Sindacato Intercategoriale Cobas

Materiali tratti dalla rete

Solidarietà ai lavoratori della cooperativa Alma Group massacrati di botte e arrestati

Arrestati mentre stanno difendendo il lavoro! Unificare le lotte.
I fatti: la  mattina dell'11 giugno, a Basiano (MI) un picchetto di lavoratori in sciopero davanti ai magazzini del Gigante, è stato attaccato dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa, il tutto per cercare di far entrare nell’azienda dei “lavoratori a chiamata” venuti dall’esterno per lavorare al loro posto. I lavoratori erano lì a difendere il loro posto di lavoro, perchè la cooperativa Alma Group ha deciso 89 licenziamenti, nell’ambito di un ennesimo cambio d’appalto. Gli operai, soprattutto pakistani ed egiziani, che protestavano da giovedì scorso, hanno cercato di resistere alla violenta carica a mani nude. La polizia e i carabinieri hanno manganellato e sparato lacrimogeni ad altezza uomo e hanno ferito una quindicina di persone, due delle quali in maniera grave e hanno arrestato e portato via uno dei delegati dei lavoratori in sciopero.
I fatti successi davanti ai cancelli dei magazzini Gigante sono di una gravità inaudita e si vanno a sommare agli innumerevoli episodi che succedono nel mondo delle cooperative che operano all'interno del settore della logistica. Si tratta di un vero e proprio mondo a parte dove i diritti vengono calpestati tutti i giorni e dove le forme del rapporto assomigliano spesso alle modalità dello schiavismo. E' infatti innegabile che quello che è avvenuto a Basiano è frutto di una legislazione sugli appalti e sulle cooperative di facchinaggio che garantiscono il massimo della flessibilità della forza lavoro ed il minimo dei diritti.  Quello che è avvenuto non sarebbe successo, se solo esistesse una clausola nel CCNL, così come esiste in quello del Multiservizi-Pulizie che prevede l'obbligo per la ditta subentrante ad assumere tutto il personale presente in quel determinato cantiere. E invece, i cambi di cooperativa sono diventati la modalità più efficace per i committenti e per le varie mafie che gestiscono gli appalti nella logistica – consorzi e cooperative - , da un lato per abbattere i costi del lavoro, mettendo in liquidazione le società, intestate a dei prestanome,  e omettendo di pagare TFR, ferie, contributi e quant'altro; dall'altro riselezionando il personale e, quindi,  lasciando a casa le persone scomode.  Abbiamo a che fare con vere e proprie associazioni a delinquere, finalizzate a truffare i lavoratori e lo Stato, il tutto fuori da ogni controllo e legittimato da una normativa che, nonostante quello che sta succedendo, non viene messa in discussione da nessuno. A Basiano ci ha pensato la Polizia ad intervenire per garantire il “diritto” di questa forma moderna di criminalità organizzata di attuare , in combutta con la grande distribuzione,  un cambio di appalto che escludeva dal nuovo appalto molti dei lavoratori, imponendo condizioni contrattuali e retributive peggiorative rispetto a quanto in essere con la precedente cooperativa.
A Verona e a Padova, a fronte di un cambio di appalto e  della rivendicazione di un gruppo di lavoratori che operavano nei magazzini MTN per conto di una cooperativa, di vedersi riconosciuti, i livelli esistenti, l'anzianità e il TFR, la cooperativa gestita sicuramente da elementi legati alla mafia, hanno messo in atto una vera e propria azione squadristica per “dissuadere” questi lavoratori dall'intraprendere una azione sindacale, affiancata dalla scelta di MTN di chiudere letteralmente il magazzino di Verona, lasciando a casa venti lavoratori.
Due episodi distinti che fanno parte della stessa strategia, ma che stanno trovando, ormai in tutto il nord Italia, dal Friuli, al Veneto, alla Lombardia, all'Emilia Romagna, una sempre più forte determinazione tra i lavoratori, per lo più stranieri, a ribellarsi e a lottare per conquistare con la lotta nuovi diritti.
E' su questo terreno che, in tutte queste regioni vi sono esperienze di lotta vincenti che hanno fatto piegare anche colossi del calibro di TNT, Ceva, Bartolini, Esselunga, Artoni, Mtn, ALI', Despar e molti altri.
Una esperienza sicuramente molto importante che segna l'avvio di un nuovo percorso, è la costituzione del Coordinamento di lotta dei delegati dei magazzini GLS di Padova, Verona, Piacenza e Bologna, che fanno riferimento a Si Cobas e a ADL Cobas, che ha portato ad alcune significative vittorie.
E' in linea con quanto sta già avvenendo che come ADL Cobas abbiamo indetto una assemblea a carattere regionale presso lo Sherwood Festival l'8 luglio, con partecipazione di delegazione anche da altre regioni, per arrivare a definire una piattaforma nazionale comune  che abbia come punti salienti, oltre che, in prospettiva,  la cancellazione della figura del socio lavoratore, l'applicazione ovunque del CCNL Trasporto Merci Logistica, anche l'obbligo di assunzione di tutti i lavoratori in caso di cambio di appalto per l'azienda subentrante e l'integrazione per malattia e infortunio, che attualmente, solo in rari casi viene applicata per i soci lavoratori.
Come ADL-Cobas vogliamo, ovviamente,  esprimere la nostra solidarietà a questi lavoratori e saremo a fianco dei lavoratori, della loro giusta lotta, e delle indicazioni di mobilitazione che proporranno.
12 giugno 2012 - ADL COBAS

Ultima modifica il Mercoledì, 13 Giugno 2012 21:17

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Basiano: l'amico di Dell'Utri licenzia, la polizia picchia

Di Alessandro Da Rold. Sangue e manganelli a Basiano, nel milanese. La polizia ha caricato 90 lavoratori dell'Alma Group licenziati in tronco la scorsa settimana. Uno di loro è codice rosso all'Humanitas, mentre gli altri denunciano i «padroni». Cioè Natale Sartori, ex socio d'affari di Vittorio Mangano, vecchia conoscenza di Marcello Dell'Utri.

«I capi ci dicevano: ‘attenti a protestare che dietro di noi c’è la mafia’». Mohamed ha cinquant’anni. Viene dall’Egitto e ha un regolare permesso di soggiorno. Ha passato gli ultimi 15 a lavorare per 9 euro all'ora come facchino alla Gratico Srl di Basiano, nell’hinterland milanese, stabilimento dove si appoggiano le cooperative che si occupano di logistica e distribuzione alimentare per le grandi catene di supermercati come Il Gigante, Esselunga e Coop.

Ha due figli, Khaled. Dopo tre giorni di presidio di fronte ai capannoni bianchi di questo distretto industriale della Brianza, non ha perso la voce per denunciare i suoi ex datori di lavoro che lo hanno licenziato in tronco il 5 giugno scorso insieme con altre 90 persone, con una lettera di 10 righe e senza una reale motivazione (vedi foto sotto). Sono qui da venerdì scorso lui come tanti altri.

«Non ce ne andiamo da qui, i padroni devono darci delle spiegazioni. Ce lo dicevano: attenti che c'è la mafia», spiega guardando una pozza di sangue coagulato rimasta sull’asfalto. «I poliziotti hanno spaccato la testa in due a Ishamm» urla. Questa mattina erano più di 100 fuori dagli stabilimenti nella zona industriale di Basiano. Già nel fine settimana uno di loro, Abouel, si è preso una manganellata in testa, ma arrivato all'ospedale si è visto scrivere sul foglio medico 'Fatto illecito rissa' (vedi foto). «Non volevano scrivere picchiato dai carabinieri», ci spiega.

Hanno fatto picchetto per fermare gli altri lavoratori «crumiri» della cooperativa Bergamasca che volevano entrare a lavorare a 4 euro all'ora. Le forze dell'ordine li ha presi a manganellate e ha sparato i lacrimogeni. Hanno reagito, ne è nata una battaglia. Un ragazzo è in coma all’Humanitas di Rozzano, ma fuori pericolo. Mentre gli altri 21 sono in codice giallo e verde. I poliziotti contusi sono 16. Qualcuno accusa la sicurezza logistica dell'azienda dicendo «sono ex poliziotti d'accordo con le forze dell'ordine per questi interventi».

I «padroni» contro cui si scaglia Mohamed, sono quelli della Alma Group Spa, che controllano la cooperativa Sinergy a cui era iscritto. Vedi alla voce Natale Sartori, amministratore unico di questa società consortile per azioni di Peschiera Borromeo, che si occupa tra le altre cose di logistica integrata, trasporti, produzione, stoccaggio, traslochi e movimentazione merce. Sartori è una vecchia conoscenza delle procure di Milano e Palermo.

Fu arrestato nel 1999 in un processo per mafia dove compariva anche il senatore del Popolo della Libertà Marcello Dell’Utri: i due hanno avuto diversi incontri come dimostrano le intercettazioni. Non è indagato, ma il suo nome è tornato alla ribalta nelle ultime inchieste sulla 'ndrangheta in Lombardia:  nell’inchiesta «Caposaldo» è stato filmato dai carabinieri del Ros insieme al presunto boss Paolo Martino, arrestato il 14 marzo del 2011.

Del resto, Sartori era un amico e socio d’affari di Vittorio Mangano, il famoso stalliere di Arcore, in quella villa San Martino di proprietà dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Storie note. Gianni Barbacetto, giornalista del Fatto Quotidiano, ha definito Sartori come uno degli esponenti di spicco della «seconda generazione dei colletti bianchi di Cosa nostra».

Arrivato a Milano dalla Sicilia negli ’50 e ’60, Sartori, rolex submarine al polso, occhiali da vista Cartier, villa in Sardegna a San Teodoro, è stato titolare fino al 1994 della Cisa group, rete di società e cooperative che già all’epoca offrivano servizi alle imprese, soprattutto pulizie, facchinaggio, trasporti: lavoravano anche per Publitalia. Poi l'azienda ha cessato l'attività, come spiegano i dati della camera di commercio.

Dopo una condanna a 4 anni e 9 mesi per «corruzione continuata», Sartori è comunque tutt'ora un punto di riferimento per la logistica in Italia. Si è costruito un impero. Nel 2010 a Montopoli, in provincia di Pisa, la Cgil gli ha fatto la guerra quando aveva vinto un appalto della Conad per un magazzino di circa 50 mila metri quadri. I sindacati denunciarono «la tratta di migranti».

Lavoratori stranieri, per di più egiziani e pakistani che arrivavano dalla Lombardia per lavorare in Toscana. «Un segno evidente» spiegarono da Filt e Cisl «del rischio di traffico di lavoratori legati all'intermediazione di manodopera». L'affare con la Conad saltò, tra la soddisfrazione pure del Partito Democratico che da quelle parti è partito di governo: «Ha vinto la legalità, non la mafia».

Sartori è titolare insieme con la figlia Cristina e alla moglie Giargiana Provvidenza di diverse aziende che spaziano dall'alimentare ai bar fino alla ristrutturazione di immobili. Un impero nel servizio di distribuzione di catering, ma pure nell'immobiliare. Tra questa pure la Antichi Sapori Srl, Futura Srl, Immobitalia, Oversize, Eurologistica, Sistema Srl, Elco, F&P Holding.

Il giro d'affari è milionario. Basti pensare che la Italtrans, altra azienda che opera alla Gartico e che si appoggia alla Bergamasca, nel solo 2010 ha fatturato 140 milioni di euro, con una quota del 40% per le attività logistiche. Non solo. Gli affari sono pure all'estero. La signora Provvidenza risulta socia pure di una società di logistica in Romania, la Ge.Ho.Re.Ca distribution.

Il caso di Montopoli può essere solo un esempio del modo in cui opera Alma Group. La storia di Mohamed, infatti, fa scuola in questo spicchio di Brianza che cerca di combattere la crisi economica. Sono centinaia i lavoratori stranieri che ogni giorno cercano di portare a casa uno stipendio dignitoso.

È una «guerra fra poveri», con le società consortili che cercano manodopera sempre più a basso costo. C'è chi denuncia mancanza di norme di sicurezza. Altri che parlano di intimidazioni, giri poco chiari. Casi di «caporalato». A Pioltello, in un magazzino di smistamento l'anno scorso ci hanno trovato 25 chili di cocaina. Chi ci lavorava? Anche qui, tra i consorzi spunta la Alma Group.

Già allora Sartori si difese. E il legale della società, Francesco Marasà, già avvocato di Bernardo Provenzano e di Mangano, tutelò la società nelle sedi opportune. Ma i Cobas continua a fare muro.  «Continueremo a protestare», dice Fabio Zerbini che segue i lavoratori anche con assistenza legale. «Domani saremo qui per trovare una soluzione». Da www.linkiesta.it

Ultima modifica il Mercoledì, 13 Giugno 2012 22:15

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Camminare per Atene con il cuore gonfio

12 febbraio, qui Atene. A casa, mi preparo spiritualmente per scendere in Piazza Syntagma, sarà una serata lunga e difficile. Gli autobus quasi non circolano, prendo un taxi, lo guida una bella signora sui 55 anni, non è abbrutita come lo sono la maggior parte dei taxitzídes di Atene, ha cura di sé, non ti alita in faccia il fumo della sua sigaretta, è gentile nonostante stia dodici ore il giorno in mezzo al traffico per mettersi in tasca si e no quaranta euro. Mi racconta che fa questo lavoro da solo un anno e mezzo, ma per lei è tanto, una vita. Ha tre figli, che vivono grazie al suo lavoro, la più grande è laureata, ha lavorato per sei mesi in un ufficio senza essere stata mai pagata, poi l’hanno cacciata dicendo che aveva problemi psicologici… Gli altri figli studiano, non mi parla del marito, sarà separata o vedova o semplicemente il marito è disoccupato e la carretta tocca tirarla solo a lei. Mi dice che non ha paura del presente, il presente si affronta, è il futuro che fa paura perché sembra non esistere.

Scendo a piazza Omonia, inizio a scattare fotografie risalendo via Stadiu per arrivare poi a Syntagma. È ancora presto ma la gente sta arrivando in piazza sempre più numerosa, alcuni giovani inveiscono contro i poliziotti schierati davanti al Parlamento: “Fate un lavoro di merda, anche a voi hanno tagliato lo stipendio e arriverete a prendere 300 euro il mese per fare i servi di chi ci sta affamando!”. Giro un po’ fra la folla a pochi metri dalla statua del milite ignoto, improvvisamente decine di clacson annunciano l’arrivo di un corteo sono decine di moto che accompagnano due auto. Sulla prima Manolis Glezos, classe 1922, eroe della Resistenza Greca, a 19 anni assieme a un compagno strappò la bandiera nazista dall’Acropoli, sulla seconda Mikis Theodorakis, 87 anni, una vita dedicata alla musica, anni e anni passati in galera, al confino, in esilio, un lungo percorso politico che dalla sinistra l’ha portato a essere un uomo di destra. La folla applaude commossa e urla: “Salvate la Grecia! Salvate la Grecia!”. Ma per “salvare la Grecia”, è necessario affondare prima la Grecia, delle banche, degli armatori, dei rentier, dei partiti arroganti, surrealisti e mafiosi. Manolis saluta bello e gagliardo, straordinariamente giovane per i suoi anni. Mikis arranca, cammina a fatica, ha un bastone ed è sorretto, al contrario di Manolis mostra un’imponenza che gli è rimasta nonostante le ferite del tempo.

Ogni minuto di che passa la piazza e le vie adiacenti sono sempre più piene, le stazioni del metrò straboccano di gente. Molti volti, specie i più giovani, sono allegri, altri sono seri tutti sono consapevoli che al “palazzo” i giochi sono già stati fatti, staremo a vedere chi, fra i deputati, si sfilerà da un voto plebiscitario ottenuto grazie a un gioco di pressioni e di ricatti. Con rabbia e disperazione la folla urla: “Na kaì! Na kaì! To burdelo tis Vulì”. Cioè “Deve bruciare! Deve bruciare! Quel bordello del Parlamento!”, certo non lo stanno mandando a dire….

Giro per la piazza per immergermi meglio nella folla, improvvisamente al cellulare mi chiama Antonio, ci troveremo più sotto a Stadiu, mentre mi avvio sento i primi botti dei lacrimogeni, sembrano bombe carta, la polizia inizia a caricare. Stadiu è piena di gente così Panepistimiu fino a piazza Omonia, faccio in tempo a trovarmi con Antonio e Sandra che veniamo investiti dai gas lacrimogeni, come tanti giovani e pensionati, insegnanti e casalinghe, lavoratori e disoccupati indosso la mia maschera antigas, un oggetto che va molto in Grecia di questi tempi. Saliamo verso Panepistimiu, il fumo dei lacrimogeni diventa insopportabile, la gente che accalca la strada arretra lentamente verso Omonia, arretra ma non si disperde vuole continuare a manifestare. In fondo a Panepistimiu il corteo del Pame, il sindacato legato al Partito Comunista, decide d’allontanarsi dalla zona calda e di concentrarsi più in giù in via 3 Septembriu, inquadrati come soldatini, protetti da un poderoso servizio d’ordine scendono verso piazza Omonia e via 3 Septembriu. Sandra e Antonio mi salutano, io rimango, decido di riavvicinarmi a piazza Syntagma, per strada ci sono ancora migliaia e migliaia di persone che vogliono manifestare la loro rabbia nonostante il centro di Atene si è ormai trasformato in un campo di battaglia e qua e là si vedono alzarsi lingue di fuoco. Nella confusione più totale sento vibrare il cellulare, è Teresa si è rifugiata a casa di un’amica, mi chiede di raggiungerla. Rimango ancora un po’, poi, facendo un percorso molto esterno al campo di battaglia raggiungo Teresa a casa di Mika. In tv vediamo la città in preda alle fiamme, bruceranno una quarantina di edifici, fra cui alcuni dei pochi edifici neoclassici sopravissuti a un’altra devastazione, quella edilizia degli anni ’50 e ’60. Alle due di notte il parlamento vota la legge che massacra salari e pensioni, i partiti del governo di “unità nazionale” si sono persi una settantina di deputati per strada, ma come appariva scontato, ce l’hanno fatta.

Mattino, mi alzo, trangugio un caffè e vado in centro. Atene è ferita, forse mortalmente, come sono lontani i fasti e le glorie dei giorni delle Olimpiadi del 2004! Scendo dal filobus davanti al Politecnico, dove nel ’73 i carri armati della giunta misero a tacere nel sangue i moti studenteschi, e vado verso Omonia. Il volto di chi incontri è triste, depresso, stravolto. Arrivo in piazza Klathmonos dove è bruciato un cinema, i pompieri sono ancora all’opera. Molti, attoniti si fermano a guardare, qualcuno scatta fotografie, l’odore dei lacrimogeni permane ancora e si mischia con il fumo degli incendi, non è una piacevole sensazione. Di fronte a quello che è rimasto dell’edifico un senza tetto dorme sotto un portico fra cartoni e vecchie coperte, pochi metri più in là accanto alla libreria francese Kaufman, fondata nel lontano 1918, anche questa sfasciata e saccheggiata, un anziano, fra vetri, pezzi di marmo e ferri, lustra le scarpe a un passante, non ha altro modo per vivere. Non molto lontano alcuni extracomunitari raccolgono tutti i ferri divelti nella battaglia di Atene, li andranno a vendere per pochi euro. Davanti alla libreria Ianos, una donna di mezz’età, invasata arringa alla folla dicendo che quello che sta succedendo è volontà di Dio per punire i nostri peccati.

Ho il cuore gonfio, riprendo a camminare, piazza Korais, via Panepistimiu, Akadimia, Syntagma, Ermu, Atinas ovunque devastazioni, stiamo vivendo in una società impazzita. Una società in cui pochi hanno tutti e molti non hanno niente non può essere che una società basata sulla violenza e i primi responsabili sono coloro che tutto hanno. Un pugno di banchieri decide di mettere un popolo alla fame, alla protesta legittima e sacrosanta si associa una protesta primordiale, bruta, cieca, autodistruttiva figlia di un’umanità che sembra destinata alla decadenza. Mi sembra di vivere in un paese senza speranza, non ho pianto per i lacrimogeni ma ora ho voglia di piangere, e qui non sono il solo.

Atene, Kypseli, 13 febbraio 2012    di Mauro Faroldi da "Vento largo"

Ultima modifica il Venerdì, 17 Febbraio 2012 20:23

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Negli Usa torna lo sciopero generale

Dopo 66 anni, lanciato per il prossimo primo maggio da Occupy Wall Street, torna lo sciopero generale negli Stati Uniti, dove è vietato per legge. Stanno tuttavia circolando molti manuali, rivolti ai lavoratori stabili e precari, che illustrano i tanti modi per partecipare.
di Felice Mometti da ilmegafonoquotidiano.globalist.it

Come andrà nessuno può dirlo. Nessuno è in grado di dirlo. Lo sciopero generale del 1° maggio indetto dal movimento Occupy americano è una novità assoluta per le forme che assumerà e per il modo in cui è stato costruito. Dopo 66 anni, dallo sciopero di Oakland del 1946, si parla di nuovo di sciopero generale. C'è voluto un movimento che ha terremotato lo scenario politico e sindacale statunitense, che da settembre ad oggi ha retto vari tentativi per isolarlo, reprimerlo, addomesticarlo. E i tentativi sono stati davvero molti e molto insidiosi. Dalla repressione su vasta scala operata in modo coordinato dai Dipartimenti di polizia di varie città - sostenuta nei fatti anche dall'Amministrazione Obama - con migliaia di arresti, sgomberi, minacce, sospensione di elementari libertà democratiche alla politica ammiccante di alcuni settori del Partito Democratico per cooptare il movimento all'interno dei luoghi istituzionali.
Sono stati mesi difficili, soprattutto gli ultimi, in cui la pressione politica, gli attacchi repressivi - mai venuti meno - e il circuito mediatico mainstream hanno cercato in tutti i modi di azzerare le legittime aspirazioni di un movimento che vuole cambiare radicalmente la società americana. E' il caso anche dell'azione concertata tra Partito Democratico e sindacati, molto attivi nello sminuire e ingabbiare qualsiasi lotta in vista della campagna per la rielezione di Obama. Il quale non sta facendo altro che rispolverare le promesse, non mantenute, fatte alle scorse elezioni. Lo sciopero del 1° maggio rappresenta quindi un test molto importante per la vitalità e la capacità di incidere del movimento. Allo stato attuale sono previsti blocchi, picchetti, manifestazioni in 120 città degli Stati Uniti. L'attenzione è però concentrata sulle mobilitazioni della West Coast del nord (San Francisco, Oakland, Seattle), di New York e di Chicago. L'appello di Occupy Oakland di dare vita a una giornata intera di mobilitazione, con vari appuntamenti, che inizia alle 6 del mattino con il blocco del Golden Gate, il lungo ponte che collega San Francisco al resto della Bay Area, sta funzionando un pò come modello di riferimento. A New York sono previste tre manifestazioni, di cui solo una autorizzata, e un'intera giornata di picchetti davanti a banche e società finanziarie. Il 1° maggio di Chicago sarà invece l'inizio di tre settimane di mobilitazioni che arriveranno a contestare anche il vertice della Nato che si svolgerà in quella città il 20-21 maggio. Il vertice del G8, inizialmente previsto in contemporanea nello stesso luogo, è stato spostato a Camp David - completamente militarizzato - per timore delle proteste. Di fronte all'oscuramento della giornata di sciopero fatta dei grandi media e dalla quasi totalità delle organizzazioni sindacali, in molte città il movimento si è organizzato per una campagna di volantinaggi davanti alle scuole e ai luoghi di lavoro oltre che per un uso massiccio della rete con l'apertura di centinaia, se non migliaia, di siti web, mailing list, pagine facebook e di hashtag di twitter. A New York ad esempio la SEIU - il potente sindacato dei lavoratori pubblici - pur avendo annunciato nelle riunioni di Occupy Wall Street la propria partecipazione alla manifestazione autorizzata del pomeriggio non la pubblicizza in alcun modo sui luoghi di lavoro. Ancora peggio la situazione sulla West Coast dove i sindacati stanno decisamente boicottando lo sciopero. Un risultato comunque si è già ottenuto. Nei campus universitari, tra le associazioni antirazziste e di migranti, nei gruppi informali di lavoratori precari sono state organizzate una miriade di iniziative e dibattiti per sostenere lo sciopero. Per aggiornare e riappropriarsi, all'epoca di una delle più grandi crisi capitalistiche, di questa forma di lotta dal basso e in modo autorganizzato. E' questo anche un modo per ricostruire una memoria senza miti né nostalgie, con la consapevolezza che il passato non tornerà più e si tratta di inceppare i meccanismi di domino e sfruttamento del capitalismo contemporaneo. Il movimento Occupy ha puntato i riflettori sul dispotismo di un sistema politico-economico che ha varato da molti anni a questa parte leggi, statali e federali, che vietano gli scioperi generali e prevedono multe salatissime fino ad arrivare al licenziamento dei lavoratori che lo fanno. Stanno tuttavia circolando molti manuali, rivolti ai lavoratori stabili e precari, che illustrano i tanti modi per partecipare allo sciopero senza incorrere nel rischio del licenziamento. Nessuno ha indetto formalmente lo sciopero, però c'è. Nessuno ha chiesto l'autorizzazione ai picchetti e ai blocchi, peraltro vietati dalle leggi, però ci sono. E infine, come si dice a Oakland, nessuno ha il monopolio della lotta di classe.
A pochi giorni dallo sciopero generale la frase che si sente pronunciare sempre più spesso a Union Square, la piazza diventata il quartier generale di Occupy Wall Street, che meglio riassume lo stato d'animo generale del movimento è : "Whose time ? Our time". Di chi è il tempo ? Il tempo è nostro.

Ultima modifica il Mercoledì, 25 Aprile 2012 06:58

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Perenne criticità!

D'inverno c'è la neve, d'estate c'è l'incendio, d'autunno l'alluvione.....dov'è finito il diritto alla mobilità?
Un ricordo personale.
Nel 1980, novello assunto nel personale viaggiante di Roma Termini, spesso mi recavo in servizio da Roma a Pescara, transitando, tra l'altro, sulla tratta limitrofa a Sulmona, a ben 1050 metri di altezza.
E' ovvio che d'inverno su questa ( bellissima! ) tratta c'era spesso la neve, e tanta.
I treni sembravano dei bob a quattro tra due muri di neve alta fino al metro, MA CAMMINAVANO, camminavano!
E sapete perchè, perchè il locomotore, davanti al suo "muso", aveta una sorta di spaccaneve, il "rostro", che gli permetteva di aprirsi un varco nel ghiaccio e nella neve.
Oggi, nel 2012, di "rostri" nemmeno l'ombra, ed i treni rimangono per giorni a Carsoli, sulla stessa linea per Pescara, e ad un'altitudine minore.

Quando, sempre nei primi anni '80, un locomotore chiedeva riserva e doveva essere trainato, l'operazione durava al massimo 2 ore, e quasi mai era necessario alcun trasbordo dei viaggiatori (allora si chiamavano cosi', prima di diventari clienti!).
Ciò era possibile perchè la locomotiva di riserva, cioè qualla che doveva effettuare il rimorchio del locomotore in panne, era dotata di un GANCIO adeguato alla bisogna, adatto al traino.
Oggi, quel gancio non può essere usato per i treni a materiale ETR 450-460-480-500, perchè tecnicamente i respingenti dei treni ad A.V. non corrispondono all'altezza ed alla fattura complessiva del gancio di traino.
Da qui, la obbligatoria necessità di approntare diverse opzioni di soccorso, con aggravio del tempo necessario e della condizione di cambio treno per i clienti.
Al posto del gancio, il trasbordo. Al posto di un paio d'ore, una ventina d'ore!

Quando il sistema di autoriscaldamento (che negli anni '80 era molto meno presente di oggi) degli scambi andava in tilt, c'era l'omino ferroviere che li riscaldava a mano, personalmente, permettendo la ripresa della marcia del treno, altrimenti impossibile.
Oggi, di omini ferrovieri sulle linee ce ne sono sempre di meno, e sempre di piu' sono i "disguidi" tecnici, altrimenti risolvibili in breve tempo.

Però, però, volete mettere.... nel terzo millennio abbiamo meno rostri, ganci e ferrovieri, ma abbiamo i freccia-club, i freccia-desk, i treni a.v. exucutive di sola prima classe, carrozze con sala riunione, carrozze del silenzio...etc, etc.
Per il resto della "gentile clientela", cui viene costantemente negato il costituzionale diritto alla mobilità, c'e' sempre pronto uno speaker poliglotta a scusarsi per l'ennesimo " disguido".

Pino ex ferroviere

Ultima modifica il Martedì, 07 Febbraio 2012 21:19

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