Internazionale

Egitto: rivoluzione e lotte sociali

Pubblichiamo questo articolo apparso su “Le Monde” lo scorso 11 febbraio perché ha il merito di leggere la rivoluzione egiziana attraverso lo sviluppo della lotta di classe. Dimostra che, lungi dall’essere un evento privo di radici e di futuro, l’insorgenza ha una profonda genealogia e vive dentro un processo che resta completamente aperto, contro il principale credo di cui sono portatori i Fratelli Musulmani, cioè quello neoliberale.

Se della rivoluzione egiziana del 2011 si ricorda la figura del giovane internauta connesso, se si scopre, nel 2013, quella più cupa, del giovane incappucciato, vestito di nero, ce n’è un’altra che la maggior parte dei media ignorano anche se il suo ruolo è incontestabile nel ciclo di mobilitazione che interessa l’Egitto da circa due anni, e fin dalla fine degli anni ’90: quella del piccolo salariato, che sia un operaio, un funzionario oppure un impiegato.

Meno mediatizzati degli scontri tra militanti politici e forze dell’ordine, più costanti e regolari degli episodi di protesta che si manifestano nelle strade, le mobilitazioni del mondo del lavoro sono l’altra faccia, altrettanto cruciale ed espressiva, di questa rivoluzione.

La forza e l’incisività delle lotte che si declinano in termini economici e si coniugano al presente della questione sociale sono indispensabili ai fini della comprensione del gesto rivoluzionario.

Ne sono un rifrattore e intrattengono con esso un rapporto omotetico, nella forma e nella sostanza. Sono anche il sostrato, vale a dire una delle chiavi di lettura delle fiammate di violenza, di collera e di protesta che anche la più piccola scintilla politica riesce ad accendere nell’Egitto di oggi.

Una rivoluzione non segue la teoria della generazione spontanea. Quella egiziana non contravviene alla regola; se la contestazione che si è cristallizzata il 25 gennaio 2011 con l’occupazione di piazza Tahrir fu imprevedibile non di meno si inscrive in un ciclo di proteste indipendenti delle formazioni politiche e per iniziativa degli operai e dei giovani.

Occupazione di tutta la città

Soltanto per il 2007, l’Egyptian Workers and Trade Union Watch, conteggia 580 azioni rivendicative (nel 2004 erano 191). Nel settembre del 2007, 22.000 operai della fabbrica tessile Ghazl Al-Mahalla, fiore all’occhiello della terza città del paese, Mahalla Al-Koubra, entrano in sciopero per reclamare un miglioramento delle loro condizioni di lavoro e un salario minimo.

Per la prima volta in Egitto, un operaio eletto del comitato per lo sciopero, Sayyid Habib, dichiara, durante un meeting: “ Noi sfidiamo il governo […] Ci battiamo per i nostri diritti e la caduta del governo”. La politicizzazione delle rivendicazioni sociali è esplicita.

Qualche mese più tardi, è dalla stessa fabbrica, nell’aprile del 2008, che uno sciopero conduce all’occupazione di tutta la città. Essa resta, ancora oggi, un ricordo vivido per i militanti sindacali e politici tanto per la ferocia della repressione (gli scontri con le forze di polizia hanno provocato un morto e 331 feriti) quanto perché segna una tappa nella sincronizzazione delle lotte sociali e politiche.

Il primo maggio 2010, un assembramento di operai di diverse fabbriche, si forma davanti al Parlamento e intona degli slogan senza ambiguità: “Un salario minimo giusto o che il governo torni a casa”, “ Abbasso Mubarak e tutti quelli che alzano i prezzi”. Prova supplementare, qualora ce ne fosse bisogno, della stretta sovrapposizione dei movimenti sociali nella trama rivoluzionaria.

Ci sia sufficiente ricordare, che è al cuore della stessa occupazione di piazza Tahrir, durante i diciotto giorni che conducono alla fuga del presidente Hosni Mubarak, la fondazione, il 30 gennaio del 2011, del primo sindacato indipendente dell’Egitto: La Federazione Egiziana dei Sindacati Indipendenti (EFITU), che chiama immediatamente uno sciopero generale, molto partecipato.

Tuttavia, l’evento è uno dei meno mediatizzati della sommossa popolare. Ciò non impedisce la fine, ed è questa una delle conquiste della rivoluzione, del monopolio dell’onnipotente Federazione dei sindacati egiziani (ETUF) fondata da Nasser.

La libertà sindacale è riconosciuta per decreto il 12 marzo del 2011, e in agosto la direzione nazionale dell’ETUF è sciolta, ciò che costituiva la prima rivendicazione dell’EFITU. Ma questo risultato è fragile ed ambivalente. Libertà sindacale riconosciuta ma azione collettiva criminalizzata: è ugualmente per decreto che in marzo, il Consiglio supremo delle forze armate incaricato della transizione, punisce con una multa di 5537 euro ogni incitazione all’organizzazione di sit-in o di azioni che intralciano il lavoro delle autorità pubbliche.

La caduta del regime di Mubarak non ha placato la collera

La sanzione è di 55.377 euro e di almeno un anno di prigione per ogni azione violenta che provoca la “distruzione dei mezzi di produzione” o è “suscettibile di turbare l’unità nazionale, la sicurezza pubblica e l’ordine sociale”. L’imprecisione dei termini favorisce una interpretazione molto estensiva, come dimostra la condanna alla prigione, da parte di un tribunale militare, il 29 giugno del 2012, di cinque operai della società di gas e petrolio Petrojet, colpevoli di essersi accampati per due settimane davanti al ministero del petrolio, per domandare la stabilizzazione di 200 impiegati precari.

La caduta del regime di Mubarak non ha placato la collera, tutto il contrario. Scioperi ricorrenti bloccano le aziende e le strade dei centri cittadini. Nei settori industriale e terziario, sono rivendicati il miglioramento delle condizioni di vita e una riformulazione del diritto del lavoro egiziano.

Nel 2011 secondo l’Ong Sons of the Land Association for Human Rights hanno avuto luogo più di 1400 azioni collettive che hanno coinvolto non meno di 60.000 lavoratori, ovvero più di due o tre volte di un tempo. Mai accaduto nella storia dell’Egitto. Per il solo mese di settembre del 2012, il Centro egiziano per i diritti economici e sociali censisce circa 300 azioni collettive operaie.

Le rivendicazioni restano le stesse (salario minimo e condizioni di lavoro) alle quali si aggiungono delle domande politiche: la richiesta che alcuni direttori di uffici e servizi siano “allontanati” (degagés nel testo originale, Ndt), e che “i piccoli Mubarak” di ogni tipo subiscano la stessa sorte rivoluzionaria.

In questo gli operai egiziani condividono con il popolo il miglioramento conquistato con la sommossa: il potere di dire, la riconquista delle loro voci, in assenza dei loro diritti. In effetti, gli esempi di cambio di direzione sono rari, poco numerosi durante la gestione della transizione guidata dall’esercito, sempre più rari sotto il regno dei Fratelli musulmani.

Evochiamo anche la sempre più grande sconnessione tra le espressioni e le formulazioni della questione sociale e le traduzioni politiche della tormentata transizione. Si deve, necessariamente, constatare che le lotte sociali, con tutto quello che comportano in termini di rivendicazioni socio-economiche, sono fallite ai piedi dell’arena politica.

Un popolo in impoverimento cronico

Non soltanto pochi partiti menzionano gli interessi dei lavoratori e degli operai, ma anche i nuovi sindacati conoscono delle precarie condizioni di intervento: per mancanza di risorse, la maggior parte non dispone né di sedi né di quadri.

Un anno dopo la fuga di Hosni Mubarak, l’Etifu pur vantando di raggruppare 200 sindacati e 2 milioni di membri è il teatro di scissioni in espansione. Difficile quindi stabilirne la potenza reale.

Cerchiamo di essere precisi: le dimensioni economiche e sociali non sono assenti dai programmi dei partiti politici, vecchi e nuovi, e l’ottimo risultato del candidato nasserista alle presidenziali Hamdeen Al-Sabahi, nonchè fondatore del partito Al-Karama e che giunge a capitalizzare il 20,7% dei suffragi espressi al primo turno, si spiega per la sua vicinanza ai movimenti sociali.

Rimane il fatto che Khaled Ali, il vecchio direttore del centro egiziano per i diritti economici e sociali e leader sindacale, abbia raccolto soltanto lo 0,6%. La competizione per i seggi parlamentari non è mai stata così favorevole; non meno di 25 deputati del primo Parlamento postrivoluzionario possono essere considerati vicini alla causa operaia.

Segno dei tempi o paradosso drammatico di un paese che conosce una situazione economica catastrofica e che ha tutti gli indicatori finanziari in rosso?

In ogni caso il potere in carica resta, nel migliore dei casi, sordo di fronte al disastro dell’economia egiziana e allo smarrimento di un popolo sulla strada di un cronico impoverimento o per lo meno poco ricettivo e, nei peggiori, reprime.

In effetti è sbagliato credere che il progetto dei Fratelli musulmani sia un reale progetto di società nel senso pieno del termine: se è conosciuto – fin troppo – come propriamente sociale per via degli aspetti relativi ai costumi e alla promozione della morale, esso è più che superficiale sulla questione sociale ed è più che vago rispetto alla frattura sociale.

Tuttavia i Fratelli hanno delle opinioni più chiare e precise di quanto si creda rispetto all’economia. Il credo neoliberale, con quello che implica in termini di privatizzazione dell’educazione, della sanità, dei trasporti e dell’energia, non è, per loro, una scoperta delle ingiunzioni del FMI.

Lo indossano e lo rivendicano esplicitamente nel loro programma che fu l’unico, durante la campagna presidenziale, a incoraggiare gli investimenti esteri nelle infrastrutture principali e la liberalizzazione centralizzata degli scambi commerciali.

“Pane, dignità e giustizia sociale”

Lo slogan della rivoluzione “pane, dignità e giustizia sociale” conserva, dopo due anni, tutta la sua pertinenza. Se la violenza dei black bloc (fondati sul modello dei gruppi radicali europei) ha potuto sorprendere, se quella delle forze dell’ordine ha potuto rimanere intatta, è perché mantengono non di meno una misura comune con la violenza sociale che perdura, al di là e a fianco della rivoluzione.

La dinamica e la posta in palio di quest’ultima non sono riducibili né alla frattura semplificata tra laicità e islamismo, né alla mera alternativa tra pacifismo e violenza, né ancora all’illusoria distinzione tra Stato civile e Stato militare.

di ASSIA BOUTALEB

18 febbraio 2013 - * Traduzione di Antonio Alia.

http://www.uninomade.org/egitto-rivoluzione-e-lotte-sociali

Il Sudafrica e la fine di un apartheid

minatori SudafricaniPubblichiamo un articolo sulla situazione del Sudafrica tratto da www.areaglobale.org

Nei giorni scorsi ci è capitato di leggere un articolo [1] di Maurizio Matteuzzi dedicato alla recente strage di minatori in Sudafrica. Matteuzzi, che scrive talvolta articoli interessanti, qui sembra non aver ben colto il cuore del problema. Come spesso accade vengono affastellati sbrigativamente tanti diversi elementi senza segnalarne nessuno come principale e senza spiegare affermazioni e giudizi politici piuttosto discutibili.
Secondo Matteuzzi il problema fondamentale del Sudafrica sarebbe quello che a 20 anni dalla “fine dell'apartheid” stanno venendo al pettine i nodi di come quella fine si è realizzata ovvero attraverso la rimozione dell'epoca dell'apartheid – l'amnesia - e la rinuncia a perseguirne i responsabili – l'amnistia -: un “piccolo” limite al “miracolo politico” di Nelson Mandela

“Il Sudafrica, grazie a Nelson Mandela, a suo tempo ha fatto il miracolo politico di passare da un sistema nazi-segregazionista a un sistema democratico a-razziale in modo relativamente indolore, una transizione mirabile ma fondamentalmente basata anch'essa, come quella troppo lodata della Spagna dopo la morte di Franco, e nonostante la «Commissione per la verità» guidata dal prestigio dell'arcivescovo Desmond Tutu, sul binomio amnesia-amnistia. Dopo quasi 20 anni, i nodi vengono al pettine” [2].

A Matteuzzi non passa neppure per l'anticamera del cervello che il “miracolo politico” e la “transizione mirabile” si siano potuti realizzare proprio in virtù dell'“assoluzione” che il dispensatore di miracoli Nelson Mandela ha elargito ai “nazi-segregazionisti” in cambio del ruolo che questi gli hanno concesso di svolgere dentro il processo politico che ha permesso il passaggio “indolore” dal regime “nazi-segregazionista” afrikaner al sistema democratico “a-razziale” sotto il paterno sguardo della sua più illustre ex-vittima.
Il tutto condito della retorica del messaggio, diffuso a livello planetario, secondo cui i “nazi-segregazionisti”, in fondo, non erano poi così terribili [3] e la forza arcobalena “della pace e dell'amore” non poteva che vincere, anche perché spinta in modo formidabile dai concertoni del “buon Bono” e dagli hits delle “menti semplici”.

***

Ma il problema fondamentale del Sudafrica non è quello della rimozione della “fase coloniale”; è, piuttosto, quello della rimozione della “fase post-coloniale”. E' il fatto che la fine dell'apartheid non solo non ha posto fine alle disuguaglianze economico-sociali, ma le ha ulteriormente approfondite. Il problema del Sudafrica è quello che la fine dell'apartheid ha consegnato la sovrastruttura del paese ai “negri da cortile” e la struttura agli ex “nazi-segregazionisti” fingendo di cambiare tutto affinché nulla dovesse cambiare.

Può sembrare incredibile (e in effetti quasi nessuno, Matteuzzi e Manifesto inclusi, ha fatto granché per evidenziarlo), ma il “Sudafrica dei miracoli” rappresenta l'espressione di un paese in cui i salariati di oggi vivono relativamente peggio degli “schiavi” di ieri. Per sincerarsene basta scorrere un recente rapporto dell'OCSE nel cui abstract si legge

“Questo report presenta un'analisi dettagliata dei cambiamenti nella povertà e nella disuguaglianza sociale dopo la caduta dell'apartheid e ciò che può aver condotto a tali sviluppi”

I dati

“...mostrano che il livello di disuguaglianza di reddito in Sud Africa è aumentato tra il 1993 e il 2008. Lo stesso vale per le disuguaglianze all'interno di ciascuno dei quattro principali gruppi razziali del Sud Africa. La povertà è leggermente diminuita nel complesso, ma persiste a livelli acuti per i gruppi razziali African e Coloured” [4]

In sostanza, le disuguaglianze (in termini aggregati, cioè in generale) sono aumentate tra il 1993 e il 2008. E lo stesso è accaduto per gruppi razziali (cioè i neri si sono ulteriormente impoveriti relativamente ai bianchi).

Ecco dunque in cosa è consistito il “miracolo politico” di cui parla Matteuzzi: nell'usare il “prestigio immenso di Mandela” per far passare il Sudafrica dal “nazismo” alla “democrazia” in modo indolore ossia per realizzare il sogno delle classi dominanti: dominare senza bisogno di dover reprimere e addirittura facendo in modo, come in Sudafrica, che della repressione dei neri si occupino i neri medesimi, sia in quanto espressione dei massimi vertici istituzionali, sia in quanto massa delle forze di polizia.
E questo dimostra come una decennale lotta anti-razzista e anti-coloniale possa sfociare in un sistema “a-razziale” (come lo definisce Matteuzzi) nel quale gli sfruttati (neri) e gli sfruttatori (bianchi) sono ancora gli stessi del periodo “razziale”, con una parte di ex-sfruttati a fare da cane da guardia e un'altra parte a ben nutrirsi sotto la tavola del padrone.

***

Beverly Silver [5] mostra che le progressive de-localizzazioni delle attività produttive si portano dietro una parallela de-localizzazione (se così si può dire) delle lotte operaie la quale, a sua volta, determina un parziale miglioramento delle condizioni di reddito e di vita dei lavoratori che vivono nei paesi di destinazione di queste de-localizzazioni o, per meglio dire, l'aumento della massa di capitale variabile ovvero di reddito globale a disposizione dei lavoratori. Naturalmente, questo aumento avviene a discapito del reddito dei lavoratori che vivono nei paesi di origine delle de-localizzazioni, in modo che il saldo netto possa essere intascato dai capitalisti.La maggiore richiesta di forza-lavoro fa aumentare il suo prezzo al di sopra del puro costo di (ri) produzione e migliora tendenzialmente i rapporti di forza tra le classi a vantaggio dei lavoratori.
Il Sudafrica avrebbe pienamente confermato la regola

“Le corporations erano inizialmente attratte da particolari località semiperiferiche perché queste sembravano offrire lavoratori docili e a basso costo (ad esempio Spagna, Brasile, Sud Africa, Corea del Sud). Il conseguente afflusso di investimento straniero (diretto ed indiretto) contribuì a una serie di “miracoli economici” semiperiferici negli anni '70 e '80. Ma l'espansione delle industrie di produzione di massa ad alta intensità di capitale che accompagnò questi “miracoli economici” creò anche nuove classi operaie militanti, con un rilevante potere dirompente. I lavoratori espressero questo potere in cicli di lotta che si estesero in tutta la semiperiferia negli anni '70 e '80 - dal Brasile al Sud Africa negli anni '70, fino alla Corea del Sud negli anni '80 (Silver, 1995:182)” [6].

se non fosse sopraggiunto un “miracolo” a rimettere le cose a posto (per il capitale).
Cos'è dunque accaduto? E' accaduto che la “miracolosa” transizione democratica ha cercato di mettere un tappo alle lotte operaie ed è riuscita ad impedire la traduzione di quelle lotte in un miglioramento significativo delle condizioni materiali delle masse sudafricane.

Grazie ai bassi redditi garantiti dalla gestione concertativa [7] della fase post-coloniale è stato possibile un forte afflusso di capitali ed una discreta crescita economica che proprio a partire dal 1993, anno della fine ufficiale dell'apartheid e dell'avvio della presidenza Mandela, ha cominciato ad avere una tendenza stabile, in linea con quella mondiale (dopo anni di forte volatilità e di alti e bassi [8]).

A questo punto la domanda, come si dice, sorge spontanea: chi si è intascato la crescita? E sorge spontanea anche una seconda domanda. A chi serve la fine di un apartheid (politico-istituzionale) se ne resta un altro (economico-sociale)?

Antiper
Critica rivoluzionaria dell'esistente
Teoria e prassi per il non ancora esistente
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Note

[1] Maurizio Matteuzzi, Ombre sull'arcobaleno, Il Manifesto, 18 agosto 2012.

[2] Maurizio Matteuzzi, ibidem.

[3] Meritando infatti addirittura quell'ennesimo, infame, Premio Nobel per la Pace che Frederik Willem de Klerk ha infatti condiviso con Mandela.

[4] Leibbrandt, M. et al. (2010), Trends in South African Income Distribution and Poverty since the Fall of Apartheid, OECD Social, Employment and Migration Working Papers, No. 101, OECD Publishing: “This report presents a detailed analysis of changes in both poverty and inequality since the fall of Apartheid, and the potential drivers of such developments. Use is made of national survey data from 1993, 2000 and 2008. These data show that South Africa’s high aggregate level of income inequality increased between 1993 and 2008. The same is true of inequality within each of South Africa’s four major racial groups. Income poverty has fallen slightly in the aggregate but it persists at acute levels for the African and Coloured racial groups. Poverty in urban areas has increased. There have been continual improvements in non-monetary well-being (for example, access to piped water, electricity and formal housing) over the entire post-Apartheid period up to 2008”, http://dx.doi.org/10.1787/5kmms0t7p1ms-en.

[5] Beverly J. Silver, Le forze del lavoro. Movimenti operai e globalizzazione dal 1870, Bruno Mondadori, Milano 2008 (1a ed. Cambridge University Press 2003), pp. 312.

[6] Giovanni Arrighi, I lavoratori del mondo alla fine del secolo, Articolo tradotto con l'assenso dell'autore da Annamaria Vitale. La versione inglese è apparsa sulla rivista “Review”, estate 1996, volume XIX, numero 3 con il titolo “Workers of the World at Century's End”,Da “InterMarx”, http://www.intermarx.com/temi/Arrighi.html

[7] Espressa come meglio non si sarebbe potuto fare dall'alleanza politica del 1999 tra l'African National Congress di Nelson Mandela (66,4% dei voti) ed il Nuovo Partito Nazionale, erede del Partito Nazionale di De Klerk (6.9%).

Arrivano i minatori: nelle Asturie sciopero a oltranza, cortei, barricate

Hanno alle spalle una gloriosa tradizione di lotte. Il preludio della rivoluzione spagnola degli anni Trenta fu qui, con l'insurrezione dell'ottobre 1934, la Comune delle Asturie (nel nord della Spagna), repressa dal generale Franco che per stroncarla dovette passare per le armi migliaia di operai. Alla testa di quella lotta c'erano loro, i minatori, che attaccarono la Guardia Civil con un armamentario rudimentale e specialmente con quella dinamite che avevano a disposizione in abbondanza in miniera. Scrissero allora, quasi ottant'anni fa, una delle pagine più eroiche del movimento operaio.
Di quella eredità sono portatori i giovani minatori che stanno conducendo uno sciopero ad oltranza e l'occupazione delle miniere contro i tagli al settore minerario previsti dal governo Rajoy, che implicheranno decine di migliaia di licenziamenti.
La loro lotta la difendono con ogni mezzo necessario: con i blocchi stradali, con le barricate di copertoni e tronchi, con armi rudimentali, predisposte artigianalmente, come i loro antenati del 1934. Fanno impressione i filmati (v. i link che riportiamo qui sopra) in cui i minatori si difendono dalla repressione della Guardia Civil sparando con degli improvvisati lanciarazzi. Metodi che paiono efficaci, visto che le bande repressive del capitale arretrano e (v. secondo filmato) semplicemente scappano disordinatamente.


Quello che è certo è che questi minatori non soffrono di nessun timore superstizioso verso l'autorità, cioè verso lo Stato borghese. Se si chiude il libro di storia e si guada all'oggi ricordano tanto da vicino i giovani egiziani di piazza Tahrir, o i rivoluzionari che affrontano con grande coraggio la repressione in Siria. Ma, perché no?, pur con le dovute differenze, non sono tanto lontani da quegli operai immigrati che qualche giorno fa a Basiano si difendevano dalle cariche della polizia (che cercava di far passare i crumiri) sradicando cartelli stradali.
Funziona così, da sempre. Quando la classe operaia scende in campo lo fa con quella che Lenin definiva "la sua mano ruvida e callosa". E subito tutto diventa più chiaro: altro che concertazione, incontri con la "controparte", mediazioni, mozioni, ordini del giorno, emendamenti, cavilli, primo e secondo turno elettorale. Tutto l'armamentario che la burocrazia sindacale e la politica borghese usa da sempre per ingabbiare la forza gigantesca dei lavoratori, tutti i discorsi vuoti del riformismo, tutto è spazzato via rapidamente. E' la lotta di classe nella sua essenza: da una parte le "bande armate" della borghesia che difendono la proprietà e le istituzioni dei padroni, dall'altra gli operai che liberano la loro forza portentosa, usando tutti i mezzi a loro disposizione: dagli scioperi prolungati ai cortei, dalle occupazioni ai blocchi ferroviari e stradali, fino alle barricate (bellissima la foto di un gruppo di minatori che chiude un'autostrada accatastando tronchi d'albero).


Niente a che vedere con gli sciopericchi imposti qui da noi dai burocrati sindacali. Niente a che vedere con le ipotesi di alleanze elettorali e di governo che continua imperterrita a perseguire la sinistra riformista, da Vendola a Ferrero. Niente a che vedere con i "cinque punti" del Comitato No Debito di Cremaschi ("rigorosi vincoli pubblici alle multinazionali" e altre keynesiate simili). Niente a che vedere con quel grottesco "Appello di giuristi, costituzionalisti, personalità della politica" che sta girando alla vigilia dello sciopero del 22 giugno e che pretende di fermare Monti e la Fornero appellandosi alla "Costituzione della Repubblica", quella stessa che difende la sacralità della proprietà privata e santifica lo sfruttamento del lavoro salariato ma che - secondo questa bella congrega di ex ministri, ex sottosegretari, aspiranti ministri o perlomeno aspiranti deputati e senatori all'ombra del prossimo governo di centrosinistra, aspiranti a un riconoscimento qualsivoglia - sarebbe garanzia "della dignità e dei diritti democratici" (nella lista dei firmatari troviamo: Ferrero, Pancho Pardi, Salvi, Cremaschi, Agnoletto, Cannavò, Ferrando, Russo Spena, Cararo. Provveda il lettore a distinguerli nelle varie categorie di aspiranti qualcosa).
La frammentazione che continua delle lotte nel nostro Paese, al di là del coraggio di tante lotte operaie (si pensi a quella di Basiano, a quelle degli operai Jabil e Nokia, e a tante altre, spesso oscurate anche dai media di sinistra), potrebbe indurre a demoralizzazione (e maestri di demoralizzazione sono sempre, appunto, riformisti e centristi di cui abbiamo un bel campionario nella lista citata). Ma l'Italia non è un mondo a parte. Certo qui il ruolo di freno alle lotte delle burocrazie sindacali è stato finora più forte che in qualsiasi altro Paese europeo. Basti vedere come le misure di Monti stanno passando con un record negativo di ore di sciopero. Eppure è evidente che quanto succede in Grecia e in Spagna (non solo nelle Asturie: imponenti sono state anche le recenti mobilitazioni a Madrid o Barcellona) sono l'anticipazione di quanto potrà iniziare anche nel nostro Paese nei prossimi mesi.
E' la risposta dei lavoratori e dei giovani all'attacco della borghesia e dei suoi governi che pretendono di farci pagare la loro crisi e il loro debito. E' una risposta che  può non solo fermare gli attacchi anti-operai e le politiche di austerità dei governi padronali, ma può anche svilupparsi e indicare una soluzione alternativa alla crisi, una soluzione operaia, rivoluzionaria e socialista, a livello europeo.


Ma perché davvero la lotta avanzi, perché si sviluppi unificandosi al di sopra delle frontiere nazionali, è necessario costruire nuove direzioni sindacali in grado di scavalcare le burocrazie traditrici. E' necessaria una nuova direzione politica, cioè un partito internazionale, con sezioni in ogni Paese, che raggruppi l'avanguardia più cosciente dei lavoratori e dei giovani. Si tratta di un lavoro difficile che nel nostro piccolo vogliamo portare avanti con tutti coloro che hanno capito che non è l'ora delle petizioni, con tutti coloro che credono nella lotta non come mezzo per guadagnare un seggio o uno strapuntino. E' una lotta che le sezioni europee della Lit stanno portando avanti in tanti Paesi: è per questo che i nostri compagni spagnoli di Corriente Roja sostengono la lotta dei minatori e rivendicano la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle miniere.
E' l'ora della lotta: come ci insegnano i minatori delle Asturie, e pazienza se con i loro lanciarazzi risulteranno forse troppo rumorosi e grossolani per gli azzimati seguaci di Lord Keynes o per i fan di Syriza e della sua "leale opposizione" al nuovo governo anti-operaio greco.
La lotta dei minatori delle Asturie va fatta conoscere, rompendo la censura dei media nostrani e il silenzio della sinistra governista e delle sue appendici critiche. Perché i minatori delle Asturie possono diventare ancora una volta, come i loro nonni degli anni Trenta, un esempio per i lavoratori di tutto il continente.
di Francesco Ricci - da www.alternativacomunista.org

MAROCCO: lo sciopero della fame continua

Lo studente Ezedine Errousi diventa simbolo della protesta dei 27 prigionieri politici in sciopero della fame. E della speranza che il Movimento 20 Febbraio non abbia fatto il suo tempo. Di IKA DANO, da NENA News

Roma, 25 Aprile 2012, Nena News – Ventisette prigionieri politici in sciopero della fame da settimane, alcuni da mesi. Tra loro, uno studente in pericolo di vita, in sciopero dallo scorso dicembre: la lotta per la libertà e il rispetto dei diritti umani nelle carceri marocchine continua. E l’ennesima lettera – questa volta sottoscritta da 17 organizzazioni per i diritti dell’uomo – denuncia i soprusi e chiede l’intervento del primo ministro marocchino. Che, per ora, tace.

Ezedine Errousi è diventato il simbolo del Movimento 20 febbraio e della lotta dei prigionieri politici marocchini. Studente all’università di Taza, arrestato il primo dicembre 2011 perché appartenente al movimento – illegale – d’ispirazione socialista (Union Nationale des Étudiants Marocains) e attivo nelle proteste iniziate il 20 febbraio dello scorso, è in sciopero della fame dal 19 dicembre 2011. Condannato prima a tre, poi a cinque mesi di prigione, ha fatto della sua condanna la voce di una protesta indomita. “Sono stato arrestato all’università da agenti in borghese, torturato fino allo svenimento [...]. Mi hanno interrogato lungamente sul movimento di protesta, e di fronte al mio silenzio mi hanno messo una canna di pistola in bocca: “Un solo proiettile e sei finito, gli anni di piombo [gli anni della repressione sotto il re Hassan II, ndr] non sono ancora finiti”- scrive nella sua “Lettera sulla tortura” dal carcere di Taza, riportata dal giornale francese Humanitè. Offerta di borsa di studio permanente, visita del procuratore in persona per chiedere la fine dello sciopero della fame in cambio del ripudio del movimento di protesta e di un posto fisso. Ma dall’ospedale in cui è ricoverato in condizioni critiche, alimentato forzatamente con flebo, Ezzedine fa sapere che non si fermerà “fino al soddisfacimento delle nostre rivendicazioni di studenti e alla liberazione di tutti i prigionieri politici”.

Dal carcere di Ain Kaddous gli fanno eco quattro studenti dell’Università di Fez – Mohamed Ghaloud, Mohamed Fetal, Mohaled Zeghdidi, Ibrahim Saîdi: in carcere perché attivi nel Movimento di contestazione del 20 Febbraio, sono entrati in sciopero della fame il 23 gennaio, chiedendo un miglioramento delle loro condizioni di detenzione, la fine delle torture fisiche e psichiche, il diritto a ricevere visite e libri.

Dopo i ripetuti appelli dell’Associazione marocchina per i Diritti dell’Uomo (AMDH), vicina al partito socialista USFP, un collettivo di 17 ONGs chiede ora l’intervento di Abdelilah Benkirane, eletto a capo del Partito islamista di Giustizia e Sviluppo (PJD) nelle elezioni dello scorso novembre. Obiettivo: allarmare il governo sulle possibili tragiche consequenze di uno sciopero che va avanti da mesi.

Per ora, Benkirane tace. Riportando al centro dell’attenzione il ruolo del Movimento 20 Febbraio nel nuovo paesaggio politico. E lasciando intuire che in quanto a repressione, non ci saranno tante novità rispetto ai governi precedenti. La “sicurezza nazionale” rimane in mano al Makhzen, il cordone di partiti cooptati o creati a puntino dalla monarchia chérifienne di Mohammed VI.

Il partito PJD è stato parte del movimento di protesta del 20 febbraio, ed ha saputo trarne leggittimità sufficiente da diventare partito di maggioranza. “ Il nostro partito ha vinto le elezioni in parte proprio grazie al Movimento del 20 febbraio (M20)” – viene riportato il portavoce del  Comitato di pianificazione urbana del partito PJD sul portale marocchino Mamfakinch – “e resta convinto che la pressione della strada sia necessaria per il cambiamento”.

Ma il futuro e l’incisività del Movimento 20 febbraio sembra dipendere proprio dalla capacità di costituirsi come alternativa progressista distante dai partiti dell’establishment. Intanto, il partito islamico Giustizia e Benevolenza (Al Adl wa al Ihsan) del defunto sceicco Yassine ha annunciato di abbandonare il Movimento. Secondo l’analista del magazine progressista Tel Quel Karim Boukhari, è una buona notizia per “un riposizionamento più a sinistra e più progressista del M20. In un Paese che appena votato islamista, l’M20 ha la possibilità di diventrare un rifugio, un alternativa”. Nena News

Cassa di Resistenza

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E' a partire dal 2008 che nell'intero settore della logistica si è sviluppato e radicato un ampio movimento di lotte autorganizzate che ha coinvolto centinaia di lavoratori e lavoratrici dei principali siti distribuiti sul territorio nazionale. 

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Data: 31 03 2017
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Data: 16 03 2017
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Data: 10 02 2017
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