Società
La lotta dei lavoratori Ikea di Piacenza continua
Categoria: Società Data pubblicazione
La multinazionale, per il tramite delle cooperative cui appalta la logistica del suo maggiore magazzino in Europa, sta impedendo il ritorno al lavoro di 14 lavoratori iscritti al SI Cobas che due mesi fa avevano osato scioperare insieme ai compagni di lavoro per difendere i loro diritti.
Da due mesi essi non vengono fatti lavorare e non ricevono salario, in modo illegale.
Ikea li vuole fuori, uno è stato licenziato, per gli altri all'offerta di soldi si affiancano visite minatorie dei carabinieri, mentre incombe il taglio di luce e gas, non ci sono più soldi per pagare l'affitto e il mutuo …
Ora la questura, non bastando i manganelli, colpisce i picchetti con multe di decine di migliaia di euro.
Il SI Cobas ha aperto una CASSA DI RESISTENZA per sostenere i lavoratori colpiti dalla repressione e permettere loro di continuare la lotta e non lasciarsi schiacciare dalla fame.
Serve anche il tuo contributo concreto.
Sottoscrivi alla Cassa di Resistenza IKEA!
Per difendere il diritto dei lavoratori di organizzarsi e lottare per le proprie condizioni.
Oggi per i lavoratori delle cooperative IKEA, domani per qualcuno di noi che i padroni colpiscono!
Nella crisi attuale l'offensiva padronale, del padrone privato come di quello pubblico, si fa sempre più pesante ed estesa, e conosce il solo limite che i lavoratori riescono a imporre con l'organizzazione e la lotta.
Ogni soluzione individuale è una illusione, solo l'unione e la lotta sono una garanzia per tutti! Per portare avanti queste lotte bisogna avere un sostegno economico per resistere.
Versamenti, indicando la causale "cassa di resistenza Ikea” a
Sindacato Intercategoriale Cobas
con bollettini postali sul ccp nr. 3046206
con vaglia postale
con bonifici sul c/c IBAN IT13N0760101600000003046206
La locandina Locandina per cassa Ikea
Ultima modifica il Venerdì, 28 Dicembre 2012 16:15
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Il trucco olandese di Ikea
Categoria: Società Data pubblicazione
Di svedese, in un negozio Ikea, restano solo i nomi dei mobili e i “colori sociali”, il giallo e il blu del Paese scandinavo. Perché Ikea, credeteci, è in realtà una multinazionale olandese: la holding che controlla l’impero costruito sul mobile low cost, 21,2 miliardi di euro di fatturato nel 2007, si chiama Ingka Holding e ha sede a Leiden, in Olanda.
Eccolo, il trucco: la vera fortuna di Ikea, e del suo fondatore Ingvar Kamprad, non è l’idea di vendere i mobili smontati, obbligando i clienti a caricarseli sull’auto per portarli a casa.
Ma quella di aver costruito una struttura societaria assai complicata e praticamente inaccessibile, una ragnatela nata apposta per sfruttare meccanismi di “pianificazione fiscale” per pagare meno tasse possibile senza violare la legge. Ad esempio spostando le sede legale dei propri interessi in Olanda, dove il regime fiscale è agevolato.
È per questo che Altreconomia ha provato a ricostruire la struttura di Ikea -vedete il risultato nel pdf allegato-: un albero che parte dal nostro Paese, dove l’azienda è arrivata vent’anni fa, nel 1989, tocca la Svezia e approda oltreoceano in veri e propri paradisi fiscali. Leggete con attenzione: capirne la forma è più difficile che montare un mobile Ikea usando solo la brugola in dotazione nel kit. Sul ramo più alto, almeno formalmente, siede una coppia. C’è una fondazione no profit con sede in Olanda, che si chiama Stichting Ingka Foundation ed è stata creata nel 1982 da Kamprad, che ne dovrebbe essere ancora chairman. Non paga le tasse perché la legge olandese così prevede e controlla la capogruppo Ingka Holding.
Poi c’è una società registrata alle Antille olandesi, Inter Ikea Holding.
Lo ha rivelato, nel 2006, un’inchiesta dell’Economist, che ne ha calcolato anche gli utili (relativi all’anno fiscale 2004): la fondazione ha ricevuto almeno 1,6 miliardi di euro, tra il 1998 e il 2003, dalla controllata Ingka Holding; Inter Ikea System Bv, controllata da Inter Ikea Holding, è invece proprietaria del “concetto Ikea”, e per questo ogni anno riceve royalties, pari ad almeno il 3% del fatturato, dagli oltre 250 negozi Ikea in Italia e nel mondo. Sul trono di Ikea, in ogni caso, siede ancora Ingvar Kamprad, che vive in Svizzera ed è il settimo uomo più ricco del mondo nel 2008 secondo la rivista Usa Forbes, con una ricchezza personale accumulata di 31 miliardi di dollari.
Per seguire il filo rosso dei conti di Ikea, però, si deve partire dallo scontrino emesso in uno qualsiasi dei negozi in Italia. In alto c’è scritto il nome della società che lo ha emesso: si chiama Ikea Italia Retail, e ha sede a Carugate, in provincia di Milano, dove nel 1998 è stato aperto uno dei quindici negozi che la multinazionale gestisce in Italia.
È da lì che i nostri soldi iniziano il loro lungo viaggio. Perché “Retail” è solo una delle cinque diverse società italiane che si chiamano “Ikea”, quella che gestisce direttamente tutti i negozi aperti nella penisola (sono 15 ma il gruppo punta ad espandersi con 21 negozi nei prossimi 7 anni, soprattutto nell’Italia meridionale).
Retail fa capo a una holding italiana, Ikea Italia Holding, il cui socio unico è la holding olandese. Le altre società registrate nel nostro Paese sono, in ordine alfabetico, Ikea Italia Distribution, Ikea Italia Property e Ikea Trading Services Italy. È una struttura simile a quella di molte altre imprese nella grande distribuzione. Ikea, però, non è una società per azioni quotata in Borsa, e così ha pochi obblighi di trasparenza. L’unico dato “accessibile”, perché comunicato dall’azienda, è il fatturato di Retail, dei grandi magazzini: 1,334 miliardi di euro tra il settembre 2007 e la fine di agosto 2008, con un incremento del 5,8% sull’anno precedente, quando Ikea aveva dichiarato alla stampa un fatturato di 1,2 miliardi di euro. Ma è un dato che non aiuta a guardare tra le maglie di Ikea. Specie a partire da una prima, semplice considerazione: tra Retail, Distribuition e Property -tutte hanno sede a Carugate, come la Holding- ci sono fitti scambi di beni e servizi, che permettono di spostare voci di bilancio positive dall’Italia all’estero, per ridurre il carico fiscale nel nostro Paese.
Questi scambi interni valgono quasi 800 milioni di euro e si possono leggere nel bilancio delle tre società (relativo al 2007). La somma dei fatturati dà 2.354 milioni di euro, il 49,6% in più rispetto a quello di Ikea Italia Holding. Fino a tutto agosto 2007, ad esempio, Distribution si occupa non solo di logistica e trasporti ma anche di acquistare tutto ciò che viene venduto nei negozi da società estere (sempre controllate da Ikea); mobili, utensili e tessili che poi vengono rivenduti -con un ricarico- a Retail, che a sua volta li vende al dettaglio, a tutti noi che entriamo in un magazzino Ikea.
Ma c’è davvero bisogno di così tanti “giri” per portarsi a casa un divano? Contrariamente a quanto si possa pensare, poi, nel 2007 Distribution ha chiuso il bilancio in perdita, per 4 milioni di euro.
Dal 1° settembre 2007, ci informa Ikea, questa struttura è mutata: Retail acquista direttamente dall’estero i mobili, da un’altra società controllata dalla capogruppo olandese Ikea Holding BV. Distribution, dal gigantesco polo di Piacenza, ben visibile di fianco all’autostrada A1 su una superficie di circa 200mila metri quadrati, si occupa esclusivamente dei servizi di trasporto e logistica.
I consulenti in pianificazione fiscale devono aver suggerito ad Ikea una nuova struttura, migliore per “ottimizzare” la pressione nel nostro Paese. D’altronde, ormai la lotta tra le imprese multinazionali non si fa sui prezzi ma sulle misure per ridurre le tasse: il “carico” medio per le multinazionali, secondo uno studio di Kpmg -una delle principali società di consulenza nell’ambito della pianificazione-
è sceso dal 38% nel 1993 al 26,9% nel 2007.
Altri meccanismi contabili riguardano Ikea Italia Property, la società che ha per oggetto “la costruzione, l’acquisto, la vendita [...], la locazione, l’affitto e l’amministrazione degli immobili di proprietà sociale”. “Property”, che ha un capitale sociale di 5 milioni di euro, 25 dipendenti e 73,5 milioni di euro di fatturato, ha debiti per 400 milioni di euro verso le società controllanti. Questo comporta un interesse, pagato alle stesse controllanti, per oltre 18 milioni di euro. Le operazioni non sono registrate nel bilancio consolidato della holding italiana, ma l’interesse abbatte “l’imponibile” nel nostro Paese, facendo tendere a zero il risultato prima delle imposte di Ikea Italia Property. Oltre 110 milioni di euro, in ogni caso, volano direttamente dall’Italia verso paradisi fiscali o Paesi a fiscalità vantaggiosa. I primi sono i 40,88 milioni di euro che Ikea Italia Retail, 1.283 milioni di euro di fatturato (il 14,5% più rispetto all’anno precedente), paga a Inter Ikea System: è il costo delle royalty per l’utilizzo del nome e del marchio Ikea. Inter Ikea System, che ha sede in Olanda (vedi mappa a pagina 9), è controllata da una società con sede nelle Antille olandesi. In questo modo Ikea azzera il carico fiscale, realizzando quello che viene definito il “sandwich olandese”, ovvero far transitare per l’Olanda -Paese legato alle Antille olandesi da una convenzione contro la doppia imposizione- i capitali destinati a un paradiso fiscale. Altri 70 milioni di euro, nel 2007, sono i dividendi distribuiti dall’assemblea dei soci, cioè da Ingka Holding, al socio unico, cioè a se stessa (nell’assemblea dei soci la holding olandese era rappresentata dall’avvocato Barbara Calza dello studio legale De Berti Jacchia Franchini Forlani).
Ikea Trading Services è l’unica società Ikea a non avere sede a Carugate, ma a Trezzano del Naviglio (Mi). Ha un capitale sociale di 10.320 euro e nel 2007 ha fatturato 7,4 milioni di euro. Si occupa delle relazioni tra il gruppo e i suoi fornitori italiani, “di fare scouting ai produttori che possano garantire il prezzo più basso rispettando gli standard Ikea”, spiegano dall’ufficio relazioni esterne per Ikea Retail. Secondo cui il comparto Trading risponde direttamente a Ikea of Sweden, la branca che cura design e collezioni che ha sede in Svezia. Una visura ci dà però indicazioni diverse: il 99% delle quote sono controllate da Ingka Pro Holding (Olanda) e un altro 1% da Ingka Holding Europe (Olanda), che è a sua volta controllata da Ingka Holding (Olanda), la holding che controlla tutto il gruppo Ikea. Quella che fa riferimento diretto alla fondazione no profit, da cui i soldi, in qualche modo, entrano nelle tasche di Ingvar Kamprad, uno degli uomini più ricchi del mondo.
La rete che porta a Ingvar
Ingvar Kamprad guida Ikea da quand’è nata, nel 1943, in Svezia.
La sua prima intuizione, quella di vendere mobili in serie, da montare, usa e getta, lo ha reso famoso in tutto il mondo. Ma quella che lo ha reso ricco -il 7° uomo più ricco del mondo nel 2008, ma in passato è stato anche il quarto- è l’aver dato alla sua creatura, a partire dagli anni Ottanta, uno “scudo” fiscale.
Dal 1982, infatti, tutto il gruppo Ikea è controllato da un ente no profit, la Stichting Ingka Foundation, che ha sede in Olanda e non paga tasse.
Nel 1988, invece, Kamprad ha creato Ikano Group, che ha sede in Lussemburgo (paradiso fiscale) e si occupa di investimenti ma anche -per ora in 7 Paesi- di finanziamenti, leasing, credito al consumo, carte fedeltà.
Le società di questo gruppo gestiscono oltre 7 miliardi di euro. Nel 1989, Ikea arriva anche in Italia, ma la struttura attuale -quella delle tre controllata e di Ikea Italia Holding- è successiva. “Retail” è stata costituita nel luglio del 1995. “Distribution” durante il 1998. “Property” il 29 dicembre del 1999. La holding è stata iscritta al registro delle imprese di Milano nel 1996. Ha un capitale sociale di 7,8 milioni di euro, sottoscritto da un unico socio: Ingka Holding Bv, che ne è la proprietaria.
Dal 1991 del gruppo fa parte anche Swedwood: in un’ottica di integrazione verticale, Ikea ha col tempo acquisito il controllo di alcuni fornitori, specie nei Paesi dell’Europa dell’Est. Materialmente, i mobili sono prodotti all’interno del gruppo Ikea; nei fatti, però, sono costi esterni registrati in bilancio (ad esempio in quello di Ikea Distribution Italia che abbiamo letto). L’altra grande intuizione di Kamprad è stata quella di “spostare” gli introiti economici derivanti dalle royalty dalla Svezia, dove si sviluppa il design dei prodotti Ikea, all’Olanda, creando Inter Ikea System Bv.
Il denaro, attraverso questo canale, arriva da tutto il mondo, attraverso l’Olanda, nelle Antille olandesi. Dove il cerchio si chiude, forse, portandolo nelle casseforti della famiglia Kamprad.
Chi lavora per ikea
1.580 aziende, in 53 Paesi, lavorano per riempire gli scaffali dei grandi magazzini Ikea. La lista completa dei fornitori è però top-secret.
L’unico nome “pubblico” è Swedwood, una controllata della stessa Ikea, nata nel 1991. Oggi Swedwood ha 49 fabbriche e segherie in 11 Paesi, dalla Svezia alla Germania ai Paesi dell’Est Europa. La maggior parte sono in Polonia, che di fatto, con il 17% (in valore), è il secondo fornitore dei beni venduti nei negozi Ikea dietro alla Cina (21%). Al terzo posto viene l’Italia, con l’8%. Ma tra i fornitori italiani (e gli ex) di Ikea nessuno ha voluto rispondere alle domande di Ae in merito alle condizioni contrattuali (dalle condizioni imposte da Ikea al nome della società con cui i fornitori italiani intrattenevano relazioni). Né Natuzzi (quelli di Divani&Divani), né Snaidero o Calligaris (che hanno chiuso il loro rapporto con la multinazionale), né Bormioli Rocco. Ikea ha sviluppato negli anni un codice di condotta
volontario in materia ambientale e di condizioni di lavoro. Un’inchiesta condotta nel corso del 2006 da Oxfam-Magasin Du Monde (Belgio) ha dimostrato però che in molti casi il codice non viene disapplicato, e che in ogni caso gli audit raramente sono esterni. Il libro è stato pubblicato in Italia da Anteprima, con il titolo Ikea. Che cosa nasconde il mito della casa che piace a tutti? (2007, 12 euro).
Un altro nome
L’unico ramo dell’albero Ikea che non ha ancora toccato l’Italia è Ikano Group, la società che attraverso Ikano Pte Ltd gestisce, in franchising, due grandi magazzini Ikea a Singapore e uno in Malaysia. Ma Ikano Group, che nel 2008 ha compiuto vent’anni, è molto altro: del gruppo fanno parte una società immobiliare, che insieme a Ikea costruisce e gestisce proprietà in Svezia, Finlandia, Norvegia e Danimarca. Ikano dal 1992 è anche la proprietaria del marchio e dei negozi Habitat, prima una concorrente di Ikea, presenti in una quindicina di Paesi.
Le due società più importanti del gruppo sono però “Finance”, attiva in 7 Paesi (non in Italia, per il momento) nei settori carte fedeltà, carte di credito, leasing e prestiti personali, con un giro d’affari di 2,5 miliardi di euro nel 2007, e Ikano Fund Management S.A. (con sede in Lussemburgo), un fondo d’investimento che gestisce un portafoglio di 4,6 miliardi di euro. Nata per una scissione in seno all’Ikea, Ikano Groups ha la sede principale in Lussemburgo, un paradiso fiscale, ed è di proprietà della famiglia Kamprad: nel consiglio d’amministrazione siedono Mathias, Jonas e Peter Kamprad, i tre figli di Ingvar Kamprad, fondatore di Ikea, che è Senior Advisor per il board di Ikano.
In magazzino
“Ieri abbiamo fatturato 500mila euro”. È il messaggio che sentiva, ogni mattina, Mario, che ha lavorato all’Ikea di Corsico, il più grande d’Italia, fino a un anno fa. Per motivare gli addetti del magazzino, prima dell’apertura del negozio, l’altoparlante sparava fatturato e numero dei visitatori.
Mario è entrato all’Ikea attraverso un’agenzia interinale, e dopo due contratti a tempo determinato (da tre mesi) al terzo rinnovo è rimasto a casa: Ikea voleva che accettasse un cambio di turno, che passasse a lavorare in quello notturno, dalle 10 di sera alle 6 del mattino. “Avevo un part-time da 16 ore, ma non so quant’era lo stipendio base, credo intorno ai 500 euro. Io ho sempre lavorato di più: facevo 40 ore di straordinario al mese, che è il massimo”. Lo straordinario, a Corsico, è routine: “Fanno una stima del personale di cui c’è bisogno in base alla superficie del negozio. Ma i metri quadrati non sono distribuiti sempre uguali: a Corsico, ad esempio, c’è una ribalta troppo piccola”. Manca lo spazio, cioè, per scaricare i camion. E il negozio non era mai pronto entro l’orario di apertura. Per questo ha preso a funzionare 24 ore su 24, per usare anche la notte per distribuire gli arrivi.
Tratto da: www.altreconomia.it
Autore: Luca Martinelli
Inserito il: Giovedì, 12 febbraio 2009 La mappa del potere in Ikea
Ultima modifica il Giovedì, 01 Novembre 2012 14:40
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Lo Slai Cobas nega ai lavoratori il diritto di cambiare sindacato
Categoria: Società Data pubblicazione
Non avremmo voluto intervenire ancora sullo Slai Cobas, ma ci siamo costretti da atti e scelte che sono peggiori di quelle dei sindacati istituzionali e concertativi, segno di un'involuzione di questa organizzazione in senso sempre più contrario e contrapposto alla democrazia dei e tra i lavoratori, alla scelte e alle logiche dell'autorganizzazione.
Come abbiamo già pubblicato, qualche mese fa la maggioranza dei lavoratori iscritti allo Slai Cobas di Campobasso e di Chieti ha lasciato lo Slai e si è iscritta al S.I. Cobas.
I lavoratori della Cooperativa CFT di San Salvo (CH) sono passati in blocco al SI Cobas.
Lo Slai Cobas aveva sempre fatto del diritto del lavoratore a cambiare sindacato senza dover continuare a pagare fino a fine anno le quote associative al sindacato abbandonato.
Questa posizione fa an
cora formalmente parte del suo patrimonio, infatti nel suo statuto all'art. 5) - TESSERAMENTO E CONTRIBUTI, scrive: “La disdetta del lavoratore ha effetto dal mese successivo a quello in cui perviene all'Associazione.”
E, ancora, nel modulo che fa firmare ai lavoratori per l'iscrizione con la cessione di credito, scrive: "Lo SLAI Cobas accetta l’adesione del lavoratore, ... obbligandosi fin d’ora, nel caso in cui il lavoratore revocasse nel corso dell’anno la sua adesione ed iscrizione all’organizzazione, a rinunciare alle rate e alle corrispondenti cessioni di credito maturande dal mese successivo a quello della revoca e a dare di ciò tempestiva comunicazione all'azienda".
Tutto ciò a parole, perché è falso! Ricevuta la disdetta dell'iscrizione dallo Slai da parte dei lavoratori della CFT, in gran maggioranza cinesi, lo Slai Cobas cosa ha fatto?
1 - ha intimato alla CFT di continuare a pagargli le quote, comunicando che non rinunciava al credito.
2 - ha diffuso un volantino ai lavoratori della CFT in cui diceva loro che iscrivendosi al SI Cobas avrebbero dovuto “..pagare due se non tre tessere sindacale”.
Lo Slai Cobas, con una decisione dei suoi dirigenti nazionali e locali, sta impedendo l'esercizio di un diritto democratico minimo dei lavoratori, quello di poter cambiare sindacato senza dover pagare il pizzo! E lo fa calpestando il proprio statuto e le proprie regole associative. (I sindacati istituzionali e concertativi, almeno, spesso fanno firmare al lavoratore che pagheranno per tutto l'anno, lo Slai Cobas fa firmare che non lo faranno!)
Nonostante la nostra diffida la cosa sta continuando, saremo quindi costretti a difendere il diritto dei lavoratori a non pagare il pizzo in sede legale. Una scelta che non avremmo voluto fare, ma la miseria di questi comportamenti "sindacali", ci costringe.
Una cosa è certa, da questo comportamento si capisce che i lavoratori della CFT hanno fatto bene a cambiare sindacato, ci si può mai fidare di chi dice una cosa e poi fa l'esatto contrario?
Ultima modifica il Mercoledì, 22 Giugno 2011 22:06
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Fabbrica Italia non esiste più
Categoria: Società Data pubblicazione
Esattamente a diciotto mesi dal lancio (era il 21 aprile 2010, Lingotto), l'amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne ha deciso che non ne parlerà più, stufo - sostiene - di essere frainteso. L'ha detto a brutto muso alla Consob giovedì scorso, dopo aver sminuito il piano tre giorni prima. Parlando all'Unione industriali di Torino, definisce infatti Fabbrica Italia «non altro che una dichiarazione d'intenti», ridotta successivamente a «indirizzo» nel testo distribuito alla stampa. Se le parole non avessero sempre un peso preciso, sembra quasi che il manager voglia dare ragione a posteriori alla Fiom, che aveva criticato subito il progetto definendolo fumoso ed esigendo dettagli più precisi sul piano prodotto.
La realtà è che Fabbrica Italia resta una problema aperto, su cui ogni giorno che passa è purtroppo facile aggiungere punti interrogativi. Anche se il problema principale per il gruppo Fiat-Chrysler è l'assenza da mercati-chiave, per chi vive e lavora in questo paese il futuro passa da qui. Impegno, dichiarazione d'intenti o indirizzo che sia.
Su Repubblica di ieri, l'economista Alessandro Penati (mai tenero con Marchionne) scrive che tuttavia non si può «esonerare» il manager come un allenatore di una squadra di calcio, perché senza di lui sarebbe stato il diluvio. Tesi sostenuta tre giorni prima da Luca Ciferri su Automotive News Europe (http://www.autonews.com/article /20111026 /BLOG15/310269994/1503): «Senza Marchionne, dove sarebbe la Fiat oggi?», flashback sulle condizioni in cui l'aveva trovata nel 2004, a un passo dal fallimento. A Penati e Ciferri, che chiudono con le stesse critiche al manager (debolezza del gruppo in Asia), si può ribattere che discutere e/o dubitare di Fabbrica Italia non cancella il bailout di Marchionne. Anzi: quelli sono fatti, contro (per ora) le chiacchiere di oggi.
«Fabbrica Italia rappresenta l'impegno di Fiat per rafforzare la presenza del gruppo in Italia, trasformandola in una base strategica per la produzione, gli investimenti e l'export», diceva Marchionne nell'aprile del 2010. Nel frattempo, la cassa integrazione è rimasta, Termini Imerese è chiusa, da Mirafiori sono stati portati via due nuovi modelli in Serbia, un terzo è slittato sine die. «L'impasse» di Fabbrica Italia può essere davvero colpa di una «frangia marginale del sindacato», per restare fedelmente ai giudizi di Marchionne?
«L'obiettivo di Fabbrica Italia è quello di incrementare gradualmente i volumi di produzione di autovetture nei nostri impianti italiani fino al 2014, quando raggiungeranno 1.400.000 unità, più del doppio delle 650.000 unità prodotte nel 2009». E' ancora Marchionne aprile 2010: niente male per una semplice «dichiarazione d'intenti»; né si capisce (se non pensando male) come si possa declassare a «indirizzo» un piano che «per l'Italia rappresenta anche una grande opportunità per creare posti di lavoro in Italia», «opportunità unica affinché il nostro complesso industriale in Italia compia un significativo passo in avanti». Fabbrica Italia what? di Francesco Paternò da il manifesto del 30.10.2011
Ultima modifica il Martedì, 01 Novembre 2011 15:04
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LA SPINTA! Febbraio-Marzo 2011 N° 22
Categoria: Società Data pubblicazione
In questo numero:
* LA RIVOLTA INFUOCA IL NORD AFRICA...
* 140 LICENZIATI ALLA AMCOR FLEXIBLES ITALIA.
* PER AVERE PIU’ OCCUPAZIONE BISOGNA LAVORARE DI PIU’ E CON MENO SOLDI.
* CASE AI POVERI E AI ... ROM? NO, AI RICCHI !
* IL SILENZIO CHE UCCIDE!
Ultima modifica il Venerdì, 04 Marzo 2011 17:50
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