti-proletarie. Va affrontato in linea di continuità con l’impostazione storica del movimento proletario comunista, con i necessari adeguamenti resi obbligatori dall’analisi concreta della situazione concreta del capitalismo di inizio XXI secolo – esattamente ciò da cui rifuggono i nostri critici.

La rivendicazione di lotta, politica, da noi formulata della million tax 10% sul 10% non è altro che un’imposta progressiva straordinaria sulla ricchezza rapportata alla attuale situazione di crisi e di eccezionale polarizzazione della ricchezza socialmente prodotta. La sua critica, se avanzata in nome della tradizione storica del movimento proletario comunista, è – come abbiamo dimostrato nella I parte di questo scritto – inconsistente. Ma si rivela ancor più inconsistente se, invece che al passato, si guarda al presente, al ruolo che la questione fiscale, in particolare la detassazione del capitale e dei capitalisti e l’incremento della tassazione del lavoro, ha nel funzionamento del capitalismo finanziario globale degli ultimi decenni: nel contrasto alla caduta tendenziale del saggio di profitto, nei rapporti di concorrenza tra capitalismi nazionali e tra imprese (perché altrimenti è nata la rete mondiale dei paradisi fiscali?), nel rapporto tra classe capitalistica e proletariato, nei rapporti tra grande capitale e massa dei piccoli e piccolissimi accumulatori – per non parlare dell’uso sistematico dell’arma fiscale da parte dei paesi imperialisti per ribadire i rapporti di dominazione sul Sud del mondo (anche in questo caso troveremo un filo rosso che ci conduce dagli scritti di Marx sull’India e la Cina ad oggi). Vediamo, quindi, cosa è cambiato dai tempi di Marx ed Engels, e da quelli di Rosa Luxemburg e Lenin.

Ingigantimento della macchina statale

Il primo grande cambiamento avvenuto nell’ultimo secolo è l’ingigantimento della macchina dello stato capitalistico, segnato dal passaggio dallo stato rappresentativo di diritto allo stato democratico autoritario. Lo stato rappresentativo di diritto, quello in cui, per intenderci, aveva ancora un ruolo decisionale il parlamento, si limitava a svolgere funzioni prevalentemente politiche, cioè di “garanzia dall’esterno delle condizioni pacifiche di libero scambio tra capitale e lavoro, (…) lasciando che i capitalisti si occupassero dell’accumulazione, del rapporto tra di loro e con il proletariato” (Repressione, stato e crisi, “Dossier Che fare” n. 2, aprile 1982). Questa macchina di oppressione di classe era dotata di un esercito, di carabinieri, polizia, carceri, etc., ma restava ancora relativamente semplice, con un apparato burocratico relativamente poco sviluppato. L’attuale stato democratico autoritario caratteristico dei paesi occidentali, invece, forgiatosi attraverso molteplici passaggi traumatici quali le guerre mondiali, il fascismo, il nazismo, sollevazioni rivoluzionarie e guerre civili, nonché guerre coloniali, si è dilatato a dismisura, assumendo progressivamente nuove funzioni economiche, sociali, ideologiche, di primo rilievo nella protezione del sistema capitalistico. È in Italia il primo azionista di grandi imprese come Enel, Leonardo, Poste italiane, Cdp, Ferrovie, Rai, Montepaschi, etc., il primo azionista in borsa. È il primo gestore della spesa sociale e sanitaria attraverso i suoi enti dedicati (comuni, Inps, Inail, Asl, Usl, etc.), amministrando così nell’interesse collettivo del capitale una parte del plusvalore sociale complessivo estorto dai capitalisti al proletariato. Ha creato un insieme integrato di istituti di formazione, informazione, disinformazione di dimensioni enormi, nonché decine e decine di enti pubblici non economici operanti all’interno e all’estero (Ice). Ha forgiato un apparato militare e di controllo forte di 600.000 unità tra carabinieri, polizia, finanza, polizia municipale, agenti penitenziari, effettivi e riservisti dell’esercito. In questo processo di espansione delle sue funzioni, che ne fa più che mai lo strumento politico/separato, collettivo, di un capitalismo nazionale conflittualmente intrecciato con l’UE, il parlamento è stato svuotato di ogni residuo potere e soppiantato da un esecutivo che è diventato sempre più anche legislativo. Ma nel contempo gli organi rappresentativi si sono moltiplicati fino ad arrivare (nelle grandi città) al livello di quartiere, con il grosso bubbone degli apparati burocratici delle regioni divenuti, tra super-stipendi ai funzionari apicali e agli eletti, vitalizi, pensioni, consulenze, fondazioni, consorzi, società, non meno dispendiosi di quelli centrali, e capaci di generare conflitti di attribuzione con lo stato perfino nella gestione della politica delle esportazioni. Mentre lo stato rappresentativo di diritto restava, per dir così, al di fuori dei complessi rapporti tra capitale e lavoro come una sorta di guardiano ‘esterno’ dell’ordine sociale, e tenne per un bel tratto gli operai e i contadini al di fuori delle istituzioni (negandogli anche il diritto di voto), lo stato dei nostri giorni, benché sempre più strettamente subordinato agli interessi del capitale e proprio per questo, opera per coinvolgere e legare a sé, quanto meno ai suoi organi periferici, la massa più ampia possibile dei cittadini, inclusi i proletari, per contenere gli effetti più pericolosi del processo di polarizzazione sociale – nei giorni scorsi perfino il vice-comandante dei carabinieri ha parlato del corpo repressivo che dirige come di un esempio di “sacrificio con la gente e per la gente”, in stretto contatto con “la comunità”… Una parte di questa enorme macchina burocratica, segnatamente quella più direttamente legata al funzionamento della “democrazia sociale”, opera per frammentare il proletariato e contrapporre tra loro i suoi diversi strati, legandoli a questo o quel pezzo di piccola borghesia o di ceti medi allo scopo di frapporre ostacoli alla possibilità di ricomposizione del proletariato su basi classiste. E questo compito richiede strutture dedicate, impegnate, ad esempio, nella “gestione attiva” del mercato del lavoro con tutta la miriade di regole, istituti, norme, progetti di ‘formazione’ per i disoccupati.

Ora, la mostruosa mega-struttura accentrata, tentacolare, pervasiva, invasiva di cui stiamo parlando, dotata, come si conviene ad uno stato imperialista, anche di migliaia di propaggini militari, aziendali, commerciali, diplomatiche, culturali, religiose, “umanitarie” esterne al territorio nazionale, è il contrario del governo a buon mercato promesso dagli ideologi della borghesia rivoluzionaria per screditare l’Ancien gime e conquistare il “popolo”. Costa maledettamente anche in tempi di “pace” (in Europa) e di sostanziale pace sociale come gli ultimi due decenni. E per questo ha un bisogno inesauribile di reperire crescenti risorse. Lo fa anzitutto con il sistema fiscale.

Crescita e progressività della pressione fiscale

La crescita tendenziale della pressione fiscale che si è manifestata in modo irregolare dalla fine dell’ottocento ad oggi ha la sua fonte primaria proprio in questa inflazione dello stato. Il punto di svolta è stata la prima guerra mondiale. Fino allo scoppio della prima guerra generale per la spartizione del mercato mondiale l’ammontare totale delle imposte era pari a circa al 10% del reddito nazionale – per l’intero Ottocento, i bilanci per istruzione pubblica e sanità non superavano l’1-2% del reddito nazionale. Dal 1914 si ha un balzo all’in su della quota di reddito nazionale destinata alle spese dello stato tramite le imposte. Piketty, attendibile in questo, stima che nell’arco di 50 anni “la quota d’imposta sul reddito nazionale viene moltiplicata per un fattore pari ad almeno a tre o a quattro (a volte cinque, come nei paesi nordici). Dopodiché, a partire dagli anni ottanta fino a oggi, si rileva, di nuovo in tutti i paesi [occidentali], una pressoché completa stabilizzazione della quota d’imposta sul reddito nazionale, anche se a livelli diversi da paese a paese: appena poco più del 30% del reddito nazionale negli Stati Uniti, attorno al 40% nel Regno Unito, tra il 45% e il 55% nell’Europa continentale (45% in Germania, 50% in Francia, quasi il 55% in Svezia)”, con degli scostamenti anche significativi tra un paese e l’altro. Ancor più significativa è, però, l’omogeneità di fondo della tendenza secolare (Il capitale nel XXI secolo, pp. 736-7).

Un tempo la leva fiscale più rilevante era quella delle imposte indirette sui mezzi di sussistenza; dal 1914, invece, è prevalente il prelievo diretto sui salari, gli stipendi, i redditi. La classe capitalistica non ha potuto restare al riparo da questa crescita della pressione fiscale, come aveva fatto fino a quel “momento” – ancora nel 1913 Rosa Luxemburg, occupandosi della questione fiscale, afferma: “prescindiamo qui dalla partecipazione relativamente modesta della classe capitalistica al gettito fiscale”. È solo tra fine Ottocento e inizio Novecento che ha iniziato a materializzarsi quella tassazione progressiva, e anche fortemente tale, rivendicata dal movimento proletario cinquant’anni prima. Tra i primi paesi ad introdurla è stata non a caso la Germania, allora epicentro dello sviluppo del movimento operaio internazionale. Ma è stata altrettanto determinante la guerra imperialista, se è vero che negli Stati Uniti l’aliquota marginale era, al 1913, al 7% ed esplode fino al 67% nel 1917, nel Regno Unito salta dall’8% del 1908 al 40% del primo dopoguerra, in Germania dal 3% del 1914 al 40% del 1920. Anche in Italia, dove alla vigilia della prima guerra mondiale l’imposta sulla ricchezza mobile introdotta nel 1864 era ancora ferma all’originario 8% (senza progressività), avviene qualcosa del genere. Lo stesso Piketty, molto più a suo agio con i numeri che con la lotta di classe, ammette che in Francia, dove l’imposta sul reddito era al 1914 appena al 2% e riguardava solo un’infima minoranza di contribuenti, “l’imposta progressiva è nata, nella sua forma moderna, in questo contesto politico, caotico ed esplosivo [“ondate di scioperi che minacciano di paralizzare il paese”], influenzato al contempo anche dalla Rivoluzione bolscevica del 1917” (p. 783). Chi si immagina una classe capitalistica pronta in qualsiasi momento ad introdurre imposte progressive, o fortemente progressive, sulla propria ricchezza, chiamando in causa le solite bolse ragioni keynesiane (o, come va tanto di moda, l’Mmt), non sa quello che dice. Perfino nella rivoluzione francese, la più radicale delle rivoluzioni borghesi classiche, venne escluso il principio di progressività dell’imposta, invocato dai settori radicali vicini ai sanculotti.

Il prelievo fiscale diventa regressivo

La schiacciante controprova di quanto sia strutturale, permanente, coriacea e nello stesso tempo subdola, la resistenza della classe capitalistica a vedersi sottratta dallo stato, dal suo stato, una quota del plusvalore che si è direttamente appropriata dal lavoro della classe dei salariati, è quanto avvenuto in questo campo negli ultimi 50-60 anni. A partire sempre dagli Stati Uniti, è partita un’offensiva prima ideologica, poi di consorterie di potere, infine degli stessi esecutivi, contro il carattere progressivo della imposizione fiscale del precedente mezzo secolo e dall’inizio degli anni ‘60 è scattato un processo mondiale di formidabile detassazione dei profitti, dei patrimoni più ingenti e delle rendite che è tuttora in corso e ha messo capo, dentro l’Occidente, alla rete dei paradisi fiscali e nell’Est Europa alla flat tax. La massima radicalità di questo corso regressivo del sistema fiscale è stata raggiunta negli Stati Uniti dove è ormai di pubblico dominio che paga di più chi ha un reddito inferiore, cioè proletari e salariati. Famosa l’ammissione del pescecane Buffet: “io pago il 17% di tasse sulle mie ricchezze, la mia segretaria il 34% sul suo stipendio”. Famosa, e falsissima, come la sua profferta di voler pagare di più, presa incredibilmente sul serio da qualche sbandato. Rifacendo i conti del boss di Berkshire Hathaway, Saez e Zucman sono arrivati a fissare l’aliquota fiscale effettiva di quest’uomo sommamente equo: 0,055% (Il trionfo dell’ingiustizia. Come i ricchi evadono le tasse e come fargliele pagare, p. 125). Per non esser da meno di Berkshire Hathaway, una delle transnazionali più rampanti del mondo, Amazon, ha chiuso il 2019 con 11,6 miliardi di dollari di profitti ufficialmente dichiarati, ma vantando un credito di imposta verso lo stato federale, grazie al sistema di agevolazioni e detrazioni edificato in questi decenni per detassare il capitale – cioè per lasciare direttamente nelle sue grinfie la massima quota possibile del plusvalore estorto al lavoro vivo. Del resto, all’interno degli Stati Uniti ci sono almeno 9 stati che non prevedono tasse sui redditi da capitale, tra cui l’Alabama, il Texas, la Florida, lo stato di Washington, sicché è sufficiente avere o spostare in essi la propria residenza (è il caso di Bezos, Gates, Musk) per essere esentasse, benché con patrimoni stimati 183, 118 e 140 miliardi di dollari.

In questo stesso periodo (gli ultimi 60 anni) su impulso della City, della Banca d’Inghilterra, di Wall Street, cioè della malavita finanziaria istituzionale (a cui poi si sono associate la malavita ‘irregolare’ e la massoneria), è nata la rete di paradisi fiscali totali in cui è “nascosto il tesoro della globalizzazione” (N. Shaxson, Le isole del tesoro), altrettante casematte costruite dalla grande finanza e dalle grandi banche nella loro “battaglia per appropriarsi del potere politico in tutto il mondo” (p. 39). Niente di nuovo sotto il sole, si dirà: l’isola di Jersey era già una sorta di centro offshore nel diciottesimo secolo per i ricchi mercanti che non intendevano pagare gli esosi dazi inglesi. E si potrebbe enumerare una quantità di singoli paradisi fiscali e di ingegnosi sistemi di evasione fiscale progenitori della rete attuale. Tuttavia ciò che distingue la situazione odierna e la rende indicativa di una tendenza di fondo del capitalismo finanziario globale, è: 1)l’esistenza di una rete mondiale solida e di fatto legalizzata più di ogni altra precedente attività di questo tipo; 2)l’entità dei trasferimenti di capitale effettuati verso questi luoghi, pari al 40% dei profitti delle maggiori transnazionali. In questa rete è ben presente pure il capitalismo cinese con i due centri offshore di Hong Kong e Macau, che nel 2009 Hu Jintao ottenne fossero esclusi dalla lista nera dei paradisi fiscali pretesa da Obama per preservare il dominio a stelle e strisce in questo campo; e sono ancor più presenti i miliardari cinesi che pare abbiano trasferito all’estero, tra Cipro, le Seychelles e Singapore, dai 2 ai 3 trilioni di dollari, un decimo della ricchezza personale del paese, provocando l’allarme di Xi Jin Ping e prime misure di contrasto alla fuga dei capitali cinesi dalla Cina.

Se negli Stati Uniti l’aliquota fiscale massima sui redditi personali è precipitata dal 91% (formale) del 1963 al 28%, altrettanto figurativo, dell’ultima riforma Trump nel 2018, se l’aliquota sui redditi societari è ora al 21%, con i miliardari che in quello stesso anno hanno pagato meno tasse di metalmeccanici, insegnanti e pensionati, nel resto del mondo la tendenza è analoga: tra il 1985 e il 2018 “l’aliquota media legale sui redditi societari si è più che dimezzata, passando dal 49% al 24%. Se si va avanti di questo passo, prima del 2050 arriverà allo zero per cento” (Saez-Zucman, p. 85). Il rovescio della medaglia della quasi-secolare detassazione del capitale e della ricchezza, infatti, è l’aumento della tassazione dei salari, soprattutto per l’inasprirsi dei contributi sociali pagati allo stato e sempre più ai privati – che negli Stati Uniti hanno il ghigno delle società assicuratrici in ambito sanitario, le esattrici di una pesante tassa occulta sul lavoro. La stima, per gli Stati Uniti, è della crescita della imposizione fiscale “sul lavoro” di oltre 10 punti (p. 90).

In Italia, in altri tempi e modi, con più gradualità, si è andati nella stessa direzione. Al 1974 il sistema fiscale, improntato alla progressività, aveva 32 aliquote, la più bassa al 10%, la più alta al 72%. Oggi la situazione è radicalmente mutata. Le aliquote si sono ridotte a cinque, la più bassa è salita di 13 punti al 23%, la più alta è caduta dal 72% al 43%, con una distanza tra esse ridotta da 62 a 20 punti. E secondo Visco, l’ex-ministro delle finanze, la distanza reale tra la minima e la massima è ancora minore perché le aliquote effettive sono solo due: 30% e 41%. Se l’offensiva berlusconiana e leghista per la flat tax generalizzata fosse andata, o andasse in porto, avrebbe soltanto coronato questa tendenza, assecondata anche dalla sinistra e dal centro-sinistra (ad onta delle chiacchiere morte sui principi costituzionali), in un contesto già punteggiato da molte parziali tasse piatte, la quasi totalità delle quali è a favore del capitale di tutte le taglie, dalla più minuscola alla più grande, e della rendita immobiliare, e da una molteplicità di regimi fiscali di favore, prima a beneficiarne la Chiesa cattolica. Per non parlare dell’esenzione quasi totale imposta allo stato italiano e all’UE dalle grandi aziende statunitensi del web, dalla Ryanair e simili. Per contro, per la massa dei salariati la espansione della potestà tributaria di regioni e comuni ha comportato il gravame di addizionali in serie.

Una parola in più vogliamo dirla sull’introduzione della flat tax al 15% per le piccole imprese e le partite Iva fino a 65.000 euro dichiarati (addirittura al 5% per quelle di nuovo avviamento), che ha riguardato quasi 4 milioni di imprese tra società, enti non commerciali, autonomi e professionisti. A parte la notevole entità di questo sconto, si è in questo modo istituzionalizzata (alla faccia della sacra Costituzione “più bella del mondo”) una discriminazione di classe perfettamente coerente con la tendenza che si è indicata finora: a parità di reddito, per legge del democratico parlamento italiano (o l’ha comandata anche questa la perfida Unione europea?), i proletari pagano più dei “piccoli” padroni e degli altri beneficiari non proletari. E così scompare anche l’eguaglianza formale degli individui (delle classi sociali) davanti allo stato, al fisco, con una specie di ritorno ai privilegi fiscali di medievale memoria.

Questa tendenza mondiale di lungo periodo ha avuto un’accelerazione con il crollo del muro di Berlino e dei regimi (non) “socialisti”, che a fine secolo hanno ingaggiato una contesa all’ultimo sangue tra loro a chi introduceva la flat tax più vantaggiosa per i capitali globali fino a toccare il 9-10% (con un ritorno a fine Ottocento) da parte del pool di staterelli nati dallo spappolamento per mano dell’imperialismo occidentale dell’ex-repubblica federativa jugoslava. Il rischio-sorpasso ad Est ha poi dinamizzato i paradisi fiscali dell’UE, con in testa il nobile granducato del Lussemburgo di Juncker. Inutile dire che le utilità di questo processo di detassazione globale del capitale e dei patrimoni personali sono state inegualmente ripartite a seconda delle dimensioni delle imprese e dei patrimoni. Ciò spiega perché i movimenti “populisti” di questo inizio secolo, con base sociale promotrice nella massa dei piccoli-medi accumulatori di capitale, si sono caratterizzati pressoché ovunque (vedi Lega) per i loro proclami anti-tasse. Di cosa sorprendersi se “l’idea che la tassazione del capitale sia particolarmente dannosa per l’economia va ormai per la maggiore”, se l’egemonia di questa idea ha avuto un effetto intimidatorio e narcotizzante anche sulla massa dei proletari?

Le ragioni strutturali di questa inversione

Davanti a un processo di così lunga durata, esclusa ogni moralistica lamentazione sulla democrazia fiscale o sulla giustizia fiscale perdute, l’interrogativo da porsi è: qual è la causa, o quali sono le cause di fondo di questa inversione di marcia? quali le ragioni strutturali, organiche che obbligano gli stati di tutto il mondo a muoversi, ciascuno con tempi e modi propri, nella medesima direzione? La nostra ipotesi è: la progressiva, vertiginosa detassazione del capitale e delle grandi ricchezze si è messa in moto da sé ed è stata messa in moto come una nuova controtendenza alla caduta tendenziale del saggio di profitto medio. C’è infatti una coincidenza quasi perfetta tra il prendere corpo di questa tendenza e il livello più basso raggiunto dal saggio medio di profitto (in Occidente) alla metà degli anni ‘70. Obiezione: il sistema fiscale non ha niente a che vedere con il grado di sfruttamento del lavoro, né con la riduzione del salario al di sotto del suo valore, né con la sovrappopolazione relativa, e tutto il resto delle controtendenze accertate. Al tempo: non ha niente a che vedere in modo diretto; ha parecchio a che vedere, invece, indirettamente. La ripartizione del plusvalore sociale complessivo estorto alla classe lavoratrice tra prelievo statale e prelievo diretto, tanto più quanto più modificata in queste colossali proporzioni, incide sulla possibilità dei capitalisti (del capitale) di disporre direttamente di quote sempre più sostanziose di plusvalore senza pagare un tributo alla sua stessa fedele macchina di oppressione che, per quanto funzioni nel suo interesse complessivo, è obbligata a rispondere anche alle esigenze di altre classi sociali, a cominciare dal proletariato, per i costi di riproduzione della sua forza-lavoro che sono cresciuti nei “trenta gloriosi”. I quasi cinquanta anni di “neo-liberismo” sono stati una catena di affondo contro questi costi di riproduzione divenuti secondo il grande capitale esorbitanti, e contro quelli della stessa macchina amministrativa statale (ribattezzata, all’occasione, la ‘casta’ dagli inviati speciali dell’intoccabile supercasta dei possessori del capitale fittizio). Secondo la sintesi di Reagan: “Il governo non è la soluzione al problema; il governo è il problema”. Questo attacco si è combinato con quello diretto ad abbassare il prezzo della forza-lavoro attraverso le controriforme del mercato del lavoro, l’aumento della disoccupazione, etc. L’una (l’attacco al salario diretto, l’aumento del grado di sfruttamento del lavoro, la riduzione del salario al di sotto del suo valore) e l’altra cosa (l’attacco al salario sociale complessivo, indiretto e differito) insieme – e non l’una senza l’altra come nelle anguste vedute immediatiste.

Del resto Rosa Luxemburg l’aveva spiegato già un secolo fa constatando e attaccando “il dissanguamento della classe operaia mediante il meccanismo dell’imposizione indiretta per mantenere gli ingranaggi della macchina statale capitalistica”. In apparenza il sistema fiscale opera solo sulla ripartizione del plusvalore. Nella realtà, invece, incide anche sul processo di accumulazione – prendere carta e penna:

«se la classe operaia non sopportasse per la maggior parte i costi di mantenimento degli impiegati statali e dei ‘militari’, sarebbe la classe capitalistica a doverseli accollare: essa dovrebbe destinare al mantenimento degli organi del suo dominio di classe una parte corrispondente del plusvalore, o a spese del proprio consumo, che dovrebbe perciò limitare, o, cosa più probabile, a spese della parte di plusvalore destinata alla capitalizzazione. Potrebbe capitalizzare di meno, dovendo impiegare di più al proprio diretto mantenimento. Scaricando la parte massima dei costi di mantenimento della sua appendice sulla classe operaia (e sui rappresentanti della produzione mercantile semplice: contadini, artigiani), i capitalisti si assicurano la possibilità di liberare ai fini della capitalizzazione una parte maggiore di plusvalore» (L’accumulazione del capitale, pp. 457-8 – c. n.).

A distanza di un secolo ci permettiamo di aggiungere che il processo semi-secolare di detassazione del capitale e della ricchezza e di crescente tassazione del lavoro (con il ritorno massiccio, più o meno mascherato, anche all’uso delle imposte indirette, mai peraltro ridimensionato più di tanto) è legato a doppio filo alla dominanza del capitale finanziario sulle altre forme del capitale, e alla sua brama di rendimenti annui minimi del 15% inavvicinabili dalla stragrande maggioranza delle imprese industriali (investigata da L. Gallino in Finanzcapitalismo). Lo spostamento del centro di gravità del capitale dalla produzione all’affarismo e alla speculazione non è cosa dei nostri giorni; si è però radicalizzato in fretta in risposta al susseguirsi di crisi borsistiche, economiche, finanziarie. Da un lato la crescente centralizzazione del capitale, esito normale di tutte le crisi; dall’altro l’impulso irrefrenabile alla mobilità mondiale dei capitali in cerca della massima profittabilità immediata, processi favoriti entrambi dall’informatizzazione degli scambi e dalle politiche monetarie ultra-espansive delle banche centrali. Dagli enti finanziari legali e da quelli falsamente rappresentati come illegali (i paradisi fiscali) è arrivato agli stati e agli esecutivi, imperioso, il comando a ridurre le spese sociali improduttive per il capitale e tagliare le imposte sul capitale e sulla ricchezza. A rendere più urgenti le due misure per gli enti finanziari e le imprese occidentali, l’avvento di nuovi capitalismi emergenti, quello cinese su tutti, in grado di beneficiare del vantaggio competitivo di salari diretti, indiretti, differiti inferiori, e di orari di lavoro mediamente superiori, ad intensità e produttività sempre più comparabili a quelli occidentali.

Crescita inarrestabile del debito di stato

La più scontata delle conseguenze è stata la crescita inarrestabile del debito di stato, alimentata sia dall’inflazione degli apparati statali, sia da un sistema fiscale sempre più regressivo, sia – più in generale – dalla progressiva riduzione dei tassi di crescita dell’economia. [Prescindiamo, qui, da altri due aspetti fondamentali, il primo per le classi lavoratrici, la drammatica crescita dell’indebitamento privato; il secondo per il capitale, la crescita non meno esponenziale dell’indebitamento delle imprese e degli enti finanziari; dall’esplosiva combinazione di questi debiti, pubblici e privati, che ha spinto il debito globale al 356% del pil globale, uno dei segni più macroscopici dell’avvitamento su sé stesso del sistema sociale capitalistico; ed infine dalle dinamiche interconnessioni tra questi aspetti. Abbiamo presente il quadro d’insieme, ma preferiamo circoscrivere l’oggetto.]

150 anni fa Marx parlò di “progressione automatica” dei prelievi fiscali provocata dai prestiti di stato. Nel XX secolo in una prima fase (1914-1975) tale progressione si è realizzata in modo relativamente indifferenziato, e perfino con una certa impronta di progressività; in una seconda fase (dall’inizio degli anni ‘70 ad oggi), invece, la crescita del prelievo fiscale dello stato si è concentrata sul lavoro salariato e in misura minore sulle mezze classi, stipendiate e accumulative, dal momento che la pretesa di un verticale dimagrimento della mega-macchina statale ha incontrato più di una resistenza.

Seguendo una traiettoria internazionale, il debito di stato italiano, che dai vertiginosi livelli della seconda guerra mondiale era precipitato al di sotto del 50% del pil fino alla crisi di metà anni ‘70, ha preso da quella congiuntura a salire fino al 135% del 2019, per impennarsi quest’anno a circa il 160%. La spiegazione di regime è che sia stato l’effetto meccanico dell’incremento della spesa sociale per pensioni e sanità, che è stata di conseguenza aggredita per cercare di tornare a livelli di deficit e di debito “ragionevoli”. Risultato di questa falsa spiegazione: tra il 1995 e il 2017, per 22 anni (su 23), lo stato italiano ha chiuso il suo bilancio in attivo grazie alle controriforme delle pensioni e alla decurtazione brutale del bilancio della sanità pubblica (-37 miliardi nell’ultimo decennio). L’altra faccia dei 22 anni di sacrifici e di crescente precarietà per la massa dei salariati è stato l’ammontare degli interessi pagati dallo stato ai suoi creditori, che negli ultimi venti anni è oscillato tra il 4 e il 5% del pil: svariate decine di miliardi di euro ogni anno, 65 nel 2019 pari a 178 milioni di euro al giorno, almeno 76 nel 2020 (prima dell’avvento dell’euro la massa degli interessi era intorno al 10% del pil, con il record negativo del 12,2% nel 1993). Dal 2006 a marzo 2020 la fattura totale per il proletariato (e gli strati intermedi e bassi delle mezze classi) è stata di 1.020 miliardi di euro. Almeno quest’ultima cifra è da tenere bene a mente, perché dà la misura, oltre che della stratosferica entità della rapina avvenuta attraverso il pagamento degli interessi, della radicale alienazione dei poteri dello stato verso i propri creditori che, al contrario di quel che vorrebbe far credere la ciurmaglia degli Italexit di destra e di “sinistra”, sono per gran parte italianissimi – come istituzioni (Bankitalia, Unicredit, Banca Intesa, etc.), imprese (le più grandi, e non solo), e “famiglie” ricche o molto benestanti, quel 10% della popolazione di cui alla nostra rivendicazione.

Il varo del Recovery Fund europeo è un ennesimo carico da 90 addossato tanto ai proletari italiani quanto a quelli di tutta Europa e, indirettamente, sulle schiene di quanti sono spremuti a sangue in tutto il mondo dai capitalisti di “casa nostra” e della “casa comune europea”. I Piketty, i Saez-Zucman, gli Stiglitz, preoccupati di ridurre gli squilibri sociali per prevenire l’acutizzazione dello scontro di classe, si rivolgono agli stati e ai governi raccomandando un “minimo di progressività”, “quantomeno [un fisco] non così nettamente regressivo” (Piketty), o quando sono in vena di rovinarsi la reputazione, una patrimoniale al 2-3% sul 2-3% dei più ricchi. Per noi, invece, lo stato del capitale non è un equo sensale tra capitale e lavoro salariato, ma un secondo, feroce espropriatore e oppressore del lavoro salariato. Per noi l’esplosione del debito di stato non è dovuta alle spese sociali, bensì alla detassazione del capitale e della ricchezza accumulata, all’usura dei creditori dello stato e agli oceani di spese inutili e anti-sociali messe a bilancio pubblico. E per questo siamo per il totale annullamento del debito di stato, come nostro punto di principio, e contro il governo Conte in carica, contro il futuribile governo Draghi (se verrà), contro lo stato del capitale, rivendichiamo una million tax del 10% sul 10% più ricco della popolazione – l’insieme degli strati più abbienti della classe capitalistica – come misura indispensabile per tutelare le condizioni di vita della massa delle lavoratrici e dei lavoratori, primo risarcimento per l’espropriazione avvenuta negli ultimi cinquant’anni.

Rivolte popolari innescate dall’aumento delle tasse

Nel tentativo di frenare, se non altro, l’ingigantimento del loro debito, gli stati hanno adottato, con diversi tempi e graduazioni, misure di austerità e aumenti delle tasse. Là dove la tassazione diretta ha dei limiti insormontabili dovuti al misero o modesto reddito della grande massa della popolazione, e cioè i paesi dominati o controllati dall’imperialismo, i governi hanno fanno ricorso alla tassazione indiretta o, è la stessa cosa, al taglio delle integrazioni statali al prezzo di generi di prima necessità o di uso primario. Ed ecco materializzarsi nell’ultimo biennio una serie di proteste e rivolte popolari innescate proprio da decisioni di questo tipo. Ad Haiti, nel luglio 2018 è scoppiata una rivolta per il taglio delle sovvenzioni statali sul prezzo del carburante, richiesto dal FMI per concedere un “aiuto” di 96 milioni di dollari. In Sudan, nell’autunno 2018, il moto di protesta è esploso dopo che il governo di al-Bashir aveva deciso di triplicare il prezzo del pane sopprimendo i sussidi che lo calmieravano. A inizio 2019 ci sono stati dieci giorni di proteste di fuoco in Zimbabwe sorte, tra l’altro, contro il rincaro della benzina e del gas (+150%). In Libano nell’ottobre 2019 il grande movimento di lotta inter-confessionale è nato contro l’aumento del 15% dell’iva e nuove tasse sul tabacco, la benzina e le chiamate whatsapp. Più o meno negli stessi giorni le piazze dell’Ecuador si erano gremite di lavoratori e masse povere in rivolta contro il taglio dei sussidi di stato sul prezzo della benzina in vigore da 40 anni, per non dire di quelle cilene, con una sollevazione studentesca e proletaria a Santiago contro il tredicesimo aumento del prezzo dei biglietti della metro e per la gratuità dei trasporti pubblici. Anche nelle proteste popolari in 21 città iraniane nel novembre 2019 la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il previsto scatto del prezzo della benzina.

Questi importanti avvenimenti, dovuti ovviamente a ragioni che vanno molto oltre l’incremento della pressione fiscale, hanno avuto un che di analogo nella più accesa e continuativa lotta di massa scoppiata in Europa negli ultimi due anni: il movimento dei gilets jaunes nato nel novembre 2018 come protesta (di decine, poi centinaia di migliaia di dimostranti) contro una doppia decisione in materia fiscale del “presidente dei ricchi” Macron: il rincaro di 7 centesimi delle accise sul gasolio e di 4 centesimi sulla benzina, a fronte della soppressione dell’ISF, impot de solidarité sur la fortune. Riflessioni in merito da parte dei nostri critici? Zero. Per noi, invece, sono dei chiari segnali di quanto stia diventando esplosiva anche nei paesi più ricchi la questione fiscale, nel contesto dell’inasprimento di tutte lecontraddizioni del capitalismo.

Per questa ragione, già a metà anni ‘10 (Il cuneo rosso, n. 2), abbiamo formulato una duplice rivendicazione politica, che coinvolge cioè l’intera classe lavoratrice: il totale annullamento del debito di stato, e “un sistema fiscale imperniato sulla più decisa progressività della tassazione e su una imposta sui patrimoni che finalmente faccia pagare i proprietari del capitale e i redditieri che hanno fatto la pacchia per decenni”. Nel settembre 2019, davanti alle prime evidenti avvisaglie di una nuova crisi e contro l’insidiosa iniziativa sul terreno fiscale, differenziata ma combinata, di Lega da un lato per la flat tax, di governo/Cgil dall’altro per il mini-taglio del cuneo fiscale, di marca chiaramente anti-operaia la prima, truffaldina la seconda, abbiamo formulato la rivendicazione poi fatta propria dal Patto d’azione: una patrimoniale del 10% sul 10% dei più ricchi, proprietari di più del 40% della ricchezza nazionale, e del 55% degli assets finanziari. Con quale destinazione d’uso? Per “attaccare le vere emergenze sociali”, quelle che riguardano la classe lavoratrice e la parte non sfruttatrice della società. L’esplosione della crisi sanitaria ed economica, con l’ingigantimento senza precedenti del debito di stato (schizzato in pochi mesi dal 135% a circa il 160%), ha portato in primo piano una secca alternativa non aggirabile: o pagano i proletari e i salariati con il debito di stato, o pagano gli sfruttatori con la lotta per la million tax e tutto il resto. Punto.

Senso e contenuto di classe della lotta per la million tax 10% sul 10%

Andiamo alle conclusioni politiche.

I capitalisti e i loro portaborse con funzioni pubbliche non sono degli sprovveduti. E l’improvviso apparire dello spettro delle sollevazioni di massa innescate da ragioni di carattere fiscale, la presa d’atto dell’estrema polarizzazione della ricchezza sociale addirittura accentuatasi nella crisi, hanno aperto anche nei circuiti borghesi di tutto il mondo (incluso il FMI) la discussione intorno alla opportunità, o meno, di far pagare qualcosa ai più ricchi. Finora ha prevalso la risposta negativa: non se ne parla! Anzi, ha continuato a risuonare dominante la canzone: detassare, detassare, detassare; e per gli accumulatori di tacca inferiore: condonare, condonare, condonare. Ma in alto sono piuttosto inquieti. E intanto, per gettare un po’ di fumo negli occhi, è partita la corsa alle donazioni, premiate dal fisco con sostanziose deduzioni. E vai con foto e articoli santificanti i singoli donatori, che anime, che cuori!, dall’ex-signora Bezos a Lapo Elkann passando per Armani e Del Vecchio, e in generale i ricchi. A qualche studioso socialdemocratico, peraltro non una moltitudine (Piketty, Saez, Zucman e pochi altri), non poteva non saltare in mente di “far pagare i ricchi”. Ma se si va a leggere le loro proposte, si trova che la tassa annua sulla ricchezza proposta è del 2% sopra i 50 milioni di dollari e del 3,5% sopra il miliardo – questo è il caso di Saez e Zucman, ripresi dalla petizione del Fatto quotidiano e dal tedesco Der TagesspiegelE spesso, come nel caso del capocomico nazionale Grillo, con una chiara destinazione: “dare sollievo alla classe media” rovinata dalla crisi – la stessa a cui va quel tanto di trattenuta sui lauti stipendi parlamentari a cui ancora si auto-obbligano i 5S, per prender voti e relative prebende. La logica di classe, di classe media o piccolo-borghese, di queste proposte è: circoscrivere il prelievo alla cuspide, la più ristretta possibile, della piramide sociale e farne beneficiare “tutti”, il che significa anzitutto la mucillagine del ceto medio accumulativo. Poiché le misure previste sono, sul piano quantitativo, minuscole (quella di Grillo, 6 miliardi), quella del Fatto quotidiano circa 10 miliardi, quella di Fratoianni-Orfini circa 18, ciò che potrebbe “sgocciolare” sulla classe lavoratrice è poco o nulla. Non a caso, nessuno di costoro si sogna di proporre una lotta su questo terreno perché le lotte creano aspettative, acutizzano i contrasti di classe, ed è l’ultima cosa che costoro vogliono. Firme, petizioni, appelli, dichiarazioni solenni e maneggi parlamentari. Fine.

La nostra million tax del 10% sul 10% è, invece, parte di un programma di lotta che si rapporta con lo scoppio della crisi economica e pandemica – mettendo al primo posto, in questa fase, l’auto-difesa della salute da parte dei lavoratori. L’abbiamo perciò, per quanto ci è stato possibile, portata nelle piazze e nei luoghi di lavoro perché potrà camminare solo sulle gambe di una ripresa della mobilitazione di classe. La nostra million tax non è diretta solo contro i grandi pescecani, è diretta al grosso della classe capitalistica con la definizione di una unità di grandezza (il 10%) che tiene conto di quanto sangue è stato succhiato negli ultimi decenni – 1.020 miliardi di euro di soli interessi tra il 2006 e il 2020 – e di quante risorse sarebbero necessarie per fronteggiare le molteplici emergenze venute a galla nella struttura sanitaria, per la disoccupazione e la cassa integrazione, per prevenire le future pandemie in arrivo con una riorganizzazione generale della difesa della salute, etc. etc. – vedi:

https://pungolorosso.wordpress.com/2020/12/08/patrimoniale-perche-si-sono-tanto-affrettati-ad-asfaltare-in-3-giorni-linoffensivo-santonianni/.

Ecco perché, a differenza di altri che lasciano la cosa nell’indeterminazione, abbiamo formulato e ribadito precise cifre: 10% sul 10%, pari a 400 miliardi. E motiviamo questa rivendicazione con le urgenti esigenze di classe e l’inizio della rimozione delle cause che hanno fatto dell’Italia la nazione primatista nel mondo per letalità del virus. La million tax è una misura controla classe borghese per le necessità proletarie e della popolazione non sfruttatrice, quella – per capirci – che non può accedere alla sanità privata, che non può attingere alle riserve di centinaia di migliaia di euro in banca o in bot o all’estero, che non può far fronte agli imprevisti vendendo la seconda, terza, quarta, quinta casa di proprietà, etc.

Opporci che con la rivendicazione della million tax a carico della classe capitalista anziché del debito di stato, saremmo portatori di una logica keynesiana, è una prova di una confusione mentale imbarazzante. Keynesismo? Allora non sapete neppure che Lord Keynes era a favore della crescita del debito pubblico, perché convinto che un maggiore debito pubblico avrebbe generato crescita dell’economia e questa, a sua volta, avrebbe ripagato il debito stesso, perfino riducendolo? Allora non vi è chiaro neppure quello che è solare, e cioè che il “keynesismo” del Recovery Fund si fonda sull’incremento del debito di stato, accollando oggi alla classe lavoratrice il costo, in parte dilazionato, delle misure anti-cicliche? Mentre noi siamo per l’annullamento del debito di stato in quanto debito di classe anziché per il suo ingigantimento! Siamo perché a pagare per la doppia crisi capitalistica sia la classe del capitale.

A chi ci gratifica di “socialdemocratici”, un’imputazione da analfabeti in fatto di storia del movimento operaio e di storia della società borghese in generale, noi non opponiamo meccanicamente: la nostra million tax 10% sul 10% è una rivendicazione rivoluzionaria, del tutto incompatibile con il capitalismo, che lo farebbe crollare. Nessuno ci indurrà ad una fanfaronata del genere. In astratto questa è una rivendicazione accettabile dalla classe capitalistica – come lo sarebbe, del resto, anche la rivendicazione di un aumento di 300 euro del salario medio. Ma lo è solo ed esclusivamente se un movimento di massa degli sfruttati la costringerà a questo. Se si sviluppasse oltre gli attuali limitatissimi confini di influenza del Patto d’azione, la lotta politica su questo terreno farebbe risaltare la contrapposizione tra le classi e maturare la coscienza di classe dei proletari che vi prendessero parte. Se esplodessero grandi lotte proletarie, il governo in carica potrebbe concederla/imporla per timore del peggio – dopotutto la classe al potere perderebbe solo un 10% della sua ricchezza, accumulata grazie alla fatica e all’impoverimento dei lavoratori. A quel punto, però, rafforzato da questa vittoria, il movimento proletario avrebbe altre e più radicali rivendicazioni da porre, fino – se ci fossero le condizioni, in primo luogo internazionali – a quelle massime. In ogni caso avrebbe fatto un bel passo avanti sulla strada del diventare “classe per sé”, che porta alla coscienza che è indispensabile l’“espropriazione degli espropriatori”.

Tutto facile? Macché.

Sappiamo di andare controcorrente perché oggi nella classe è assai più popolare la detassazione dei salari che la tassazione del capitale e della ricchezza accumulata, com’è assai più popolare l’accodamento alla “propria” impresa che l’idea di lottare contro il “proprio” padrone e la classe degli “imprenditori” – ciò suona anche alla grande maggioranza dei proletari come un peccato contro lo spirito dei tempi, qualcosa che non si può fare. Lo è per la linea del minimo sforzo, che porta la classe lavoratrice, ed in qualche caso perfino la sua componente combattiva, ad accodarsi al capitale. Ad accodarsi per ragioni proprie, s’intende, perché vede che a tutti si riducono le tasse salvo che ai proletari. Ma non si accorge che questa linea di tendenza, propagandata anche da Cgil-Cisl-Uil, è la linea della radicale distruzione del welfare, del declassamento della propria condizione sociale e di quella dei propri figli per qualche spicciolo in più e, per converso, della massima concentrazione di potere nelle mani dei grandi creditori dello stato che sempre più lo hanno in pugno (attraverso l’incremento del suo debito). Un’effettiva detassazione dei salari più bassi che non significhi degrado dei servizi e dei diritti sociali, e un incremento delle bassissime pensioni, sarebbero, saranno possibili in realtà solo a condizione che si colpisca la ricchezza accumulata. Non c’è altra via.

Sappiamo di andare controcorrente. Ma questa battaglia politica e ideologica siamo determinati a darla. E a darla in una prospettiva d’azione internazionalista. Convinti come siamo che all’avanguardia di classe spettano battaglie di avanguardia.

31 dicembre