Internazionale

Cairo: scontri tra il movimento rivoluzionario e i Fratelli Musulmani

Duri scontri tra il movimento rivoluzionario e i Fratelli Musulmani al Cairo. Almeno 40 i feriti. E' l'episodio più cruento mai avvenuto fino ad ora nell'ambito dei regolamenti di conti tra i soggetti politici emersi nell'immediato post-Mubarak e le forze sociali rivoluzionarie egiziane.
Doveva essere il pomeriggio delle celebrazioni ufficiali per il nuovo parlamento insediatosi dopo le elezioni con tanto di intervento del premier Kamal El-Ganzouri, e invece l'attenzione si è concentrata sulle strade intorno all'edificio dove i cortei convocati dal movimento rivoluzionario sono entrati in collisione con il servizio d'ordine, armato di tutto punto (anche di manganelli teaser), dei Fratelli Musulmani. Il movimento islamista moderato a quanto pare non poteva sopportare che i protagonisti della rivoluzione gli rovinassero la festa per la schiacciante vittoria conseguita alle elezioni politiche.
Più di 40 organizzazioni rivoluzionarie avevano indetto per oggi, il martedì della perseveranza, diversi cortei che si sarebbero dovuti concludere con un presidio unitario nei pressi del parlamento. L'obiettivo dei manifestanti era contestare lo Scaf rivendicandone lo scioglimento e la messa a giudizio da un tribunale, e l'immediata convocazione delle elezioni presidenziali per l'11 febbraio (data delle dimissioni di Mubarak). Ma invece di trovare solo i plotoni della polizia militare a difendere uno dei palazzi del potere questa volta il movimento si è trovato di fronte anche il servizio d'ordine dei Fratelli Musulmani.
Che la tensione era salita alle stelle era già chiaro dalle iniziative del 25 gennaio. Durante il primo anniversario dell'inizio della rivoluzione più di 2milioni di egiziani avevano raggiunto piazza Tahrir per dare continuità alla lotta contro lo Scaf. Spesso in quell'occasione lo slogan “irhal!”, “vattene!”, da sempre rivolto contro Mubarak o gli uomini del vecchio e attuale regime, venne gridato da migliaia di manifestanti in faccia ai portavoce dei Fratelli Musulmani che si alternavano sul palco del movimento islamista. Non è servito a niente alzare il volume dell'impianto audio che per coprire la contestazione pompava versetti del corano a tutto volume visto che i numerosi contestatori per esprimere ancora meglio l'ostilità politica contro “La Fratellanza” alzarono le scarpe minacciosamente in aria.
I Fratelli Musulmani che non hanno mai aderito ufficialmente al movimento rivoluzionario, oggi godono, con il loro partito Libertà e Giustizia, di 235 seggi su 498 e di ben 12 commissioni parlamentari su 19. Da subito configuratisi come forza politica del “ritorno all'ordine e alla pace sociale” sono entrati fin dalle prime ore post-Mubarak in perfetta sintonia con lo Scaf di cui hanno appoggiato la proposta delle (leggere) riforme costituzionali al posto dell'elezione dell'assemblea costituente come reclamato dalla piazza rivoluzionaria. I Fratelli Musulmani si sono caratterizzati come uno degli elementi attivi della transizione democratica in senso reazionario e gli eventi di oggi approfondiscono radicalmente l'abisso tra il movimento rivoluzionario egiziano e le forze della contro-rivoluzione. La frattura post-islamista praticata dal movimento rivoluzionario tunisino ed egiziano non poteva avere solo come nemici le persistenze del vecchio regime ma anche le formazioni politiche islamiste che un tempo seppur avendo vissuto all'opposizione dei Rais, non hanno poi esitato un solo istante a collocarsi nel nuovo scenario politico istituzionale come forze reazionarie e organizzate per bloccare e contrastare le straordinarie trasformazioni politiche, sociali e culturali interne ai processi rivoluzionari.
Seppur costata numerosi feriti tra i compagni e le compagne, la giornata di oggi può essere salutata come un nuovo passo avanti del movimento rivoluzionario che dopo le insurrezioni d'autunno continua a definire, localizzare ed isolare i propri nemici. La tendenza in atto sembra voler spingere il potere esecutivo e lo Scaf ad esprimere il suo ruolo reazionario nella forma più pura, isolata e allo stesso tempo fragile per costringerli allo scioglimento e conquistare lo spazio per un ulteriore sviluppo del processo rivoluzionario.
Intanto con l'entrata in scena del nuovo potere legislativo il movimento non ha aspettato un solo istante a dare battaglia per svelarne l'orientamento esplicitamente reazionario e approfondire l'ostilità tra la posizione islamista moderata e il punto di vista rivoluzionario
31 Gennaio 2012 da www.infoaut.org

Tunisia: bloccato lo sciopero degli operai Eni

I lavoratori sono delusi: "Ora è il sindacato ad avere in mano la nostra protesta. Ma nelle trattative con l'azienda non si dimostra abbastanza agguerrito. Del resto, noi operai non possiamo continuare ad andare avanti da soli"

On veut just la titularisation Eni. Recita così lo slogan che accompagna le richieste degli operai dei cantieri Eni in Tunisia. In una parola, stabilità, che significa contratti a tempo indeterminato. Una soluzione che sembra un miraggio per gli operai del paese africano, che da nove mesi sono in mobilitazione e convocano scioperi uno dietro l’altro. Scioperi che, annunciati da settimane, sarebbero dovuti riprendere in questi giorni negli stabilimenti di Tazarka, El Borma e Oued Zar.

Ma in extremis i dirigenti della società italiana hanno raggiunto un accordo verbale con i rappresentanti sindacali dell’Ugtt (Union Générale Tunisienne du Travail), che hanno sospeso lo sciopero previsto. Alla base della decisione, gli esiti degli ultimi incontri tra le parti, ospitati presso la sede del Ministero dell’Energia e della Tecnologia e in particolare l’appuntamento di lunedì scorso, che è valso a scongiurare l’ennesima protesta contro la società petrolifera.

L’improvviso mutamento di programma annunciato dai sindacati ha lasciato perplessi i lavoratori. “Siamo difronte alle ennesime promesse della compagnia petrolifera – confessa un operaio della sala controlli dell’impianto di Tazarka, che chiede di non pubblicare le sue generalità – promesse che sono sempre rimaste inattuate”. Eni e i sindacati si sarebbero accordati sulla base di un’iniziale regolarizzazione a tempo indeterminato di 60/80 operai. Al momento infatti gli operai sottoscrivono contratti di anno di anno con le agenzie interinali Adecco e Manpower.

“Di fatto – continua l’operaio – lavoriamo per Eni con mansioni stabili. Ma essere integrati all’interno dell’azienda dicono sia impossibile. Ci sono situazioni di precarietà tra i vari stabilimenti che si prolungano da 14 anni. In questo momento, come soluzione intermedia, ci offrono l’assunzione in una società mista in cui operano Eni e lo stato tunisino”. Una prospettiva che non sembra destinata a concretizzarsi nell’immediato. “Ora è il sindacato ad avere in mano la nostra protesta. Ma nelle trattative con l’azienda non si dimostra abbastanza agguerrito. Del resto, noi operai non possiamo continuare ad andare avanti da soli”.

Mostra foto e verbali di assemblee che ripercorrono una vicenda cominciata il 14 gennaio 2011, data della fuga del dittatore Ben Ali. In quei giorni nel paese in rivolta era stato imposto il coprifuoco, ma in un volantino dei lavoratori si legge che “per evitare l’arresto della produzione e difendere la nostra società, abbiamo continuato a rispettare i nostri turni con calma e assiduità”. Al rifiuto della compagnia italiana di negoziare nuovi meccanismi di reclutamento e stipulare contratti a tempo indeterminato sono cominciati gli scioperi. Dal 31 ottobre al 2 novembre scorso la protesta più eclatante attivata con tre giorni di scioperi che hanno portato il blocco della produzione e hanno visto coinvolte le piattaforme petrolifere dei governatorati di Tataouine, Sfax, Tunisi e Nabeul.

“Dopo nove mesi di lotte, la stanchezza comincia a farsi sentire. Ma a casa ho una moglie e quattro figli e non posso pensare di vedermi rinnovato un futuro di anno in anno”. Il comportamento dell’azienda a suo dire, è totalmente irrazionale. “A fine ottobre, il blocco della produzione ha provocato alla compagnia una perdita di circa tre milioni di dollari. Con una minima parte di quei soldi, si potevano tranquillamente esaudire le richieste degli operai”. L’ordine dei sindacati di rinviare di dieci giorni lo sciopero degli operai, non ha comunque evitato momenti di protesta spontanea davanti ai cantieri petroliferi. Nella regione di Tataouine un gruppo di giovani disoccupati ha bloccato le strade nei pressi della sede del governatorato e impedito ai veicoli del trasporto pubblico di servire l’area petrolifera. I giovani accusano l’azienda di non aver mantenuto la promessa di assumere personale della zona e rivendicano il diritto a un lavoro che sembra non esistere. Una storia fin troppo comune nella Tunisia odierna, che riflette la fragilità della situazione economica e tratteggia l’affievolirsi delle speranze che la Rivoluzione aveva rimesso in circolo.

di Alessandro Doranti da il fattoquotidiano del 30.11.2011

Il primo sciopero generale nella città di Oakland dal 1946!

Dopo i violenti scontri con la polizia, gli 'indignados' di Oakland hanno indetto in città uno sciopero generale per oggi, 2 novembre. Occuperanno anche il porto in solidarietà con la lotta sindacale dei 'camalli' di Longview
La crescente brutalità della polizia e lo sviluppo di un dibattito politico all'interno delle occupazioni, stanno rapidamente radicalizzando e ideologizzando il movimento nato a New York lo scorso 17 settembre come protesta confusa e un po' naïve.

A New York i manifestanti che dal 17 settembre occupano la piazzetta di Zuccotti Park battono i denti sotto la neve, dopo che venerdì le autorità hanno sequestrato 'per motivi di sicurezza' i generatori elettrici che alimentavano stufette, cucine e computer.
Sabato a Denver, Colorado, ci sono stati duri scontri tra i manifestanti accampati al Civic Center Park e la polizia, che ha usato spray urticanti, lacrimogeni e proiettili di gomma, ferendo molte persone (FOTOGALLERY).
A Nashville, Tenessee, la polizia statale ha imposto il coprifuoco notturno arrestando i manifestanti che occupavano Legislative Plaza. Lo stesso è accaduto a Portland, Oregon, dove la polizia a cavallo, usando lunghi bastoni, ha dato l'assalto ai manifestanti accampati a Jamison Square.
Ma è soprattutto a Oakland, in California, che la tensione rimane alta dopo il brutale attacco della polizia di martedì scorso, nel quale era rimasto gravemente ferito un giovane marine reduce dell'Iraq. E dove mercoledì 2 novembre il movimento ha indetto uno sciopero generale: il primo negli Usa dal 1946.

Il giorno dopo il violento sgombero dell'accampamento in Oscar Grant Plaza, oltre duemila manifestanti hanno rioccupato la piazza indicendo un'assemblea generale nel corso della quale è stato votata e approvata (VIDEO) la proposta di sciopero generale.
L'appello è rivolto ai lavoratori e agli studenti, affinché disertino fabbriche, uffici, negozi, scuole e università, per convergere in centro città. "Se gli uffici delle banche e delle multinazionali non chiuderanno, marceremo su di essi".
Ma l'azione più eclatante programmata per la giornata di sciopero sarà la marcia sul porto di Oakland, uno dei principali terminal commerciali degli Stati Uniti. "Vogliamo bloccare le attività del porto - dichiarano i manifestanti - e anche manifestare solidarietà alla lotta degli scaricatori del porto di Longview contro la Egt".

Da mesi i 'camalli' di questo grande terminal sulla costa pacifica dello stato di Washington sono in lotta contro la decisione della compagnia di licenziarli per sostituirli con lavoratori non sindacalizzati. Lo scorso 7 settembre, centinaia di operai avevano preso il controllo del terminal, danneggiando silos e macchinari, prendendo in ostaggio le guardie private aziendali e gettando in mare le loro auto.
"La Egt - spiega l'appello allo sciopero generale di Oakland - è un esportatrice internazionale di cereali che sta cercando di cancellare di diritti degli scaricatori. L'azienda è controllata dalla Bunge Ltd., multinazionale dell'agrobusiness con 2,4 miliardi di dollari di profitto nel 2010 e stretti legami con Wall Street. Questo è solo un esempio dell'attacco di Wall Street ai lavoratori".
"Lo sciopero generale di Oakland - prosegue l'appello - dimostrerà le ampie implicazioni del movimento Occupy Wall Street. Il mondo è stanco delle diseguaglianze causate da questo sistema: è arrivato il monento di fare qualcosa al riguardo. Lo sciopero generale di Oakland è un colpo d'avvertimento per l'1 per cento: la loro ricchezza esiste solo perché il 99 per cento la crea per loro".
Il movimento OccupyDenver ha chiesto ai sindacati dell'American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations (Afl-Cio) di sostenere lo sciopero, ma la risposta è stata negativa.

"E' impossibile per i sindacati appoggiare un'astensione dal lavoro visto che tutti i contratti hanno clausole anti-sciopero che siamo tenuti a rispettare", ha dichiarato il portavoce della rappresentanza degli scaricatori dell'International Longshore and Warehouse Union (Ilwu).
Solo lo storico sindacato anarchico americano Industrial Workers of the World (Iww) ha aderito allo sciopero generale di Oakland. di Enrico Piovesana - it.peacereporter.net

Imparare da Oakland

Il passo è stato fatto. Negli Stati uniti il movimento delle occupazioni si è posto a Oakland il problema dello sciopero. Già arrivano le prime notizie sullo sciopero generale del 2 novembre, il «più grande degli ultimi 65 anni», come scrive l’Oakland Tribune. Oltre che dall’azione dei lavoratori, il quinto porto degli USA è stato bloccato grazie alla presenza degli insegnanti e dei loro studenti, dei disoccupati e da una manifestazione dei genitori con i loro bimbi e le relative carrozzine. Anche molte banche sembrano aver subito lo stesso destino. A quanto pare la polizia non è indifferente a questa presenza di massa. Nei prossimi giorni pubblicheremo interviste e testimonianze provenienti direttamente da Oakland e da New York. Oggi ricostruiamo le radici di questo sciopero nella convinzione che lo sciopero precario abbia molto da imparare da Oakland.

I confini dello sciopero
Sono stati i migranti, e i movimenti che hanno lottato con loro, a riaprire il dibattito sul significato della parola sciopero. Negli Stati Uniti, il mayday del 2006 ha visto la convocazione del Great American Boycott. Su questa sponda dell’atlantico, in misura ridotta ma ugualmente significativa, il primo marzo del 2010 ha visto per la prima volta una discussione estesa su cosa voglia dire e come si possa convocare, e attuare, uno sciopero al di fuori dei confini stabiliti dal monopolio dei sindacati. Oggi il movimento cresciuto intorno a Occupy Wall Street sembra puntare a un salto di qualità con la convocazione dello sciopero generale ad Oakland da parte di un’assemblea di circa 1.600 persone, dopo l’intervento violento della polizia del 25 ottobre. Oakland è una città di circa 400mila abitanti, nel cuore della San Francisco Bay, sede del quinto porto commerciale degli Stati Uniti. La prima domanda che viene da porsi è come possa un’assemblea di 1.600 persone convocare uno sciopero generale, dal momento che non si  trattava di un incontro tra rappresentanti sindacali, ma di attivisti che, di fatto, non rappresentavano altro che se stessi. Una parziale risposta viene dal dibattito che questa convocazione, oltretutto in tempi molto brevi, ha provocato, sia tra gli attivisti sia all’interno di diversi sindacati. Ben presto sono arrivati numerosi endorsment: SEIU 1021, UAW 1865, Alameda Central Labor Council, Phillipine Airline Workers, Berkeley Federation of Teachers, Oakland Teachers Union (OEA), Carpenters Local 713, Week 1, Million Workers March e SF Bay Branch e la Longshore & Warehouse Union della Wear Coast sono tra i gruppi che hanno dichiarato il loro appoggio al 2 novembre. Mentre nei social network e nella piazza di Oakland iniziava la discussione su cosa fare il 2 novembre, tra i sindacati simpatizzanti del movimento lo sciopero assumeva la forma di uno spettro difficile da governare.

Diversamente da altri gruppi, infatti, per i sindacati l’adesione allo sciopero avrebbe avuto un significato preciso: la sua convocazione. Nonostante le entusiastiche prese di posizione a favore del 99%, però, questo non è avvenuto. È in questa contraddizione che si devono leggere le indicazioni più interessanti di questo 2 novembre, a partire da una constatazione semplice quanto poco nota: negli Stati Uniti lo sciopero generale così come lo intendiamo noi è illegale. Dal 1947, anno di approvazione del Labor-Management Relations Act, noto come Taft-Hartley Act, è fuorilegge uno sciopero che non sia legato a una vertenza specifica. In questo modo lo sciopero diventa uno strumento, regolato nei dettagli, della contrattazione aziendale, ma viene spogliato nel suo potenziale politico. Questo spiega in parte da un lato l’entusiasmo, dall’altro lo spiazzamento, provocato da una repentina politicizzazione dello sciopero da parte degli occupanti di Oakland. La SEIU, ad esempio, ha dichiarato, nella lettera con la quale aderisce alla giornata, che non poteva convocare uno sciopero perché ciò avrebbe comportato una violazione di molti contratti che aveva firmato. Vale la pena ricordare che l’ex segretario della TWU di New York Roger Toussaint nel 2005 ha passato diversi giorni in carcere in seguito allo sciopero, convocato in violazione delle strette regole statali per la contrattazione nel pubblico impiego, che per oltre due giorni ha bloccato i trasporti della città nel periodo di natale. La SEIU, così come gli altri sindacati che hanno aderito alla giornata, ha dunque invitato i suoi iscritti a prendersi giorni di ferie o concordare con i datori di lavori una giornata libera senza stipendio. In alternativa, ha fornito indicazioni su cosa fare durante le ore di lavoro per esprimere sostegno al movimento, e invitato a raggiungere le manifestazioni, intelligentemente convocate in tre diversi orari (9, 12 e 17), quando possibile. Altri sindacati hanno invitato a vestire adesivi in supporto del 99% per poi recarsi in piazza con simboli visibili per mostrare l’appoggio dei lavoratori al movimento. Simili indicazioni sono arrivate da diversi sindacati degli insegnanti, con l’invito più preciso a prendere una giornata di ferie e concordare una giornata di assenza dal lavoro, ma non una giornata di malattia, perché, si legge in un Q&A sul sito occupyoakland.org, costituirebbe una frode.

Diversa la situazione per il porto, epicentro delle lotte operaie della Bay Area e teatro nel 2003 di un duro scontro durante le mobilitazioni contro la guerra in Iraq. Anche questa volta il movimento ha annunciato di voler bloccare il porto, ottenendo il sostegno dell’International Longshore and Warehouse Union, che promette azioni a gatto selvaggio all’interno dell’area coordinate con l’intento dei manifestanti di bloccarne gli accessi per bloccare il flusso delle merci. In particolare, l’obiettivo polemico sono la EGT e la BUNGE Ltd., multinazionali dell’agrobusiness e bioenergie, quotate a Wall Street. Secondo il movimento, l’operato di queste corportations dimostra il legame tra l’attacco alle condizioni di lavoro, il carattere rapace delle multinazionali e i mercati finanziari. Accanto a queste azioni il movimento minaccia le banche e le grandi catene commerciali, promettendo di “chiudere” quelle che troverà aperte durante la mobilitazione. Nel documento di convocazione si legge “il mondo è stanco dell’immensa disparità causata dal sistema in cui viviamo. È ora che la gente faccia qualcosa. Lo sciopero generale di Oakland è un colpo di avvertimento per l’1% – la loro ricchezza esiste soltanto perché il 99% la crea per loro”. Quanto la mobilitazione riuscirà davvero a “chiudere” Oakland lo vedremo, ma i problemi che questa convocazione solleva ci paiono essere utili indicazioni politiche. Di certo, uno sciopero non è un problema di percentuali, ma le capacità di manovra dei sindacati dimostrano che non è neanche un problema di rappresentanza. da connessioniprecarie.org

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