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[MYANMAR] La lotta del Comitato di Sciopero Generale delle Nazionalità, tra colpo di Stato e guerra per le risorse

GLI ETNICI MARCIANO INSIEME – SCIOPERO GENERALE – COMITATO DELLE NAZIONALITÀ CONTRO IL COLPO DI STATO

da BURMA NEWS INTERNATIONAL del 21/03/17, di Esther Wah – trad. di G. L.

Esther Wah, è una indigena Karen.

Lavora con le comunità etniche in tutto il Myanmar sul loro diritto a proteggere la terra e le foreste.

Il popolo del Myanmar conosce come si vive sotto un regime militare:

Nessuno stato di diritto.

Nessun diritto di parlare o di muoversi liberamente. Un sistema educativo scadente e la mancanza di assistenza sanitaria.

Problemi sociali, stagnazione economica e riduzione dei mezzi di sussistenza. Nessun diritto umano.

Ma per le nazionalità etniche, c’è anche una dimensione aggiunta: la paura.

Mentre l’attenzione dei media si è concentrata in gran parte sulle proteste contro il colpo di stato nelle principali città del Myanmar, c’è stata poca attenzione alla difficile situazione delle varie etnie e popolazioni indigene del paese, che costituiscono più del 30% della popolazione.

C’è stata una scarsa informazione sulle operazioni militari in corso nei territori etnici.

Non si riconosce che per noi questo incubo non si è mai fermato.

Prima del colpo di stato, nel dicembre 2020, si stavano già intensificando gli scontri tra l’esercito di Myanmar e l’ala armata dell’Unione Nazionale Karen (KNU), l’Esercito di Liberazione Nazionale Karen (KNLA) nel distretto Mutraw dello Stato Karen, noto come Hpapun in birmano, e nella Municipalità Ler Doh (Kyaukkyi) nella regione di Bago.

Si stima che 5.000 abitanti dei villaggi siano fuggiti dalle loro case, diventando sfollati interni (IDP), sparsi nelle foreste, costretti a sopravvivere senza scuole, medicine o un riparo adeguato.

Dopo il colpo di stato i combattimenti si sono estesi alla municipalità di Kawkareik, nello stato di Karen.

L’esercito di Myanmar ha sparato colpi di mortaio sui villaggi e terreni agricoli,
sconvolgendo la vita e i mezzi di sostentamento della popolazione, non dando loro altra scelta che fuggire e nascondersi nella giungla.

Sanno per esperienza che se vengono catturati dai soldati del Myanmar, saranno costretti a fare i facchini, se non fucilati e uccisi.

Altre 2.000 persone sono sfollate a causa degli scontri seguiti al colpo di stato, portando il numero totale di sfollati interni a circa 7.000 ad ora.

I combattimenti continuano, con persone terrorizzate ogni giorno.

L’accordo di Cessate il fuoco nazionale (NCA) del 2015, firmato da una minoranza di
organizzazioni armate etniche, sembrava inizialmente ridurre gli episodi di conflitto armato nel sud-est del Myanmar, ma in realtà non ha ridotto il conflitto, né ha creato sicurezza o stabilità per le comunità etniche nelle aree di conflitto.

Dopo l’NCA, gli scontri e le atrocità militari sono aumentati negli stati Kachin, Shan
settentrionale e Rakhine.

Per questo il governo guidato dalla LND ha costantemente fornito ai militari una copertura politica.

Quando dopo le elezioni generali del 2015 è andata al potere la Lega Nazionale per la Democrazia (di Aung San Suu Kyi), è continuata in modi differenti la sottomissione delle popolazioni etniche, a lungo praticata dai militari.

Sono aumentate le pressioni per lo “sviluppo”, ci sono stati riferiti i progetti previsti per le nostre terre, dalle monocolture alle imprese minerarie e alle dighe idroelettriche.

Ma su questi piani non siamo stati consultati, e non abbiamo dato il nostro consenso.

Sono state ignorate le nostre leggi fondiarie consuetudinarie, le politiche fondiarie delle organizzazioni etniche armate e sono state dileggiate le nostre richieste di pace e federalismo.

Le nostre voci non sono mai state ascoltate.

I loro progetti sono andati avanti lo stesso.

La LND ha continuato ciò che il governo di Thein Sein ha iniziato nel 2012, con
l’approvazione della legge sui terreni agricoli e la legge sulla gestione delle terre vacanti, incolte e vergini.

Questi statuti affermavano che tutta la terra in Myanmar era di proprietà dello stato, in conformità con la Costituzione del 2008 redatta dai militari.

È stata legalizzata la confisca della terra da parte del governo e delle imprese private.

Il land grabbing e l’estrazione di risorse naturali sono aumentati nelle aree etniche che sono state soggette a decenni di offensive brutali dei militari.

Sotto il governo LND, le riforme legislative – come gli emendamenti del 2018 alle suddette leggi e l’introduzione di una nuova legge sulle foreste – sono state utilizzate per estromettere ulteriormente gli indigeni dalle loro terre ancestrali.

Le nostre terre consuetudinarie sono state classificate come “vacanti”, come se non esistessimo, e sono state successivamente assegnate ad aziende private o funzionari locali perché le controllassero e le sfruttassero a loro piacimento.

La proprietà e i diritti fondiari consuetudinari, parte integrante della nostra sopravvivenza, non sono mai stati protetti dalla legge del Myanmar.

Questo ha creato tensioni tra le comunità indigene, gli investitori e il governo federale, il che, a sua volta, ha portato a un aumento dell’insicurezza alimentare, della povertà e dell’instabilità politica.

La situazione in cui le popolazioni etniche e indigene si sono trovate negli ultimi cinque anni tra le armi dei militari e le leggi repressive della LND – non può essere chiamata libertà.

Sette decenni di regime militare hanno lasciato un trauma profondo e inconfondibile nelle comunità etniche.

Continua il consueto schema di trasferimenti forzati, uccisioni extragiudiziali,
attacchi militari, arresti di leader locali e distruzione di proprietà, anche se decine di persone coraggiose nelle aree urbane del Myanmar rischiano la vita per protestare contro il regime.

Ci sono numerosi reportage che descrivono in dettaglio l’imprigionamento della dirigenza della LND e la persecuzione sul campo dei membri del partito.

Ma la paura costante con cui viviamo continua in gran parte a passare inosservata e non denunciata.

Anche se alcuni birmani stanno ora riconoscendo la lunga sofferenza delle comunità etniche e indigene, la maggior parte ignora ancora l’esistenza di questa realtà nel proprio paese.

Abbiamo sopportato la guerra, l’autoritarismo, lo sfruttamento e lo sciovinismo.

Ma come il nostro incubo non è iniziato con il colpo di stato, anche la nostra lotta non è iniziata con il colpo di stato.

Lottiamo per l’uguaglianza nazionale, la democrazia, il federalismo, l’autodeterminazione e il diritto a vivere in pace senza paura.

Il Comitato di Sciopero Generale delle Nazionalità (GSCN), una delle voci principali del Movimento di Disobbedienza Civile, ha definito degli obiettivi che tutti noi dovremmo accogliere: la liberazione dei detenuti politici, l’abolizione della dittatura, l’abolizione della Costituzione del 2008 e la costruzione di un’unione federale democratica basata sull’uguaglianza e il diritto all’autodeterminazione.

Spero che il popolo birmano capisca perché non vogliamo tornare a vivere sotto un sistema stabilito dalla Costituzione del 2008, o sotto un governo controllato dalla LND.

In questo momento critico, vi chiedo di unirvi alle nazionalità etniche in una solidarietà condivisa, impegnati a rispettarci tutti come uguali.


LE FORZE ETNICHE SALVANO LE FORZE DEMOCRATICHE DEL MYANMAR…

da ASIA TIMES 21/03/22 – trad. di G. L.

La crisi del Myanmar, seguita al colpo di stato del 1° febbraio, sta giungendo ad un punto di rottura, con le forze di sicurezza della Giunta militare che intensificano la brutale repressione contro i civili disarmati che protestano.

Oltre 250 le vittime e 2.200 arresti.

I leader del movimento di protesta sono costretti alla clandestinità per evitare rappresaglie; si sta formando un governo parallelo nelle aree controllate dalle Organizzazioni Etniche Armate (OEA), che potrebbe offrire una possibilità di combattere al Comitato di rappresentanza del Pyidaungsu Hluttaw (Parlamento) (CRPD) cioè il governo in esilio, istituito subito dopo il colpo di stato in rappresentanza della Lega Nazionale per la Democrazia, il partito della Primo
ministro de facto incarcerata, Aung San Suu Kyi.

Un numero crescente di aderenti alla resistenza del Movimento di Disobbedienza Civile (CDM) anti-militare hanno cercato rifugio nelle aree di confine orientali del Myanmar, dove le OEA hanno a lungo combattuto contro lo stato centrale dominato dai militari.

Tra queste formazioni ribelli, i gruppi armati Kayin, Kayah e Mon e in particolare l’Unione Nazionale Karen (KNU).

Queste OEA hanno denunciato pubblicamente il colpo di stato e il nuovo Consiglio di Amministrazione Statale (CAS) dell’esercito (la Giunta), e hanno dispiegato truppe per proteggere il diritto del movimento a manifestare pacificamente.

Il ribelle Consiglio per la Restaurazione dello Stato Shan (CRSS), ha dichiarato
pubblicamente che darà rifugio e sostegno alle vittime della Giunta e del Tatmadaw, cioè le forze armate del Myanmar.

Secondo alcuni operatori umanitari, diverse centinaia di persone hanno cercato rifugio nelle aree etniche periferiche controllate dalle EAO.

Tra questi, alti esponenti della Lega Nazionale per la Democrazia (LND) – membri della polizia e soldati disertori da alcune basi isolate, ma anche molti professionisti della classe media.Solo due dei cinque confini internazionali del Myanmar possono servire da rifugio.

L’India, che ha già accettato diverse centinaia di persone, tra cui decine di poliziotti disertori, e suo stato di Mizoram ha assicurato l’ospitalità.

Non è invece un luogo sicuro la Cina, e neppure le OEA (forze dei gruppi tribali) del
Nord, che pur non avendo finora partecipato al colpo di stato, non lo hanno neppure
condannato pubblicamente.

Tra queste forze dei gruppi tribali del Nord, fa eccezione l’Esercito per l’Indipendenza Kachin (KIA), che ha dichiarato il suo sostegno al diritto di protestare e nelle ultime settimane ha combattuto il Tatmadaw in diverse aree del nord.

Rimangono le regioni di confine orientale con la Thailandia, che per decenni sono stati i tradizionali luoghi di rifugio per i dissidenti e gli insorti.

Qui precedenti organizzazioni come la Democratic Alliance of Burma (DAB) avevano sede nelle “zone liberate” della l’Unione Nazionale Karen (KNU) durante gli anni ‘90.

La Thailandia ha annunciato la costruzione di circa 20 rifugi lungo il confine.
Sono in corso colloqui tra il Governo in esilio (Comitato di rappresentanza dei Parlamentari Deposti – CRPD) e il Peace Process Steering Team (PPST), che rappresenta i dieci gruppi OEA firmatari del Nationwide Ceasefire Agreement (Accordo nazionale di tregua, del 31 marzo 2015), e altri gruppi armati e partiti politici etnici.

Potrebbe emergere un governo di “unità nazionale” radicato nelle aree etniche.

Tra le proposte, una alleanza tra i molti attori con obiettivi comuni dichiarati, anziché una struttura formale che rischia di impantanarsi negli antagonismi del passato.

Un modello sarebbe il Comitato di Sciopero Generale delle Nazionalità, un gruppo formato da alcune nazionalità etniche più giovani e dinamiche, che hanno di recente organizzato manifestazioni livello nazionale e parlano di una “rivoluzione trasversale”.

In Myanmar il termine “unità” è spesso inteso come sinonimo di sottomissione, e Molti gruppi etnici non sono sottomettersi ancora alle élite Bamar che ora fuggono dalle aree urbane per rifugiarsi nelle zone etniche.

Solo di recente il Comitato di rappresentanza dei Parlamentari Deposti ha cancellato tutte le forze dei Gruppi Tribali (EAO) dalla lista di terroristi e associazioni illegali; molti gruppi si domandano tuttavia perché la LND non lo ha fatto mentre era al potere dal 2016-2020.

Alcuni giovani attivisti stanno discutendo apertamente di resistenza armata, su modello dell’All Burma Students Democratic Front (Fronte Democratico Studentesco panbirmano) creato dopo la rivolta pro-democrazia del 1988, anch’essa brutalmente repressa dal Tatmadaw.

Obiettivo non semplice nelle condizioni attuali, e i paesi confinanti potrebbero frapporsi temendo un aggravamento del conflitto armato ai loro confini.

C’è inoltre la possibilità di un embargo internazionali sulle armi al Myanmar, che se applicato anche alle EAO, potrebbe pregiudicare la loro resistenza.

È improbabile che il mercato regionale delle armi di piccolo calibro sostenga un nuovo gruppo armato anti-Giunta, soprattutto se osteggiato da Thailandia e Cina, che sono entrambi fornitori chiave di armi non solo al Tatmadaw ma anche a molte EAO.

Nel 2009, riuscirono a formarsi nuove e disciplinate forze armate insurrezionali: l’Arakan Army (AA) e il Ta’ang National Liberation Army (TNLA) sotto la tutela del KIA, e in seguito divenute le due maggiori forze armate tribali, delle EAO.

Le grandi potenze non vogliono la creazione di nuovi gruppi armati, posizione che motivano con il timore di un aggravamento dello scontro interno, che servirebbe a radicare maggiormente le forze armate, il Tatmadaw.

Il Joint Peace Fund (Fondo Congiunto per la Pace) finanziato dalle potenze occidentali, ha versato decine di milioni di dollari che sono serviti di fatto a sostenere il Tatmadaw.