Internazionale

Anche nelle miniere di carbone, il capitale divora la vita dei proletari per il profitto

 

strageturchia

272 morti accertati, che si teme saliranno a oltre 400 – nelle ultime 12 ore nessuno è stato estratto vivo dalla miniera di carbone di Soma. Questo il bilancio del più grande massacro di minatori nella storia della Turchia. Massacro ad opera dell'avidità di profitto dei padroni, non una "tragica fatalità". Per questo tra i lavoratori turchi sul sentimento del lutto per i compagni morti prevalgono la rabbia e la volontà di lotta, esplose in diverse proteste represse dal governo coi lacrimogeni in diverse città. A Soma lo stesso primo ministro Tayyip Erdogan ha fatto fatica a sottrarsi alla folla inferocita durante la sua passerella ed ha malmenato la moglie di un minatore morto.
Viene ricordato che Erdogan in occasione di un "incidente" minerario nel 2010 disse che i minatori erano "morti beatamente", e che questo è il "destino" di chi fa quel mestiere. È la tesi della tragica fatalità, comoda per governi e padroni.
Alcuni sindacati turchi hanno proclamato uno sciopero di protesta e insieme a partiti di opposizione denunciano la responsabilità della politica delle privatizzazioni portata avanti dal governo, come il solito a favore dei capitalisti "amici".
Il proprietario della miniera di Soma nel 2012 si vantò di avere ridotto il costo di una tonnellata di carbone da 130 a 24 dollari dopo la sua privatizzazione. Il massacro è il risultato di questo taglio delle misure di sicurezza e dell'aumento dello sfruttamento, che hanno permesso di aumentare i profitti.
Ma nel mondo il primato dei morti tra i minatori è detenuto dalla Cina, dove gran parte delle miniere sono di proprietà pubblica. Ad uccidere non è tanto una forma giuridica della proprietà, ma un sistema basato sullo sfruttamento del lavoro salariato, in cui una classe si appropria del prodotto del lavoro di un'altra classe, in cui il fine della produzione è il profitto per i pochi, capitalisti privati o funzionari del capitale statale, e non il benessere della massa dei lavoratori; in cui lo Stato è in mano a chi vive del lavoro altrui.
Il SI Cobas nel denunciare questo ennesimo massacro del capitale esprime la sua piena solidarietà ai lavoratori in lotta in Turchia.

*****

Miniera di carbone di Soma, provincia di Manisa in Turchia occidentale, a 250 km dalla capitale Istanbul.

A 420 metri sottoterra, e a 4 km dall'uscita ci sono 787 minatori. È il cambio dei turni, verso mezzogiorno di martedì 13 maggio. Un difetto nel circuito elettrico provoca lo scoppio di un trasformatore, segue un incendio, l'esplosione causa un blackout, gli ascensori non funzionano più e bloccano i lavoratori in un inferno in cui 205 minatori perdono la vita, 80 i feriti; si parla già del più grave disastro minerario della Turchia, e si teme che il numero delle vittime si riveli superiore. Intrappolati sottoterra ci sono ancora 400 minatori, a rischio di avvelenamento da biossido di carbonio. Il tasso di sopravvivenza a seguito di incidenti nelle miniere di carbone è molto basso rispetto a quello per le altre miniere.
Si tratta dell'ennesimo prevedibile "incidente" dovuto alla sete di energia del capitalismo mondiale in sviluppo, ma soprattutto alla avidità di plusvalore che esso spreme dalla classe dei salariati. Minori sono i costi delle misure di sicurezza, maggiore è il guadagno che il padrone delle miniere - in questo caso SOMA Kömür ??letmeleri A.?. - estrae dal lavoro dei minatori. La miniera di Soma è una delle maggiori riserve di lignite del mondo, 125 mn. di tonnellate stimate, 2 mn. di tonnellate prodotte annualmente.

 

Governo turco e proprietà si sono affrettati a dichiarare che la miniera era in regola con i regolamenti di sicurezza, subito contraddetti da un esponente dell'opposizione ricorda che negli ultimi anni sono state rilevate 66 infrazioni alla sicurezza nella miniera di Soma, senza alcuna sanzione pecuniaria emessa; solo 20 giorni fa' il partito al governo ha respinto una proposta parlamentare di inchiesta sulla sicurezza dei minatori a Soma.
Come spesso accade in occasione di un massacro di queste proporzioni fin dalle ore successive al disastro il governo dell'AKP ha predisposto l'invio a Soma di diverse unità militari per prevenire le manifestazioni di rabbia della popolazione locale e dei familiari degli operai, senza mancare poi di fare circolare cifre sottostimate (appena 5 secondo il governo) sul reale numero delle vittime. Al di là della becera condotta governativa su questo aspetto quello che è importante sottolineare è come "l'incidente" sia frutto del piano di privatizzazione che investe da anni l'intero settore energetico in Turchia.

 

La SOMA è stata infatti una delle compagnie che più ha tratto profitto dalla legalizzazione del sistema delle royalties nel 2005 grazie al quale le compagnie private riescono ad ottenere l'affitto agevolato dei siti di estrazione in cambio della cessione allo stato di una quota delle materie estratte. Le conseguenze ovvie di questo processo sono state una maggiore precarizzazione delle condizioni di vita dei minatori spesso spogliati delle più elementari tutele, sia sul piano dell'organizzazione sindacale che sul piano della sicurezza sul lavoro, attraverso un complesso sistema di subappalti che consente a padroni e padroncini del settore di assumere minatori inesperti, in alcuni casi ragazzini, che mettono a rischio la propria vita per un salario medio di 500 dollari mensili.

 

Ma come ha dichiarato il primo ministro turco questi "incidenti" mortali per i minatori sono "parte del mestiere". In breve: il mestiere degli operai prevede la morte, quello dei padroni e dei loro servi nelle istituzioni solo grassi profitti. La rabbia delle famiglie dei minatori di Soma che hanno contestato duramente Erdo?an in visita nella miniera ha suscitato la risposta immediata delle organizzazioni sindacali DISK e KESK che hanno proclamato lo sciopero generale per la giornata di domani, e delle organizzazioni comuniste che hanno organizzato manifestazioni scontrandosi con la polizia individuando come obiettivo le sedi della SOMA e gli uffici del ministero dell'energia in diverse zone del paese da Ankara, Istanbul, Izmir, Antalya, Eski?ehir, Adana, Samsun.

La Turchia ha il peggior record di incidenti minerari in Europa e il terzo peggiore nel mondo. In 73 anni sono stati uccisi in Turchia oltre 3000 minatori. Il peggiore finora è stato quello del 1992, 263 vittime in una miniera di Zonguldak, sul mar Nero.

Ma il record degli omicidi perpetrati dai padroni delle miniere di carbone appartiene alla Cina che, con una media di 13 al giorno, vanta circa l'80% del totale mondiale di vittime pur producendo solo il 35% del carbone mondiale.

 

Sono tutte vittime di una guerra tra capitale e lavoro salariato. Le immagini che riportano le tragedie del lavoro con le enormi sofferenze che provocano per le famiglie delle vittime e per quelle dei sopravvissuti, spesso gravemente menomati, non sono diverse da quelle offerte da un paese in guerra, o dalle tragedie dei naufragi di immigrati in fuga da situazioni di vita inumane. Le cause profonde sono sempre le stesse. Un'organizzazione sociale che antepone il profitto del capitale al valore e alla dignità della persona umana, e che in suo nome sacrifica tutte le energie di cui riesce ad appropriarsi, da quelle che strappa alla natura alla forza lavoro dei proletari.

Anche le ideologie verdi soccombono facilmente in nome del profitto. La crisi finanziaria internazionale e la crisi dell'euro hanno reso appetibile per il mercato europeo, finora il più "pulito" del mondo, anche il carbone americano ricco di zolfo e perciò ad alte emissioni. Una settimana fa titolava il Wall Street Journal: "Il basso costo la vince sull'alto contenuto di zolfo". Nel 2013 la UE ha importato 47,2 mn. di tonnellate di carbone dagli Usa, contro i 13,6 mn. del 2003. E questo in barba alla precedente svolta energetica a favore dell'ambiente. Le tensioni politiche con Mosca, legate alla crisi ucraina, potrebbero favorire ulteriormente le importazioni europee di carbone dagli Usa, oggi al secondo posto dopo la Russia.

 

Nel 2010, dopo un incidente nella miniera di carbone Upper Big Branch nel West Virginia in cui morirono 25 minatori, il Ceo della società carbonifera americana, Massey Energy Co, proprietaria della miniera e maggiore società mineraria degli Appalachi, ebbe a dichiarare:
"In tutte le miniere di carbone in America ci sono violazioni", "Le violazioni sono purtroppo una parte normale del processo minerario". Un operaio di una ditta di subappalto della miniera denuncia: "ai minatori venivano chiesti turni di 12 ore, contro le 8 normali del settore; c'erano fili elettrici esposti, e veniva ignorata l'accumulazione di polvere di carbone e di metano".
C'è chi ricorda però che negli Usa muoiono in media "solo" 30 minatori l'anno nelle miniere di carbone! Un prezzo che il capitale europeo ritiene evidentemente valga la pena di far pagare alla classe dei salariati!! È ora che i proletari si organizzino politicamente per togliere alla borghesia il potere di disporre della vita della stragrande maggioranza dell'umanità.

 

Cronologia degli incidenti minerari degli ultimi 30 anni in Turchia
7 marzo 1983, 103 omicidi, a Armutçuk
10 aprile 1983: 10 omicidi a Kozlu
31 gennaio 1987: 8 omicidi a Kozlu
31 gennaio 1990: 5 omicidi a Amasra
7 febbraio 1990: 68 omicidi a Yeni Çeltik
3 marzo 1992: 263 omicidi a Kozlu
26 marzo 1995: 37 omicidi a Sorgun
22 november 2003: 10 omicidi a Ermenek
8 settembre 2004: 19 omicidi a Küre
2 giugno 2006: 17 omicidi a Dursunbey
10 dicembre 2009: 19 omicidi in Mustafakemalpa?a
17 maggio 2010: 30 omicidi a Zonguldak
8 gennaio 2013: 8 omicidi a Kozlu
13 maggio 2014: 205 omicidi (finora) a Soma

 

(da: www.combat-coc.org)

Gli attivisti operai della Cina, vanno oltre la linea

lotte operaie in cina

Di Tom Mitchell e Demetri Sevastopulo

Cresce in Cina il numero delle proteste operaie, anche in settori dove in precedenza non c'erano mai state, perché, a causa di tendenze demografiche che stanno creando carenze di mano d'opera, soprattutto qualificata, e tecniche (internet, smartphone ... tramite i social media i lavoratori sono in grado di confrontare più facilmente le condizioni contrattuali e di mobilitare altri lavoratori a sostegno degli scioperi),

 

l'equilibrio di forze si sposta lentamente a favore dei lavoratori. Le lotte, divenute più violente e determinate, sono spesso causate da ristrutturazioni, fusioni o acquisizioni. Si registrano episodi di sequestri di padroni da parte dei dipendenti.
Proteste di fabbrica per regione, in %

 

schemacina

Fonte: China Labour Bulletin, indagine su 470 scioperi di fabbrica tra il giugno 2011 e il dicembre 2013

 

Il governo cinese cerca ora di mediare per far ottenere salari e condizioni richieste dai lavoratori per non far inasprire le proteste, con il conseguente ritiro degli investimenti che si riflettono sugli introiti fiscali locali. Tradizionalmente le lotte vengono spesso represse con la minaccia del carcere fino a 5 anni, sotto imputazione di aver "turbato l'ordine sociale".

Un lavoratore appartenente ad una Ong che aveva assistito i dipendenti di Yue Yuen nel loro sciopero, è stato il primo attivista cinese accusato di aver usato internet per turbare l'ordine sociale, in base ad una legge di recente aggiornata all'uopo. Durante lo sciopero i lavoratori hanno creato diversi gruppi di messaggi istantanei QQ per condividere le informazioni e coordinare la lotta.

Le multinazionali, accolte con deferenza che al loro arrivo in Cina, ora devono fare i conti con la determinazione dei lavoratori che non più disposti a piegarsi facilmente.

 

Richieste degli scioperanti, in %
( da leggere in senso anti-orario) condizioni di lavoro; pratiche dei dirigenti; straordinari; previdenza sociale; aumenti salariali; arretrati; risarcimenti

schemacina2

 

7 marzo 2014: oltre 1000 lavoratori di uno stabilimento IBM a Shenzen, Sud Cina, sono scesi in sciopero chiedendo un risarcimento prima che la fabbrica fosse trasferita al produttore cinese di PC Lenovo, a cui IBM ha venduto per $2,3 MD le attività di server di fascia bassa. Lenovo ha promesso di mantenerli alle stesse condizioni.

I lavoratori, come nella maggior parte degli scioperi in Cina, non hanno abbandonato la fabbrica per non rischiare di essere arrestati per turbativa di ordine pubblico; hanno agito in modo indipendente dal C.d.F. ACFTU, ed hanno eletto 20 loro rappresentanti, poi licenziati da IBM.

 

Sempre a marzo, provincia dello Yunan, è stato chiuso un supermercato Walmart: dei 135 dipendenti la metà ha accettato le condizioni, mentre 70 lavoratori sono scesi in sciopero per strappare migliori condizioni di fine rapporto; la polizia ha incarcerato per una settimana senza alcuna imputazione alcuni scioperanti. La direzione ha rifiutato la richiesta di negoziati collettivi e vuole trattare solo individualmente.
I 70 licenziati continuano a riunirsi quotidianamente cercando di controllarne la chiusura, in attesa di un'udienza arbitrale entro il mese. Walmart usava le 30 uscite di sicurezza per entrare e uscire dal magazzino.
La protesta presso Walmart fa emergere il cambiamento che sta avvenendo nel mercato del lavoro cinese, cambiamento che ha importanti riflessi per le multinazionali che producono o fanno produrre in Cina.

 

Le proteste operaie vengono spesso soffocate anche dall'unico sindacato giallo riconosciuto ufficialmente, All China Federation of Trade Unions (ACFTU).
Ci sarebbero però segnali di dissenso all'interno di ACFTU. La lotta di Walmart ad es. è diretta da un salariato capo del C.d.F. ACFTU, Huang Xingguo, fatto che rappresenta una pietra miliare nella storia del movimento operaio in Cina e che ha preoccupato le autorità locali. Huang, 42 anni, è un leader carismatico. Se Walmart cede, il caso farà scuola e saranno costretti a riconoscere maggiori indennizzi per le future chiusure di magazzini.

 

Huang e i suoi compagni non sono però riusciti ad avere l'appoggio del ACFTU municipale, e neppure della federazione a livello provinciale o nazionale. E non possono collegarsi con altri sindacati di Walmart, che ha almeno 400 grandi magazzini in Cina, tutti con sindacati, ma ogni sindacato dipende dal governo locale. Le amministrazioni locali, soprattutto nei centri di esportazione della provincia meridionale del Guandong, temono che gli aumenti a due cifre annuali dei salari spingano i produttori a spostarsi in altre regioni o paesi; vogliono trovare il modo per rispondere meglio alle rivendicazioni e gli scioperi.

 

ACFTU è strutturata verticalmente (come il PCC a cui è sottomessa) e non incoraggia collegamenti orizzontali tra organizzazioni di base;
anzi i tentativi di collegamento rischiano di scatenare una dura reazione del governo. Una dichiarazione di appoggio pervenuta da un sindacato americano ha allarmato i funzionari locali che hanno avvertito i lavoratori di non politicizzare la questione.
ACFTU mantiene una stretta divisione tra gli attivisti di base e i burocrati. Ad es. Huang, eletto democraticamente dai compagni non ha nessuna speranza di salire i ranghi di ACFTU.
Leggi nazionali stabiliscono i livelli pensionistici e di
altre prestazioni, linee guida dei governi locali consento ai gruppi di operare in una zona grigia.
Ad aprile hanno scioperato per il pagamento dei contributi previdenziali circa 40 000 salariati del gruppo calzaturiero di Taiwan, Yu Yuen, che produce per le grandi firme internazionali (Adidas, Nike, Asics, etc.); lo sciopero sarebbe costato almeno $58mn.

 

Quando la situazione si è fatta calda il governo e i funzionari ACFTU hanno dichiarato che la società non aveva pagato quanto doveva e hanno consentito ai lavoratori di eleggere rappresentanti per negoziare, ma hanno anche costretto i lavoratori ad accettare un compromesso avversato da molti e usato la polizia per rispedirli alle catene di montaggio.

 

Conflitti tra polizia e lavoratori
Numero di casi per mese, genn-2012-dic. 2013;

In arancio: interventi della polizia; in rosso incidenti con arresti

cinaarresti

 

L'anno scorso i lavoratori della provincia dello Shandong prendendo il controllo della fabbrica hanno bloccato quella che sarebbe stata la maggior acquisizione ($2,5 MD) di un gruppo indiano del gruppo americano Cooper Tire, che produce penumatici e gomma. Lo sciopero è costato almeno $70mn.

Dal 2011, anno con il maggior numero di popolazione attiva, questa è calata di 5,9 mn.; Le fabbriche faticano a trovare lavoratori qualificati, e a controllarli.

- Benché il salario minimo stia aumentando con tassi a due cifre, non tiene il passo con l'aumento del costo della vita.

Sciopero, la Cina si ferma: paralisi dei grandi marchi

sciopero in cinaMigliaia di operai della Yue Yuen, una delle più grandi fabbriche della Cina, che produce scarpe per Nike, Crocs, Adidas, Reebok, Asics, New Balance, Puma, Timberland, sono in sciopero a Dongguan. I manifestanti sono in lotta per le condizioni di lavoro precarie e per la mancanza di previdenza sociale

Marocco. Lotta di classe e repressione

marocco-arresto

Lo scorso 6 aprile si è svolta a Casablanca una manifestazione indetta dai principali sindacati del paese. Circa 150.000 persone hanno contestato le scelte politiche del governo, in un paese dove la crisi morde le vite della gran parte della gente.

 

Casablanca è tradizionalmente il cuore delle lotte dei lavoratori, in un paese dove i "diritti" sindacali sono più leggeri della carta dove sono scritti. Chi si iscrive al sindacato, partecipa a lotte e scioperi, rischia di essere licenziato.

Lo stesso diritto di espressione svanisce di fronte a qualche slogan di troppo nei confronti di re Mohamed VI, che, al di là della patina innovatrice, mantiene un controllo ferreo sul paese.
Il 6 aprile, al termine della manifestazione, nonostante non vi fossero stati scontri, la polizia ha fermato 15 manifestanti, per gli slogan del settore più radicale del corteo. Nel mirino della polizia soprattutto quelli diretti contro la monarchia e il capitalismo.

 

Ad otto di 15 fermati il tribunale ha confermato ieri gli arresti.
La durezza degli apparati repressivi, anche extralegali, emerge anche dalle morti "sospette" di due attivisti. Uno morto in carcere, l'altro trovato per strada, dopo aver ricevuto minacce durissime, nel caso avesse continuato a partecipare alle lotte.

Ne abbiamo parlato con Ahmed, un torinese di origine marocchina, che in queste settimane è in visita alla sua famiglia ed ha partecipato alla manifestazione del 6 aprile.

 

Ascolta la diretta: INTERVISTA A AHMED SU RADIO BLACKOUT

Cassa di Resistenza

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E' a partire dal 2008 che nell'intero settore della logistica si è sviluppato e radicato un ampio movimento di lotte autorganizzate che ha coinvolto centinaia di lavoratori e lavoratrici dei principali siti distribuiti sul territorio nazionale. 

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