Dal caso FIAT a quello IKEA: storie di diritti calpestati

Fiat-e-IkeaChe cosa unisce il caso FIAT a quello IKEA, salito agli “onori” della cronaca per le violente cariche della polizie davanti al deposito di Piacenza?

Entrambe queste multinazionali impongono il ricatto e la rappresaglia –direttamente o indirettamente- come normali modalità di conduzione delle relazioni sindacali.

Da un lato la FIAT, una delle multinazionale più “assistite” del mondo. Per mantenere gli stabilimenti in Italia vorrebbe altri aiuti dallo Stato e la cancellazione dei diritti dei lavoratori. Chi non si adegua viene licenziato e se un giudice- come è accaduto recentemente con la vicenda dei 19 delegati FIOM- emette una sentenza che ne ordina la riassunzione, minaccia rappresaglie: metterne in mobilità altrettanti per innescare una guerra tra lavoratori.

Dall’altro l’IKEA, il colosso dal volto buono, la cui struttura societaria è un gioco di scatole cinesi al cui vertice ci sono una fondazione no profit con sede in Olanda (e che in base alle leggi olandesi non paga tasse) e una società con sede nelle Antille Olandesi (uno dei paradisi fiscali).   
Di svedese in questa multinazionale non è rimasto praticamente nulla (persino il suo fondatore, il ricchissimo Ingvar Kamprad, vive attualmente in Svizzera) e i profitti da favola del gruppo dipendono non tanto dall’idea innovativa di vendere mobili a poco prezzo risparmiando sul montaggio ma da quella di aver costruito una struttura societaria assai complicata e praticamente inaccessibile per sfruttare meccanismi di “pianificazione fiscale” che permettono di pagare meno tasse possibili.

Il magazzino IKEA di Piacenza è una cattedrale nel deserto: niente servizi, solo strade e capannoni industriali avvolti nella nebbia in una zona devastata dal cemento e asservita ai colossi della grande distribuzione.
In questo nulla lavorano, anche per 10 ore al giorno e con stipendi da fame, i facchini del Consorzio CGS a cui IKEA ha affidato le attività di facchinaggio.
Anche qui, come in FIAT, vige la legge del ricatto. O lavori alle condizioni che diciamo noi o sei fuori e, poiché molti facchini sono stranieri e rischiano di perdere il permesso di soggiorno se perdono il lavoro, si adattano a subire qualsiasi sopruso pur di lavorare.
Alcuni di loro, però, hanno trovato la forza per ribellarsi e chiedere condizioni di lavoro più dignitose. Subito è scattata la rappresaglia: diminuzione del numero delle ore di lavoro mentre ai colleghi veniva concesso di fare lo straordinario. Poi, di fronte alle ulteriori proteste, la minaccia di spostamento in altri siti, la sospensione e il licenziamento, sino ad arrivare alle violente cariche della polizia dei giorni scorsi.
Anche qui, come in FIAT, si cerca di mettere lavoratori contro lavoratori agitando lo spauracchio che IKEA potrebbe decidere di chiudere il magazzino di Piacenza per aprirlo da altre parti.
Insomma è sempre il solito odioso ricatto: o accetti di lavorare senza diritti o spostiamo il lavoro da altre parti.
Ed è inutile che ora IKEA si affanni a dire che i facchini della CGS non sono suoi dipendenti e che il consorzio ha sempre rispettato le condizioni previste dai contrattuali. La violazione dei diritti è sotto gli occhi di tutti e da oggi, chi compra un mobile IKEA non potrà fare a meno di pensare che il basso prezzo dipende, non solo dal raffinato sistema messo in piedi dalla multinazionale olandese per pagare meno tasse, ma  anche dalle condizioni di sfruttamento a cui sono sottoposti i lavoratori delle aziende che le forniscono beni e servizi.

La nostra solidarietà oggi va a questi lavoratori, trattati come gli ultimi della terra, ma pronti a mettere in gioco se stessi e la propria vita per riaffermare il diritto di tutti i lavoratori alla dignità.

CHI LOTTA PUO’ PERDERE MA CHI NON LOTTA HA GIA’ PERSO.
Milano, 05/11/2012                    S.I. COBAS INPS

Intesa del 3 maggio sul lavoro pubblico: esuberi e licenziamenti anche nella P.A.

L’intesa sul pubblico impiego del 3 maggio, sottoscritta tra governo e  CGIL, CISL e UIL, apre la strada al taglio dei servizi e ai licenziamenti nel pubblico impiego.
Con la scusa della razionalizzazione della spesa pubblica si accettano, anche nel pubblico impiego, le nuove regole riguardanti il mercato del lavoro aprendo la strada alla mobilità, anticamera del licenziamento per motivi economici.
Viene così accettato nei fatti l’assunto che la razionalizzazione debba passare necessariamente attraverso il taglio dei posti di lavoro dei dipendenti pubblici e dei servizi erogati.
Mentre viene riconfermato il blocco dei salari dei dipendenti pubblici si prosegue sulla strada della meritocrazia che ha prodotto in questi anni un peggioramento del servizio introducendo meccanismi di divisione e contrapposizione tra lavoratori che non hanno certo aiutato il buon funzionamento del servizio pubblico, e che sono serviti solo a tagliare i salari e a rendere più accondiscendenti con la dirigenza i pubblici dipendenti.
Non ci saranno più le tre fasce di merito previste dalla “Riforma Brunetta” che prestavano il fianco a cause legali (come si può sostenere che una percentuale di dipendenti pubblici debbano essere per legge “fannulloni”?) ma l’impianto resta lo stesso: il solito disco rotto della meritocrazia che servirebbe a rendere più efficiente la pubblica amministrazione mentre la realtà che viviamo sulla nostra pelle ci dice esattamente il contrario.
Si parla dei processi di riorganizzazione avviati dagli enti come elementi centrali per la razionalizzazione della spesa pubblica ma quello che stiamo vivendo all’INPS è altra cosa: milioni di euro elargiti alla KPMG per peggiorare il servizio ai cittadini e sabotare il servizio pubblico.
Viene rafforzato il ruolo e il potere di una dirigenza sempre più legata al potere politico e remunerata con stipendi da capogiro.
Il riconoscimento della contrattazione collettiva è solo formale perché avviene nei limiti dei tetti e dei risparmi di spesa come previsto dal D. Lgs. 165/2001, mentre non viene accresciuto il ruolo negoziale delle RSU che restano escluse da qualsiasi trattativa sull’organizzazione del lavoro.
Vengono accresciuti, se mai ce ne fosse bisogno, i doveri disciplinari del dipendente pubblico, ormai divenuto capro espiatorio di un sistema che si vuole affossare per esternalizzare e privatizzare i servizi.
    Insomma lo spending review di cui tanto si parla in questi giorni si riduce ad un’operazione d’immagine che serve a legittimare, manipolando il consenso dell’opinione pubblica, esuberi e tagli ai servizi pubblici.
    Contro questo accordo e la controriforma del lavoro i sindacati di base hanno indetto una giornata di mobilitazione nazionale per mercoledì 9 maggio con presidi in varie città.
Per Milano l’appuntamento è in Piazza San Babila alle ore 17.

    Milano, 8 maggio 2012
                        Sindacato Intercategoriale COBAS INPS

Riforma del lavoro: mobilità e licenziamenti anche nel pubblico impiego

Che sarebbe finita così, era nell’aria da tempo. Prima gli attacchi di Brunetta sui dipendenti pubblici e l’approvazione della famigerata “riforma della pubblica amministrazione”, poi il taglio dei servizi conseguente ai  progetti di riorganizzazione attuati all’interno dei vari enti ed, infine, l’attacco all’art. 18 con la conseguente estensione del licenziamento per “motivi economici” al pubblico impiego.
Insomma, mentre lo spettro della Grecia si avvicina ogni giorno di più, il ministro Patroni Griffi ci fa sapere che, già entro l’estate, si procederà alla messa in mobilità dei dipendenti pubblici in esubero e, in caso di impossibilità a ricollocarli entro due anni, si aprirà la strada del licenziamento per motivi economici.
Appare quindi sempre più evidente –in tutta la sua drammaticità- il futuro destinato alla pubblica amministrazione: licenziamenti di massa e smantellamento del servizio pubblico.
Fornire servizi ai cittadini è un costo che l’economia liberista non può più permettersi, così come pagare un salario a chi quei servizi li garantisce tutti i giorni, pena il non poter continuare a mantenere posizioni di privilegio per banche, assicurazioni e grandi gruppi finanziari ed industriali.
Ciò che è successo all’INPS in questi ultimi anni è, in questo senso, emblematico.
Dopo una riorganizzazione costata diversi milioni di euro intascati dalla KPMG, il lavoro è stato settorializzato e spezzettato con logiche del tutto estranee a quelle di un’efficiente organizzazione del lavoro, gran parte dei servizi è stata esternalizzata, il numero di capi e capetti è aumentato in modo esponenziale, i sistemi di selezione dei nuovi responsabili sono diventati ancora meno trasparenti di prima e l’organizzazione del lavoro è stata iperburocratizzata.
Il risultato è che le spese di funzionamento sono aumentate a fronte del blocco degli stipendi e delle assunzioni mentre frotte di utenti disorientati si trovano sballottati tra call center, patronati e sportelli a funzionamento ridotto.
La classe dirigente, a dispetto delle parole del Ministro Patroni Griffi, appare sempre più legata a doppia mandata al potere politico e ad interessi che nulla hanno a che fare con il buon funzionamento della pubblica amministrazione.
A questo punto gli obiettivi del governo Monti appaiono chiari e perfettamente in linea con quelli dei  governi che lo hanno preceduto: ridurre gli organici della pubblica amministrazione attraverso licenziamenti di massa.
Contro questa catastrofe è necessario unificare le lotte, che già stanno partendo in vari posti di lavoro, per costruire un’opposizione sociale vera contro chi vorrebbe che lavoratori e cittadini fossero l’agnello sacrificale da immolare sull’altare di un capitalismo spietato sempre più in crisi.


Milano, 23/4/2012            Sindacato Intercategoriale COBAS

Art. 18 ed esodati: due facce della stessa medaglia

C’è un legame ben preciso tra il problema degli esodati e quello dell’art. 18.
E’ il problema di un’intera  generazione considerata troppo vecchia per restare nel mondo del lavoro e troppo giovane per andare in pensione. E’ anche il problema di un Paese dove la forbice che separa ricchi e poveri diventa sempre più grande e in cui si chiede a questi ultimi di farsi carico dei problemi di risanamento del Paese, e di un governo di finti tecnici, in realtà schierati con una parte politica ben precisa, che approfitta della crisi per fare macelleria sociale ed annientare diritti conquistati con anni di lotte.
    E’ forse per questo che oggi il problema dell’art. 18 assume un carattere ideologico molto importante, perché dietro a questa “riforma del lavoro” non si cela l’intenzione di fare entrare i giovani nel mondo del lavoro bensì quella di espellere enormi masse di lavoratori anziani e “garantiti” dalle imprese per sostituirli con una manodopera più fresca e giovane ma, soprattutto, più a buon mercato e con meno diritti.
    Ecco, allora, che si tenta di dividere i lavoratori mettendo i giovani contro i vecchi - sulle pensioni come sul lavoro- creando la falsa illusione che l’abolizione di diritti e  tutele sociali permetterà ai giovani di trovare un lavoro e  garantirà loro una pensione futura. In realtà saranno proprio i giovani  a pagare il prezzo più alto, a ritrovarsi senza diritti e senza pensione, rischiando di ripercorrere la strada dei loro padri e delle loro madri, di quei 350.000 esodati ultracinquantenni che oggi si trovano senza pensione e senza lavoro.
    E’ la legge del mercato, ci dicono. Ti usano, ti sfruttano e quando a 50 anni non rendi più ti buttano semplicemente nella spazzatura e resti in un limbo che rischia di trasformarsi in un inferno: niente stipendio e niente pensione. Del resto “non sono mica venuti qui a distribuire caramelle” semmai  miliardi ai loro amici banchieri e ai grossi gruppi industriali, come la FIAT, che dopo essere stati assistiti dallo Stato per anni ora fanno la voce grossa e minacciano di lasciare l’Italia se non verranno accettati i loro diktat: abolire qualsiasi diritto all’interno dei luoghi di lavoro.
    -La concertazione è morta- ha detto ieri Angeletti. Il problema è che sull’altare della concertazione,  in questi anni sono morti i nostri diritti, sacrificati al “bene” del Paese, alle compatibilità economiche, allo scambio di favori. E ora che non c’è più niente da scambiare anche i sindacati concertativi alzano la voce nel tentativo di ottenere una revisione un po’ più dolce dell’art. 18.
    Ma è tardi per cancellare le responsabilità che il sindacato confederale ha avuto in questi anni nella politica di annientamento dei diritti e, sull’art. 18,  l'obiettivo non deve e non può essere quello di  un ulteriore compromesso, di un’altra mediazione al ribasso.
    E l’ipotesi di estendere al pubblico impiego le nuove norme della “riforma del lavoro” apre scenari inquietanti per il rischio che alla riduzione dei servizi, a cui stiamo assistendo, seguano licenziamenti collettivi, giustificati  dalla “necessità” di alleggerire la spesa pubblica.
     E’ ora di prendere coscienza della gravità della situazione e opporsi con forza alle politiche attuate da questo governo che si sono rivelate funzionali ai soliti pochi, costruendo una mobilitazione generale che, partendo dai luoghi di lavori, crei un reale movimento di lotta che rimetta al centro i diritti e le condizioni di vita dei lavoratori.

    Milano, 4/4/2012                S.I. COBAS INPS

Sciopero 27 gennaio

Con il “decreto salva Italia” il Governo Monti, proseguendo sulla strada già intrapresa dai governi che lo hanno anticipato, ha sferrato un attacco senza precedenti alle condizioni di vita dei lavoratori e dei pensionati scaricando sulle loro spalle i costi di una crisi generata dal sistema capitalistico, dalle banche, dagli speculatori e dalla finanza internazionale.
Se gravissimi appaiono i tagli alla spesa sociale e l’aumento indiscriminato del costo di beni e servizi, il capitolo più grave resta ancora quello dell’affossamento definitivo della previdenza pubblica, attraverso la riduzione dell’importo delle pensioni (passaggio di tutti al sistema contributivo e blocco della indicizzazione delle pensioni superiori a euro 1.405,05) e l’ulteriore allungamento dell’età pensionabile.
A solo titolo esemplificativo vengono riportate, qui di seguito le tabelle con gli incrementi previsti per i primi anni di applicazione della nuova riforma; negli anni successivi l’innalzamento dell’età di accesso alla pensione prosegue in base all’incremento della speranza di vita, sino ad arrivare a 70 anni e anche oltre.  Scarica il volantino completo con le tabelle INPS sciopero 27 gennaio 2012

Altri sacrifici per i lavoratori

Alla fine Berlusconi si è dimesso. Il vecchio clown imbarazzante che ha governato l’Italia negli ultimi vent’anni con il suo codazzo di avvocati, inquisiti, igieniste dentali, baby prostitute, veline e ministri rancorosi è caduto, mentre chi lo ha sostenuto in questi anni (compresa gran parte della confindustria e i sindacati gialli CISL e UIL) si affretta ad abbandonare la nave e a riciclarsi per saltare sul carro dei successori.

Ma cosa cambierà per i lavoratori?

Il capitalismo ha fatto crack ma a pagare le sue crisi strutturali saranno ancora una volta lavoratori, disoccupati, precari, pensionati mentre continueranno a farla franca i grandi industriali, i banchieri, gli speculatori, gli evasori fiscali…

Non sarà certo il governo di Mario Monti a mettere in discussione le ricette del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Europea anche se sono state proprio quelle ricette ad aggravare la crisi della Grecia e tutti in fondo sanno che tagliare ulteriormente stato sociale, pensioni e salari o togliere le ultime tutele ai lavoratori non eviterà la catastrofe.

Certo si cercherà di far sembrare un po’ più equa la manovra togliendo qualche privilegio ai parlamentare e -se le forze parlamentari che sostengono il governo lo consentiranno (cosa non tanto probabile)- forse verrà introdotta una timida patrimoniale, ma l’impianto della manovra resterà quello imposto dalla lettera della BCE: ulteriore allungamento dell’età pensionabile, tagli allo stato sociale, privatizzazioni e liberalizzazione selvaggia del mercato del lavoro.

Ma se non ci saranno più protezioni sociali per i poveri, se i salari e le pensioni verranno compressi ancora di più verso il basso, è evidente che non ci potrà essere nessuna crescita.

E allora che senso ha spingere intere massa verso la povertà, se non quello di continuare a garantire a pochi la ricchezza che spetterebbe a molti? Di approfittare della crisi per annientare i diritti conquistati con anni di lotte?

Uscire dalla crisi senza mettere in discussione questo sistema economico non è possibile.

Quale modello di sviluppo può proporre chi regge il proprio benessere economico sullo sfruttamento di interi popoli e di intere masse di lavoratori, chi devasta l’ambiente in nome del profitto fregandosene delle generazioni future?

Non ci rendiamo conto che questo sistema è ormai giunto al capolinea ed è ora di voltare pagina?

E poi quali sono queste grandi riforme che ci impone l’Europa e che dovrebbero salvare l’Italia?

Forse ridurre le spese militari che assorbono una quota rilevante del nostro bilancio dello stato?

Tagliare i privilegi di politici e super ricchi?

Obbligare le imprese e i costruttori a rispettare l’ambiente e la salute e la sicurezza di lavoratori e cittadini evitando tragedie come quelle a cui stiamo assistendo in questi giorni che tante vite umane e denaro costano alla collettività?

Impedire che banche e speculatori finanziari giochino con le nostre vite mettendo in ginocchio il bilancio di interi stati?

Perseguire gli evasori fiscali che sottraggono una parte consistente di entrate allo stato?

No, le ricette sono sempre le stesse:

- allungare ulteriormente l’età pensionabile ritardando l’entrata nel mondo del lavoro dei giovani;

- tagliare la spesa sociale: ricerca, scuola, servizi, ospedali, con la conseguenza di non dare alcuna protezione ai più deboli e di togliere il futuro ai nostri figli;

- eliminare le residue tutele nel mondo del lavoro per rendere tutti precari e più ricattabili.

Si dice che questo viene fatto per garantire le future generazioni ma è una mistificazione: lo scopo è sempre quello di non far pagare chi si è arricchito in questi anni sulla pelle di tutti noi.

Sta a noi lavoratori ora riprendere la mobilitazione per impedire che, ancora una volta, la crisi venga scaricata sulle nostre spalle.

Milano, 14/11/2011 Sindacato Intercategoriale COBAS INPS

Manovra sulla pelle dei lavoratori

Che a pagare la crisi sarebbero stati ancora una volta lavoratori e pensionati si era già capito ma ciò che più fa arrabbiare è la mistificazione di una manovra che viene presentata come equa mentre persegue il solito scopo: far pagare ai poveri per tutelare i più ricchi.

Si parla di patrimoniale ma il gettito principale di questa imposta deriverà, ancora una volta dall’ICI sulla prima casa, che sarà molto più pesante rispetto al passato a causa della rivalutazione delle rendite catastali, e non terrà conto delle fasce di reddito dei proprietari.

Si parla di equità ma si introduce, dal settembre 2012, l’aumento dell’IVA che, provocando un’impennata dei prezzi al consumo, ricadrà su tutti nella stessa maniera andando a gravare maggiormente sui redditi più bassi.

Si parla di patto tra generazioni, di equità tra vecchi e giovani, ma l’aumento dell’età pensionabile peggiora le condizioni di tutti (vecchi e giovani) mentre l’estensione del calcolo contributivo agli anziani non migliora certo la situazione delle generazioni future che continueranno ad avere diritto a pensioni da fame.
Ed è  proprio il capitolo sulla previdenza, usata da 20 anni in questo paese per far cassa, a destare la maggiore indignazione.
I bilanci dell’INPS sono in attivo, ma si continuano a tagliare le pensioni per fare cassa.
Quale equità c’è nel bloccare gli aumenti per il costo della vita sulle pensioni dopo i 935 euro? E’ forse ricco chi prende 1.000 euro al mese di pensione? O i ricchi sono altri?.
Quale equità c’è nell’aumentare ulteriormente l’età pensionabile senza tener conto di chi fa lavori usuranti o ha cominciato a lavorare a 15 anni?.
Come si può pensare che un muratore, un operaio, un infermiere, una maestra d’asilo ma anche un semplice impiegato possano restare al lavoro fino a 66 anni (ma si parla della possibilità di arrivare anche a 70 anni)?
E cosa succede se un malcapitato lavoratore, come sta accadendo spesso in questo periodo, perde il lavoro a 50 anni e non lo ritrova più? Come vivrà durante i 16 anni che lo separano dalla pensione?
E come faranno ad entrare nel modo del lavoro i giovani se i vecchi non se ne potranno andare?
A questi interrogativi si preferisce non rispondere, perché chi siede dietro ai banchi del  governo non è mai andato a lavorare a 15 anni, non ha mai fatto lavori pesanti o manuali e guadagna in un anno quanto nessuno di noi riuscirà mai a guadagnare nell’intera vita lavorativa.

E siamo solo all’inizio.
La neo ministra Fornero, ieri in lacrime mentre annunciava i tagli alle pensioni, ha già parlato di modifiche al mercato del lavoro, sempre sotto il segno dell’equità, che tradotto significa: per non far torto ai giovani precari toglieremo le tutele anche ai lavoratori più anziani.
Che dietro a tutto questo ci sia la regia non solo dell’Europa dei banchieri ma anche della Confindustria lo si è capito ieri durante la conferenza stampa del governo quando il neo ministro Passera, sino a ieri a capo di un importante gruppo bancario, ha chiamato per sbaglio Emma la  Fornero.

Insomma cambia il governo ma la solfa è sempre la stessa.
STA A NOI LAVORATORI ORA MOBILITARCI PER DIRE BASTA A QUESTO SCEMPIO.
Milano 5/12/2011                    S.I. COBAS  INPS

L’INPS ELIMINA LE CODE ….O GLI UTENTI?

 

Ecco il nuovo volto della pubblica amministrazione dell’era Brunetta.

Dopo gli spot pubblicitari di Brunetta sul volto più efficiente e moderno della pubblica amministrazione è venuto il momento per gli utenti di toccare con mano il vero volto di una riforma fatta di tagli e di riduzione dei servizi.

Con un cartello intitolato “L’INPS ELIMINA LE CODE AGLI SPORTELLI” gli utenti di questo Istituto sono stati avvertiti che dal 4 aprile 2011 l’attività di informazione al pubblico viene effettuata esclusivamente in via telefonica. Cioè chi si reca agli sportelli delle sedi dell’area milanese non dovrebbe più chiedere informazioni ma solo consegnare domande cartacee, ritirare modulistica o chiedere la stampa dell’estratto conto e del CUD.

Per il momento sono stati lasciati aperti anche alcuni sportelli “tradizionali” per prendere appuntamenti o dare le informazioni più semplici ma, nel prossimo futuro, per chiedere informazioni l’utente dovrà chiamare necessariamente il call center o richiedere un appuntamento mentre l’accesso a una serie di servizi potrà avvenire solo tramite internet o rivolgendosi agli enti di patronato.

Nessuno invece ha informato i malcapitati utenti che l’Istituto quest’anno non fornirà, né ai propri dipendenti né ai pensionati, il servizio di ritiro dei mod. 730.

Ma che cosa sta succedendo?

Succede che, poiché da anni non si fanno assunzioni nella pubblica amministrazione e non vengono sostituiti i dipendenti che vanno in pensione, l’organico di questo Istituto si è drasticamente ridotto e poiché, a dispetto di ciò, la Riforma Brunetta esige aumenti di produttività nella pubblica amministrazione vengono tagliati quei servizi di assistenza e consulenza all’utenza che, non producendo pratiche, vengono considerati improduttivi, mentre si affida ai patronati la gestione di una serie di adempimenti (presentazione delle domande di invalidità civile, DS ordinaria, mobilità, cure termali, compilazione dei modelli ICRI, etc….).

Ci si trova di fronte, insomma, ad un’esternalizzazione dei servizi che nulla ha a che fare con un miglioramento della pubblica amministrazione e che costringerà migliaia di pensionati a rivolgersi necessariamente agli enti di patronato per poter dialogare con la pubblica amministrazione.

Il tutto poi viene mascherato dietro l’ipocrisia di un’innovazione dei servizi che diverrebbero accessibile a tutti per via telematica o telefonica, come se fosse facile per chiunque accedere ai servizi tramite internet o passare lunghi tempi d’attesa al telefono per mettersi in contatto con un call center la cui linea è spesso sovraccarica di chiamate. Ciliegina sulla torta, nel caso in cui il malcapitato utente riuscirà a mettersi in contatto con l’operatore telefonico potrebbe sentirsi dire che non è possibile ottenere subito una risposta ma è comunque necessario fissare un appuntamento.

Ma chi ci guadagna in tutto questo? Non i dipendenti INPS -le cui retribuzioni sono state falcidiate dal blocco dei contratti e dai tagli al salario accessorio- che si trovano a lavorare in condizioni sempre peggiori e a subire una riorganizzazione interna che svilisce la loro professionalità, non gli utenti a cui vengono tagliati i servizi.

A guadagnarci sono invece le società esterne (come quella che gestisce ormai da alcuni anni tutta la parte informatica dell’INPS con risultati che lasciano spesso a desiderare) e i patronati. Entrambi vengono pagati con i soldi della collettività per svolgere un servizio che spetterebbe alla pubblica amministrazione e si avvalgono quasi esclusivamente di lavoratori precari e sottopagati o di volontari..

Se questo è un miglioramento dei servizi giudicate voi.

Milano, 7/4/2011                                     Sindacato Intercategoriale COBAS INPS

Cassa di Resistenza

  • Sostieni le lotte - Diffondi la solidarietà

E' a partire dal 2008 che nell'intero settore della logistica si è sviluppato e radicato un ampio movimento di lotte autorganizzate che ha coinvolto centinaia di lavoratori e lavoratrici dei principali siti distribuiti sul territorio nazionale. 

Read More

Eventi

Marzo 2017
D L M M G V S
26 27 28 1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30 31 1
10/02/2017 - Nuove cariche sugli operai in lotta all’Alcar Uno (gruppo Levoni)

10/02/2017 - Nuove cariche sugli operai in

2880 sec. Visite: 239
Data: 10 02 2017
Youtube
02/04/2017 - Modena: una grande giornata di lotta!

02/04/2017 - Modena: una grande giornata di

182 sec. Visite: 316
Data: 05 02 2017
Youtube
30/01/2017 - Dichiarazione di Aldo Milani

30/01/2017 - Dichiarazione di Aldo Milani

233 sec. Visite: 2871
Data: 30 01 2017
Youtube
27/01/2017 - Aldo libero! Conferenza stampa [Gino]

27/01/2017 - Aldo libero! Conferenza stampa [Gino]

324 sec. Visite: 2790
Data: 27 01 2017
Youtube