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[CONTRIBUTO] Contro il fisco dei capitalisti, per una piattaforma di classe sul terreno fiscale

Riceviamo e pubblichiamo questo contributo dai compagni della redazione Il Pungolo Rosso, già disponibile sul loro sito (vedi qui):

A corredo di questo post sulla questione fiscale, che tanta parte ha avuto nell’attuale campagna elettorale fino ad arrivare – due giorni fa – al siluramento da destra anche della “riforma Draghi”, ripubblichiamo qui un testo della TIR di più di un anno fa, senza doverne modificare una virgola. In coda ad esso un altro testo sui risultati delle Commissioni Finanze di Camera e Senato e il richiamo ad una ricognizione storica della questione fiscale nel movimento comunista.

Il Pungolo Rosso

Per una piattaforma di classe sul terreno fiscale

Detassazione dei salari, imposta progressiva,

patrimoniale del 10% sul 10% più ricco!

Quando un lavoratore riceve la busta paga, sempre di più prova sconcerto per la differenza tra il “lordo” contrattato e spesso frutto di lotte, e il “netto” che riceverà. Una differenza dovuta principalmente alle tasse, che tende a crescere di anno in anno, e priva i lavoratori di una buona parte dei già magrissimi aumenti ottenuti con i rinnovi dei contratti nazionali e aziendali (e con il lavoro straordinario).

Un esame approfondito di chi paga le tasse in Italia (e negli altri paesi capitalistici avanzati) 1 ci mostra che a pagare le tasse sono soprattutto i lavoratori dipendenti, non i padroni o i ricchi in generale. Lo Stato negli ultimi decenni ha prelevato una parte crescente di salari e stipendi, mentre ha alleggerito il prelievo su profitti, interessi, rendite e altri redditi dei capitalisti e dei borghesi.

Lo ammettono gli stessi esperti borghesi. L’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco ha dichiarato in una audizione davanti alle Commissioni Finanze di Camera e Senato che:

In sintesi, mentre fino agli anni ’80 del secolo scorso, i redditi di lavoro rappresentavano percentuali del reddito complessivo pari al 60-65%, oggi tale quota, comprensiva anche dei redditi di lavoro indipendente, risulta in Italia inferiore al 50% (47%), al contrario, i prelievi, fiscali e contributivi, direttamente commisurati ai redditi di lavoro, rappresentano il 18% del Pil e quelli commisurati agli altri redditi solo il 6%. In altre parole, il 47% del reddito prodotto paga oggi il 75% del gettito fiscale complessivo, e il 53% solo il 25%.

Quindi i lavoratori dipendenti, i cui salari e stipendi lordi sono meno della metà dei redditi in Italia, pagano 3 volte le imposte sui redditi rispetto a padroni, proprietari immobiliari, finanzieri e rentiers, liberi professionisti, commercianti, ecc., che hanno più della metà dei redditi. Ossia, in proporzione al reddito, un operaio o un impiegato paga più di 3 volte dei ricchi borghesi! Un mondo al rovescio, a misura della borghesia. Non ce ne stupiamo, è una conferma del fatto che questa è la società della borghesia, che la borghesia è la classe dominante nel capitalismo. Ma ciò non significa che la classe lavoratrice deve accettare questo stato di cose.

Così come i lavoratori devono lottare per difendere il salario contro l’aumento del costo della vita, e per soddisfare i bisogni storicamente crescenti, così devono lottare contro un prelievo fiscale che sempre più si accanisce contro salari e stipendi. Questa lotta non è contro il singolo padrone capitalista, o contro una associazione di categoria dei padroni, ma contro lo Stato, che incarna il potere collettivo della classe dominante. Tra i poteri dello Stato c’è il potere fiscale, che poggia anche sul suo monopolio della violenza (se non paghi, ti può prendere quel che hai, e anche mettere dietro le sbarre). E le tasse che impone servono anche a mantenere questo monopolio, pagando polizia, carabinieri, guardia di finanza, esercito, magistratura, governo e parlamento che fanno le leggi.

Non solo i padroni sfruttano i lavoratori dando loro come salario solo una parte del valore che creano col loro lavoro, ma prima ancora che i lavoratori vengano pagati, arriva lo Stato a sottrarre loro una parte del salario che avevano ottenuto (IRPEF, addizionale regionale e comunale, oltre ai contributi obbligatori). Se i lavoratori non reagiscono con una lotta anche sul terreno fiscale, perdono quello che avevano conquistato sul terreno dell’azienda, o del contratto nazionale…

L’ingiustizia fiscale non è frutto del caso. È il risultato di decine e decine di leggi e leggine proposte nei decenni dai vari governi e approvate dal Parlamento a favore dei borghesi grandi, medi e piccoli, e contro i lavoratori dipendenti – operai/e, proletari/e, impiegati/e. L’imposta sui redditi come la conosciamo oggi è stata introdotta in Italia tardi, solo nel 1973. Sull’onda delle lotte operaie di fine anni ’60-primi anni ’70, con le quali i lavoratori conquistarono significativi miglioramenti salariali e normativi, venne introdotta una IRPEF con 32 aliquote, che partivano dal 10% per i redditi più bassi per arrivare al 72% per quelli più alti. Con il rifluire delle lotte, il Parlamento ha progressivamente snaturato questa imposta, alzando l’aliquota minima dal 10 al 23% (fino a 15.000 euro l’anno) e riducendo quella massima dal 72 al 43% (oltre i 75.000 euro). Il prelievo sale molto per i redditi bassi e medi (27% da 15.000 euro, 38% oltre i 28.000), e diventa piatta per i redditi elevati.

Non solo: sempre più redditi sono stati sottratti a questa tassazione (poco) progressiva e tassati in maniera fissa e più bassa di salari e stipendi: i profitti d’impresa, che erano tassati al 37%, ora sono tassati al 24%! Meno di un salario di 1.500 euro al mese… Ai grandi proprietari immobiliari è stata regalata la “cedolare secca” del 20%! I rentier della finanza pagano pure fisso, tra il 12,5% e il 26% a seconda dei titoli. Alla piccola e media borghesia con partita IVA il governo Salvini-Di Maio ha regalato la flat tax al 15% fino a 65.000 euro, cosa che “rischia” di “violare il principio economico di equità orizzontale e quello costituzionale di eguaglianza” , come ammette pudicamente lo stesso direttore generale dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini. Quasi solo salari, stipendi e pensioni sono assoggettati alle aliquote (poco) progressive dell’IRPEF.

Sintetizza ancora V. Visco: “Le tasse in Italia (ma non solo) risultano nel loro complesso progressive per i redditi bassi, proporzionali per gran parte dei contribuenti, regressive per i redditi alti” (che vuol dire che più guadagni, meno paghi in proporzione).

Questa “ingiustizia fiscale” (ingiustizia anche dal punto di vista dell’ideologia borghese dell’uguaglianza di fronte alla legge e allo Stato), riflette l’iniquità di una società divisa in classi di sfruttatori e sfruttati, ed è il prodotto di governi di centro-destra come di centro-sinistra succedutisi negli ultimi 40 anni. Essa è il prodotto non di singoli partiti, ma di tutto il sistema politico italiano, borghese e antiproletario.

Anziché svolgere una funzione di “redistribuzione” dei redditi nel senso di attenuare le differenze sociali come vorrebbe l’ideologia democratica, specie nella versione “keynesiana di sinistra”, il fisco italiano accentua queste ineguaglianze tartassando anzitutto gli operai e i proletari, i lavoratori salariati in genere, e risparmiando i capitalisti e i borghesi.

Se calcoliamo anche le perdite su detrazioni fiscali, assegni familiari e “trattamento integrativo” (i 100 euro di rimborso fiscale), che si riducono con l’aumentare dell’imponibile IRPEF, su un aumento lordo di 100 euro i lavoratori ricevono al netto solo intorno ai 40 euro (anche meno se si varcano delle soglie critiche), il resto va in tasse e contributi.

In questo modo il Fisco (lo stato-cassa della classe capitalistica) interviene direttamente nel processo di sfruttamento, riducendo i salari, e aumentando quindi la parte del valore prodotto che viene sottratta ai lavoratori, e va al plusvalore nella forma di imposta. All’imposta si aggiungono i contributi obbligatori, sia a carico del lavoratore che versati direttamente dalle aziende (che almeno in parte sono salario differito: pensioni, infortuni, cassa malattia, cassa integrazione, indennità di disoccupazione, assegni familiari, ), e le imposte indirette: l’IVA e le accise su benzina, tabacchi, alcolici, ecc., che prelevano un’altra parte di salario nel momento dell’acquisto dei beni di consumo.

Questa altissima aliquota fiscale “marginale”, cioè sugli aumenti di retribuzione conquistati con lotte e contrattazione, determina una forte pressione verso forme retributive in nero “legali” quali i buoni pasto, il welfare aziendale, i premi di risultato, o illegali, quali trasferte e rimborsi fasulli, pagamenti fuori busta, accentuando l’aziendalizzazione del salario e il legame corporativo lavoratori-azienda [la subordinazione corporativa dei lavoratori alla “propria” azienda”], a scapito della generalizzazione della lotta per l’aumento dei minimi contrattuali e dell’unità tra lavoratori. Trasforma paradossalmente chi lotta per aumenti salariali “in regola” in una sorta di esattori per conto del Fisco.

Per questo la lotta per il salario deve essere accompagnata dalla lotta per ribaltare l’attuale sistema fiscale:

  • Detassazione del salario operaio medio. Oggi il salario è detassato solo fino a circa 8 mila euro l’anno, una cifra con cui non si può vivere. Il salario necessario per vivere, diciamo intorno a 18.000 euro l’anno (corrispondenti a 1.300 euro al mese per 14 mensilità) non deve essere tassato.
  • Imposte dirette fortemente progressive. Tornare ad esempio al 10% per redditi appena sopra il livello di esenzione, e aumentare progressivamente il prelievo, ben oltre il 50% (negli anni ’70 era il 72%) per i redditi più elevati, includendo tutti i redditi, anche i profitti, i dividendi, le rendite finanziarie e immobiliari, ecc.
  • Raddoppiare gli assegni familiari per i figli. Oggi le misure a sostegno di chi ha figli a carico in Italia sono tra le più basse dei paesi sviluppati (1,6% della massa salariale). Con l’assegno unico che entrerà in vigore a luglio, sarà allargata la platea dei beneficiari ai lavoratori autonomi, ma saranno esclusi i lavoratori dipendenti precari con contratto a termine inferiore ai due anni: un’ignominia! Chiediamo che l’assegno unico sia raddoppiato almeno a 400 euro per figlio; con 200 euro non si fa crescere un bambino!
  • Imposta patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione. Sono coloro che da decenni hanno goduto dei privilegi fiscali. Il 10% più ricco della popolazione possiede tra il 50% e il 60% di tutta la ricchezza personale in Italia, pari a oltre 4 volte il PIL italiano. Si può calcolare che solo negli ultimi 10 anni i ricchi hanno aumentato di circa un quinto la loro ricchezza solo grazie a questi privilegi fiscali (alle tasse che hanno pagato in meno rispetto ai lavoratori dipendenti). La patrimoniale del 10% recupererebbe solo metà di questo bottino.
  • Un forte aumento dell’imposta di successione per i grandi patrimoni (in Francia arriva al 60%, contro il 4% dell’Italia) completa le rivendicazioni di classe che proponiamo sul terreno fiscale.

Da chi è costituito il 10% dei più ricchi? Da coloro che hanno patrimoni all’incirca superiori a 500 mila euro. Socialmente: tutta la grande e media borghesia, la parte superiore della piccola borghesia (i lavoratori autonomi con dipendenti). Secondo Eurostat l’Italia ha 4,5 milioni di “lavoratori indipendenti” contro i 3 milioni della Francia. Di questi 4,5 milioni, circa 3,25 milioni sono lavoratori autonomi, che vivono del proprio lavoro, mentre 1,25 milioni hanno dipendenti. A questi sono da aggiungere ad esempio quei liberi professionisti che formalmente non hanno dipendenti, ma che hanno diverse persone che lavorano per loro come liberi professionisti (studi professionali di vario genere). Grosso modo, sono queste persone, gli alti dirigenti delle imprese private e pubbliche, che svolgono le funzioni dei capitalisti/azionisti, e dello Stato, con le loro famiglie, e gli ex imprenditori in pensione, a rientrare nel 10% più ricco.

Un’imposta del 10% della loro ricchezza frutterebbe tra 400 e 500 miliardi, 2-2,5 volte il Recovery Fund europeo. Una somma ingente che permetterebbe di finanziare grossi investimenti sociali per una sanità pubblica, universale e gratuita, volta alla prevenzione prima che alla cura, e altri investimenti sull’istruzione.

L’inclusione di tutti i redditi ora (de)tassati a parte in una imposta fortemente progressiva permetterebbe tra l’altro di finanziare il salario medio garantito a disoccupati e sottoccupati che è tra le rivendicazioni del Patto d’Azione.

Una battaglia politica sul fisco impostata secondo una logica di classe

  • unisce operai/e, proletari/e, impiegati/e, anche i non sindacalizzati, in un unico fronte contro la borghesia;
  • porta allo scontro con i partiti parlamentari, che hanno creato e difendono questo sistema;
  • mette a nudo i rapporti tra tutte le classi e il ruolo dello Stato borghese, molto più della lotta per il salario (oggi peraltro inesistente o limitata a qualche settore come la logistica);
  • oltre a spostare sui padroni il peso del debito pubblico accumulato a dismisura nella crisi, punta ad aumentare il salario reale di tutti i lavoratori dipendenti;
  • permette quindi di coinvolgere un numero più ampio di lavoratori rispetto a quelli che oggi lottano per difendere/migliorare il proprio salario attraverso i contratti nazionali di lavoro in quanto punta ad aumentare il salario reale di tutti i lavoratori dipendenti, anche quelli che non sono coperti dai contratti nazionali o di settori che non hanno la forza di rinnovare i contratti;
  • permette di fare avanzare la coscienza dei lavoratori coinvolti e delle loro avanguardie, oltre il rapporto operaio/padrone, come “classe per sé” nei confronti delle altre classi e dello Stato.

Lungi da noi pensare che queste rivendicazioni, se ottenute con la lotta, porteranno a una società capace realmente di soddisfare i bisogni del proletariato. L’origine delle ineguaglianze, come delle crisi e delle guerre, è nei rapporti di produzione, nella scissione della società tra borghesi e proletari, sfruttatori e sfruttati, in una parola nel capitalismo, che neppure la più radicale delle riforme fiscali può terremotare. Ma perché la classe lavoratrice arrivi alla consapevolezza della necessità di lottare per superarlo, deve toccare con mano, nella lotta per miglioramenti parziali della propria condizione, il carattere classista di questa società e dello Stato, l’“ingiustizia” dal punto di vista di classe di questa formazione sociale, e la possibilità di vincere con la lotta.

Dopo 50-60 anni di progressiva detassazione del capitale e di crescente imposizione fiscale sui salari e gli stipendi, la situazione è diventata così estrema da indurre gli stessi vertici delle istituzioni internazionali (Fondo Monetario) e nazionali (Agenzia delle Entrate, Banca d’Italia) a porre la questione di rendere la tassazione un po’ meno iniqua per timore di esplosioni sociali. Biden ed i democratici statunitensi mostrano di volersi muovere in questa direzione, con la creazione di una minimum tax a livello globale sulle imprese multinazionali (purché sia adottata da tutti gli stati), l’aumento dell’aliquota aziendale sugli utili dal 21% al 28%, e la introduzione di una nuova imposta minima del 15% per le grandi imprese che, pur avendo bilanci fortemente attivi, riescono a minimizzare i loro versamenti al fisco (nel 2020, ad esempio, un anno formidabile per Amazon, il suo versamento al fisco è stato pari al 9,4% dei suoi utili). Qualche timido passo è stato fatto anche dal governo Sanchez in Spagna e prospettato da altri governi e da un pool di economisti socialdemocratici (Piketty e altri).

Secondo alcuni detrattori, che seguono astratti schemi economicisti in una logica in tutto e per tutto infantile, questo dimostrerebbe che le rivendicazioni di lotta che noi avanziamo rappresentano un accodamento a ricette proprie di settori del grande capitale finanziario. Per noi, invece, dimostrano che la questione fiscale è diventata una questione politica cruciale in questa fase di doppia crisi economica e sanitaria, ineludibile per il proletariato. Una questione su cui la grande borghesia ed i governi fanno politica, manovrano, per accrescere il proprio credito, al momento non eccelso, davanti al proletariato e agli sfruttati. In Italia questa manovra è, da decenni, a tripla faccia: oltre a rivendicare la riduzione del “cuneo fiscale e contributivo” (con il conseguente taglio del welfare), da un lato sollecita i capi sindacali a chiedere una “seria lotta all’evasione fiscale”, e cioè una qualche tosatura di quei ceti medi accumulativi che da 75 anni sono scandalosamente esentasse, o quasi; dall’altro sventolano davanti a questa moltitudine di loro supporter esentasse (o quasi) il drappo rosso della patrimoniale “di massa” e dell’inasprimento del prelievo fiscale ai loro danni, per aizzarli contro “il fisco ladro”, visto come filiazione delle rivendicazioni operaie.

Nell’anno pandemico i detentori di grandi patrimoni hanno anche giocato, preventivamente, la carta delle donazioni trasformandosi da conti dracula in generosi donatori di sangue; ma se questo non bastasse, potrebbero perfino accettare un ritocco delle aliquote fiscali più alte, che è però per il momento del tutto escluso dal governo Draghi con il suo riferimento ad una futuribile riforma fiscale da costruire sul modello danese (che ha ridotto, non accresciuto, l’aliquota massima).

L’enorme aumento del debito pubblico per tamponare l’avvitamento della crisi, che al momento appare ingannevolmente del tutto gratuito, imporrà invece a medio termine un aumento delle imposte in tutti i paesi, e in particolare in Italia, dove il debito supererà il 160% del PIL. Su quali classi sociali graverà questo aumento? Chi pagherà “il costo della crisi”? Se non vorranno accodarsi passivamente alla manovra anti-operaia del grande capitale, facendo blocco con i grandi capitalisti contro i piccoli capitalisti e lasciandosi portare al macello dai Landini&Co., i proletari e i salariati dovranno esprimere una propria autonoma posizione sulla questione, che corrisponda ai propri bisogni, e farne oggetto di mobilitazione e di lotta, in una con la lotta per gli aumenti salariali, la lotta per la riduzione degli orari di lavoro e contro i licenziamenti, per la libertà di organizzazione e di sciopero contro la repressione statale, e tutto il resto.

L’idea che la classe lavoratrice possa tenersi fuori dallo scontro intorno al fisco è totalmente fuori dalla realtà, prova di cecità, dal momento che è già chiamata in causa, sia come bersaglio designato che come “alleato” (da usare), tanto dal grande capitale quanto dai piccoli-medi accumulatori, che blandiscono operai e salariati con l’ipotesi di una generalizzata detassazione di tutto e tutti che significherebbe una sola cosa: la totale demolizione di quel che resta del “welfare” e l’esposizione individuale dei lavoratori e delle loro famiglie ai rischi e necessità della vita, esposizione che diviene un business fonte di profitti per i gruppi assicurativi, sanitari, case di cura, ecc.

Senza una mobilitazione operaia e proletaria su una propria autonoma piattaforma di classe, che abbiamo qui delineato, è facile prevedere che saranno proprio i lavoratori ad essere chiamati ancora una volta a sostenere il grosso del peso (l’alternativa è il finanziamento monetario, cioè l’inflazione, che falcidierebbe i salari).

Solo un ampio movimento politico di lotta potrà costringere governo e parlamento italiani a invertire 40 e passa anni di legislazione fiscale a favore della borghesia e sulle spalle dei proletari. La lotta contro il fisco di classe è oggi fondamentale per la difesa del salario e ancor più per la crescita di un movimento operaio anticapitalista.

Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria

1 Vedi il documento La questione fiscale e il proletariato in Italia, di cui questo testo è una sintesi.

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Fisco: i lavoratori pagano per i ricchi

– R. L.

Da circa un anno le Commissioni Finanze di Camera e Senato hanno “lavorato” sulla questione fiscale, con decine di audizioni di esperti e funzionari pubblici, che hanno fornito un quadro abbastanza chiaro del sistema fiscale italiano.

Come abbiamo già riportato (vedi qui), una delle sintesi più lucide è stata quella dell’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco (PD): “In sintesi, mentre fino agli anni ’80 del secolo scorso, i redditi di lavoro rappresentavano percentuali del reddito complessivo pari al 60-65%, oggi tale quota, comprensiva anche dei redditi di lavoro indipendente, risulta in Italia inferiore al 50% (47%), al contrario, i prelievi, fiscali e contributivi, direttamente commisurati ai redditi di lavoro, rappresentano il 18% del Pil e quelli commisurati agli altri redditi solo il 6%. In altre parole, il 47% del reddito prodotto paga oggi il 75% del gettito fiscale complessivo, e il 53% solo il 25%.”Daciò egli deduce che “Si tratta di uno squilibrio eccessivo, alla lunga insostenibile, che penalizza l’impiego di lavoro (cuneo fiscale) ed indica la necessità di trasferire una parte del prelievo sui redditi di capitale riducendo l’Irpef e fiscalizzando i contributi sociali”.

Un piccolo calcolo aritmetico ci dà che su uno stesso reddito i lavoratori dipendenti pagano mediamente 3,4 volte le imposte e contributi pagati dagli indipendenti (imprenditori e lavoratori autonomi). Una enorme iniquità fiscale che ci restituisce il carattere borghese e antioperaio dello Stato (a parte il fatto che è la negazione della previsione costituzionale della progressività delle imposte [art. 53], ma come sappiamo la Costituzione italiana come e più delle altre è, a partire dall’art. 1, l’imbellettamento populista della società capitalista).

Se non è possibile immaginare un sistema fiscale socialmente “giusto” quale colonna portante dello Stato borghese, esso in un modo o nell’altro è influenzato dalla dinamica dei rapporti tra le classi. Quando venne istituita l’IRPEF (Imposta sui redditi delle persone fisiche), nel 1972, il Parlamento e il Governo legiferarono sotto la pressione della più grande ondata di lotte operaie della storia italiana, iniziata con l’autunno caldo del 1969. Gli operai con la lotta erano in grado di strappare aumenti salariali che coprissero gli aumenti dei prezzi (per questo Gianni Agnelli concesse la scala mobile dei salari, per ottenere la “pace sociale”) e delle tasse. Per questo venne varata una imposta sui redditi con ben 32 scaglioni di aliquota, che salivano progressivamente dal 10% per i redditi più bassi, fino al 72% per quelli più alti. Sulla carta, un fisco Robin Hood, con i ricchi che avrebbero dovuto cedere allo stato quasi i tre quarti del loro reddito personale (in realtà gran parte dei redditi dei ricchi sono stati progressivamente sottratti all’IRPEF). Negli anni seguenti, con il riflusso delle lotte operaie, anche l’IRPEF venne modificata, aumentando progressivamente l’aliquota inferiore, dal 10% al 23% attuale, e venne ridotta l’aliquota superiore, dal 72% al 43% attuale (per i redditi superiori a 55.000 euro).

I redditi più alti prima dovevano pagare 7 volte quelli bassi, ora neanche il doppio. Ma in realtà, come risulta dalla sintesi di V. Visco, nel loro complesso pagano molto meno, perché gran parte dei redditi dei ricchi non è soggetta all’IRPEF, con i redditi finanziari che sono tassati tra il 12,5% il 26%, i profitti al 24% con l’IRES. Inoltre i redditi delle ditte individuali e partite IVA hanno avuto dal governo Lega-5Stelle il privilegio dell’imposta al 15% fino a 65.000 euro (un lavoratore dipendente sopra i 28.000 euro deve pagare il 38%): un fisco che è diventato anche formalmente di classe, abbandonando anche la parvenza dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e allo Stato. A parità di reddito, un lavoratore dipendente deve pagare molte più tasse di un professionista o commerciante (che ha anche molte più possibilità di evadere) per il solo fatto che è un lavoratore dipendente.

Cambieranno le cose con la “riforma fiscale” in preparazione? Al termine dell’indagine conoscitiva, i partiti hanno fornito alle Commissioni Finanze di Camera e Senato le proprie proposte di “riforma fiscale”. Abbiamo esaminato le proposte dei 7 principali partiti parlamentari: PD, 5Stelle, Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Italia Viva, Liberi e Uguali, e in nessuna abbiamo trovato espressa la volontà di porre rimedio all’iniquità di cui sopra, né proposte concrete in tale direzione.

Il PD pone solo il problema di modificare la combinazione tra scaglioni, detrazioni e bonus fiscale per evitare salti nella curva IRPEF, e l’aumento dell’imposta sulle successioni (che come incidenza sul PIL in Italia è un quarto di quella tedesca, un quinto di quella inglese e meno di un decimo di quella francese), ma senza tassare quelle sotto… 1 milione di euro (una soglia davvero proletaria!), e dice un no chiaro alla patrimoniale.

Il M5S afferma platealmente che l’obiettivo della riforma fiscale deve essere “la crescita”, non la ridistribuzione della ricchezza, che va attuata tramite “sussidi e servizi”. Propone la Dual Income Tax, ossia la tassazione separata (come del resto già avviene) dei redditi da lavoro e redditi finanziari, questi da tassare con il primo scaglione IRPEF: quindi il 23%, riducendo l’attuale aliquota del 26%. Ossia: far pagare ancora meno i ricchi che vivono di rendita! Per quanto riguarda l’IRPEF, appoggia la proposta del Ministero delle Finanze di un addolcimento degli scaglioni, con il 23% fino a 25.000 euro, e il 33% fino a 55.000. E forse vergognandosi un po’ di aver dato ai piccoli borghesi la flat tax al 15% propone di ridurre il tetto da 65 a 55 mila euro, ma con agevolazioni per chi cresce oltre quella soglia…

Forza Italia mette insieme una dozzina di proposte che hanno un sapore elettoralistico perché vorrebbero soddisfare tutti, dalla sanatoria per gli evasori chiamata “pace fiscale” alla tassazione al 15% degli aumenti di reddito (per favorire la “crescita”, ovviamente), al superamento dell’IRAP per le imprese, la eliminazione/riduzione dell’imposta di successione (giusto che la ricchezza si trasmetta geneticamente), e anche una “no tax area” di 12 mila euro, insieme alla riduzione delle aliquote IRPEF, mentre curiosamente propone di alzare la flat tax al 23% sopra i 25 mila euro. Un tentativo forse di recuperare voti operai dando per persi a favore della Lega e FdI quelli della piccola borghesia.

Fratelli d’Italia a sua volta cerca di accattivarsi il “ceto medio” dipendente riducendo ancora più la progressività dell’IRPEF (da 28 mila fino a 55 mila euro resterebbe il 27% al posto del 38%), per poi portare la flat tax del 15% anche al lavoro dipendente, ma… “a medio termine”, e poi elenca una lunga serie di agevolazioni per professionisti, imprenditori, proprietari immobiliari, in concorrenza con

la Lega, che propone l’esenzione dell’IMU sulle case dalla seconda in poi nei comuni fino a 30 mila abitanti, oltre all’imposta sostitutiva del 15%, e l’esenzione contributiva, per gli incrementi di reddito sia per i lavoratori (che così non avranno gli aumenti sulla pensione) e le imprese (che pagheranno meno tasse e contributi negli anni delle vacche grasse). Salvini, a caccia dei voti di negozianti e professionisti, continua a lanciare la proposta di estendere la flat tax del 15% fino a 100 mila euro di reddito (un regalo di più di 20 mila euro alle fasce alte, pagato dai lavoratori dipendenti).

LEU e Italia Viva propongono l’adozione del modello americano di imposta negativa fino a un certo livello di reddito, che negli USA sostituisce i nostri assegni familiari. Mentre I. Viva propone tutta una serie di misure a favore di imprese e redditi finanziari, LEU è l’unico gruppo parlamentare a parlare di patrimoniale, ma ponendo il limite massimo dell’1%, eliminando al suo posto le imposte su patrimoni e redditi da capitale, inclusa l’IMU: una “patrimoniale” che convenga anche ai miliardari…

Niente di nuovo sotto il sole. Il Parlamento, il sistema dei partiti parlamentari si dimostrano istituzioni della borghesia, grande e piccola, essi stessi composti in gran maggioranza da esponenti di questa classe: alla Camera solo 5 su 630 deputati sono ex operai, neanche uno su cento, a fronte di più di 100 tra imprenditori e dirigenti e ben 71 avvocati. I governi che si sono succeduti, espressione principalmente della grande borghesia, hanno mediato con i parlamenti le varie “riforme fiscali” fino all’attuale assetto, e la riforma in discussione ritoccherà il sistema cercando di adeguarlo ai nuovi equilibri tra le frazioni e settori della grande e piccola borghesia, non certo a favore dei proletari. Né saranno le visite a Palazzo Chigi di Landini & C. per avere qualche briciola in più degli 8 miliardi di riduzione del “cuneo fiscale” a ribaltare la situazione. Senza chiamare i lavoratori alla lotta, non c’è da aspettarsi alcuna significativa modifica dell’iniquità e regressività di fondo del sistema fiscale italiano.

Il sistema fiscale già opera una gigantesca operazione ridistributiva alla rovescia (ancora V. Visco: : “Le tasse in Italia (ma non solo) risultano nel loro complesso progressive per i redditi bassi, proporzionali per gran parte dei contribuenti, regressive per i redditi alti”), e possiamo stimare che il fisco ridistribuisca circa 150 miliardi annui, l’8% del PIL, dai lavoratori ai ricchi.1 Non basta l’ineguaglianza determinata da un crescente sfruttamento, che in 40 anni ha ridotto la quota dei salari da quasi il 60% del PIL al 47%. Il sistema fiscale, che secondo l’ideologia democratica dovrebbe essere “progressivo” e ridistribuire parte dei redditi dai ricchi ai poveri, opera nel senso opposto, prelevando molto di più dai lavoratori dipendenti che dagli imprenditori e lavoratori indipendenti in generale.

Questo significa anche che il fisco contribuisce fortemente all’ineguaglianza sociale e all’accumulazione della ricchezza. Se si calcola (nota 1) che i borghesi hanno pagato meno tasse rispetto ai salariati per un importo annuo pari all’8% del PIL, solo negli ultimi dieci anni hanno accumulato quasi 1.500 miliardi di ricchezza solo grazie ai privilegi fiscali Secondo uno studio2 il 10% più ricco degli italiani è salito da meno di metà della ricchezza complessiva nel 1995 a oltre il 60% nel 2016. Altri calcoli danno il 50% del PIL al 10% più ricco (e il 25% circa all’1%). Dato che il totale della ricchezza è stimato intorno a 8 volte il PIL, il 10% dei più ricchi possiede una ricchezza pari a 4-4,8 volte il PIL, pari a 7.200-8.600 miliardi. Una imposta patrimoniale del 10% sul 10% più ricco, come rivendicato dal Patto d’Azione frutterebbe quindi tra i 720 e gli 860 miliardi di euro, ammesso e non concesso che riuscisse a intercettare tutti i loro patrimoni. Si tratta di una somma quasi quadrupla dei fondi europei per il PNRR, una cifra che permetterebbe tra l’altro di rilanciare la sanità su una base universale, gratuita e mirata alla prevenzione a partire dal territorio, di aprire migliaia di asili nido e scuole materne, di realizzare progetti per la protezione dell’ambiente. Non si tratterebbe di un esproprio, i ricchi non sarebbero chiamati a restituire neppure quanto hanno pagato in tasse in meno rispetto ai lavoratori dipendenti in un decennio, e manterrebbero il 90% delle loro ricchezze. Non una rivoluzione, ma una rivendicazione in sé compatibile con il sistema economico capitalista (non abbiamo mai pensato che il capitalismo possa essere rovesciato o crollare a seguito di rivendicazioni economiche). Ma che può favorire la creazione di un fronte di lotta anticapitalista.

Il fatto che tutti i partiti si dichiarano contro la patrimoniale ne fa tuttavia una rivendicazione che pone i lavoratori salariati, e lo strato inferiore degli autonomi, contro tutto il sistema politico, difensore della borghesia, e quindi mette a nudo il carattere classista della società capitalista e del sistema politico italiano. Questa rivendicazione, fatta propria dal Patto d’Azione per un fronte unico anticapitalista e dall’Assemblea delle lavoratrici e lavoratori combattivi, va portata avanti con una campagna politica di massa, capace di coinvolgere lavoratori e disoccupati nei territori, anche coloro che non possono organizzarsi sindacalmente perché lavorano in aziende troppo piccole.

Una tale campagna deve però affrontare anche l’altro corno del problema: la forte tassazione delle buste paga. Va affermato il principio che un salario necessario per vivere non deve essere tassato, e quindi l’esenzione fiscale fino ad almeno 18-20 mila euro di imponibile IRPEF annuo (tra 1.300 e 1.400 euro lorde per 14 mensilità), una più bassa aliquota di base rispetto al 23% per le prime fasce sopra questo livello, e una più ripida progressività sopra il doppio del minimo esente. Oltre all’assoggettamento dei redditi finanziari a una tassazione almeno pari a quella dei redditi medio-alti. Solo in questo modo il sistema fiscale cesserebbe di essere un meccanismo perverso di redistribuzione dai ricchi e rentier ai lavoratori dipendenti. In questo modo la battaglia sul terreno fiscale si collega alla lotta per la difesa del salario, in un lungo ciclo di riflusso delle lotte economiche dei lavoratori, che ha visto i salari italiani diminuire in trent’anni, unico paese in Europa e tra i pochi al mondo.

La riforma fiscale abbozzata dal governo al momento in cui andiamo in stampa prevede invece sgravi soprattutto per la fascia alto-impiegatizia e dirigenziale tra i 35 e i 50 mila euro di reddito annuo, mentre gli sgravi per i livelli di reddito operai non recupereranno neanche il fiscal drag, che sta divenendo pesante con l’inflazione che cresce (si pagano più tasse su salari che aumentano in termini di euro, ma diminuiscono in termini di potere d’acquisto).

I vertici di CGIL, CISL e UIL, che il 29 novembre hanno balbettato davanti a Draghi e Franco la loro richiesta di più sgravi sui salari, si sono sentiti rispondere che la proposta del governo, frutto di un compromesso tra i partiti borghesi, non cambia. E con la coda tra le zampe se ne sono andati senza la minima intenzione di chiamare i lavoratori alla lotta, come già sulle pensioni.

Non ci illudiamo che una battaglia sul fisco possa portare una società equa. Le ineguaglianze e “ingiustizie” sociali hanno la loro radice nei rapporti di produzione capitalistici, in una società divisa in classi, in cui la borghesia si appropria del prodotto del lavoro dei proletari, in cui lo scopo dell’attività produttiva è il profitto di pochi e non i bisogni di tutti. Non può essere una diversa tassazione, neppure abbinata a un welfare più attento ai bisogni, che cancella l’ingiustizia del rapporto di sfruttamento e l’ineguaglianza che ne deriva. Ma una battaglia politica sul terreno fiscale, se riesce a coinvolgere masse di lavoratori insieme a quella per un salario di sussistenza sotto il quali per legge non si può retribuire il lavoro (ad es. 10 euro l’ora per 14 mensilità, cifra che per quanto modesta in Italia solleverebbe dalla condizione di working poor diversi milioni di lavoratrici e lavoratori tenuti molto al di sotto di questo livello dalla stessa contrattazione dei confederali, non solo dei sindacati pirata) e per il salario medio garantito corrispondente (10 euro per 173 ore mensili) per disoccupati e precari, può mettere a nudo il carattere borghese dei partiti parlamentari, compresi quelli populisti, e far comprendere a molti lavoratori la necessità di un fronte unico di classe e di una lotta per il rovesciamento di questo sistema.

Note

1 Se, come afferma V. Visco, sul 47% di reddito che va in salari viene prelevato il 75% delle imposte dirette, mentre sul 53% che va alla grande e piccola borghesia viene prelevato solo il 25%, dato che le imposte dirette pesano per il 14,4% del PIL ne deduciamo che su salari e stipendi si preleva il 10,8% del PIL in tasse, pari a un’aliquota media del 23% circa, mentre sugli altri redditi viene prelevato solo il 3,6% del PIL, ossia un’aliquota media del 6,8% sui loro redditi. Se i profitti, i dividendi, le rendite immobiliari e finanziarie, i redditi dei liberi professionisti pagassero anche solo in proporzione ai lavoratori dipendenti, dovrebbero pagare circa 16 punti in più di imposte dirette, pari a oltre 8 punti del Pil, circa 150 miliardi anui.

2 Studio di Paolo Acciari, Facundo Alvaredo, e Salvatore Morelli per il National Bureau of Economic Research americano, basato sui lasciti ereditari.

3 “A colloquio con Marx, Rosa L. e altri maestri sulla questione fiscale (II). La rivendicazione di lotta della million tax 10% sul 10%”.