Alle bugie e agli imbrogli di Marchionne
rispondiamo con la lotta!






23 marzo a Pomigliano: 
scioperiamo ora per non piangere domani 

La situazione drammatica in cui versano in queste settimane gli stabilimenti FCA di tutta Italia conferma in maniera chiara come l'unico "piano industriale" che Marchionne ha in mente in Italia è quello dello smantellamento di gran parte degli impianti e della fuga "armi e bagagli" all'estero.

Dopo essersi assicurato il tanto agognato risanamento finanziario per l'intero gruppo Fiat-Chrysler sulla pelle degli operai grazie alla complicità dei sindacati firmatutto (FIM-UILM-UGL-FISMIC) e alla benevolenza dello Stato che gli ha garantito fiumi di denaro pubblico sotto forma di CIGS e Contratti di solidarietà, e dopo aver dichiarato ai quattro venti che nel 2018 sarebbe tornata la piena occupazione, ora che il 2018 è arrivato il quadro è quantomai chiaro:

  • Melfi ferma fino a fine marzo sulla linea di produzione Punto

  • Pomigliano ferma per 8 giorni a marzo e 4 ad aprile

  • Cassino ferma dal 22 al 31 marzo

  • Grugliasco (Maserati) ferma dal 22 al 27 marzo e dal 3 al 13 aprile

  • Mirafiori chiusa per gran parte del mese di marzo su tutta la linea SUV

A ciò si aggiunge nelle ultime ore la notizia del fermo di 4 giorni ad aprile del Centro Ricerche di Orbassano, alla Purchasing srl di Mirafiori (settore acquisti) e alla Mopar (ex Ricambi) di None e Volvera e la situazione di eterna incertezza che grava su Termoli (dove 475 interinali hanno il contratto in scadenza il 31 marzo).

Tutto ciò senza dimenticare che, come da tempo il SI Cobas sta denunciando, negli stabilimenti di Pomigliano e Nola a settembre 2018 terminerà l'utilizzo del contratto di solidarietà e non sarà più possibile per i circa 3.400 lavoratrici e lavoratori fare ricorso ad altri ammortizzatori sociali.

Fatti due conti, allo stato attuale negli stabilimenti FCA italiani circa 8000 operai probabilmente verranno messi in esubero, cioè sono a rischio di licenziamento!

Si tratta di una stima tutt'altro che pessimistica. Mentre i padroni vorrebbero farci credere che si tratterebbe di semplici "misure di riassestamento" in attesa del Piano industriale di giugno e del varo di nuove vetture, la realtà ci dice il contrario: l'allargamento e l'estensione degli ammortizzatori sociali anche agli impiegati e ai centri di ricerca è la dimostrazione lampante che la crisi di FCA Italia è cronica. A febbraio, a fronte del boom delle immatricolazioni in tutta Europa, la FCA è l'unica multinazionale a registrare un calo complessivo del 4,4% di vendite rispetto allo stesso mese del 2017, con un vero e proprio crollo registrato sui modelli a marchio Fiat e Lancia.

Siamo di fronte a una crisi voluta

Per intuire qual'è il vero "piano industriale" di FCA non c'è bisogno di attendere il tanto strombazzato "meeting" del 1 giugno.

L'oramai prossimo abbandono dei motori diesel, annunciato e preparato già da tempo da tutte le altre grandi case automobilistiche (Volvo,Volkswagen, Bmw, Toyota e Daimler) con piani di investimenti verso le nuove fonti di alimentazione ibride ed elettriche, vede FCA ferma al palo. A fronte del crollo di vendite delle auto diesel registrato nel 2017, e nel mentre lo Stato da febbraio ha iniziando a chiudere i rubinetti di quegli incentivi alla rottamazione per le auto diesel che per anni hanno garantito a FCA ingenti sovrapprofitti, Marchionne da un lato dichiara che a partire dal 2022 non si produrranno più auto a gasolio, dall'altro chiude gli enti centrali di Mirafiori e tutti i più importanti centri di ricerca tecnologica in Italia, mettendo i tecnici e gli impiegati in cassa integrazione proprio in una congiuntura che dovrebbe vederli in fervente attività per far fronte alle innovazioni del mercato!

Ma tale condotta è tutt'altro che il frutto di "errori" di gestione o di incapacità dei dirigenti. Con buona pace dei piagnistei dei sindacati confederali, che vorrebbero insegnare ai padroni come si fanno i profitti, la FCA il mestiere del fare profitti sulla pelle degli operai lo conosce meglio di chiunque altro, e non ha certo bisogno dei suggerimenti di un manipolo di burocrati che aspirano a ricoprire il ruolo di consulenti aziendali di FCA.

L'obbiettivo di Marchionne è quello di usare il calo di vendite e la fine dei motori a diesel (e dei relativi incentivi statali) come alibi per nuovo pesantissimo piano di ristrutturazioni e licenziamenti su tutti gli stabilimenti FCA, portare a termine il disegno pianificato da anni di trasferire la produzione delle utilitarie in Polonia e in Serbia, dove il salario di un operaio è di 300 euro al mese, e concentrare la produzione di auto a gasolio negli Stati Uniti, lasciando in Italia solo qualche modello di lusso e poco più: non è un caso che già ora i motori innovativi prodotti dalla Magneti Marelli a Bari vengono poi montati sulle Chrysler in America.


Ma ci sono operai che non vogliono restare fermi

Lo strapotere di Marchionne è il frutto del clima di sfiducia e di paura che si è alimentato negli anni a seguito delle sconfitte, della repressione e dell'isolamento di quelle avanguardie operaie che fino agli anni '90 erano state protagoniste di un ciclo di lotta che in tante occasioni riuscì a mettere all'angolo la Fiat e strappare conquiste importanti.

Ma l'esperienza di quest'ultimo decennio dimostra in maniera chiara che il clima di pace sociale frutto della paura non fa altro che produrre nuove sconfitte, nuovi arretramenti, nuovi attacchi al salario, nuovi licenziamenti.

I lavoratori del gruppo FCA si stanno avvicinando a questo ennesimo tritacarne privi di organizzazione e del benchè minimo strumento di difesa sindacale. Le sigle complici del Piano Marchionne e colluse con FCA non potranno far altro che continuare a scodinzolare servili ai piedi del padroni, usando la presunta "passività" degli operai come pretesto per giustificare ed accettare qualsiasi ricatto spacciandolo ancora una volta come il "male minore" o come un "sacrificio inevitabile"; la Fiom non si spinge oltre la richiesta di elemosinare qualche tavolo di trattativa, invocando come un disco rotto un "Piano Industriale" e ben guardandosi non solo dal proclamare, ma finanche dal minacciare una sola ora di sciopero...

Ma in questo scenario di ennesima disfatta annunciata, qualcosa di nuovo inizia ad emergere nel ventre profondo degli operai FCA.

La nascita, nelle scorse settimane, del Movimento "Operai Autorganizzati FCA" in quasi tutti i principali stabilimenti (Pomigliano, Melfi, Termoli, Mirafiori, Cassino) è un fatto importante: per la prima volta da decenni, gruppi di operai di sigle sindacali differenti si uniscono in nome di obbiettivi comuni, si organizzano e si coordinano per lottare insieme contro lo sfruttamento, i ricatti padronali, gli attacchi al salario, al diritto di sciopero e alle libertà sindacali.

Si tratta di una prima, importante forma di collegamento degli operai combattivi all'interno del duro e insidioso percorso di ricostruzione di un vero sindacato di classe negli stabilimenti italiani del gruppo FCA: un collegamento a cui gli operai del SI Cobas con la loro organizzazione stanno lavorando da anni in maniera tenace e ostinata.

Il percorso intrapreso da questi operai si pone in oggettiva continuità col movimento dei facchini della logistica, che non a caso arriveranno il 23 marzo porteranno la loro solidarietà e la loro esperienza di lotta fuori ai cancelli FCA, e rappresenta il primo esempio tangibile di quel fronte unitario di lotta che come SI Cobas abbiamo inteso lanciare con la grande e partecipatissima manifestazione dello scorso 24 febbraio a Roma.

La giornata di sciopero, indetta per venerdì 23 marzo 2018 in tutti gli stabilimenti FCA, e l'appuntamento di lotta nazionale che si terrà per quel giorno fuori ai cancelli di Pomigliano saranno un importante banco di prova per il rilancio di una vera opposizione operaia.

Invitiamo tutti gli operai che hanno a cuore le loro sorti e il loro futuro ad aderire allo sciopero e sostenere l'iniziativa di lotta del 23 marzo.

Invitiamo tutto il panorama del sindacalismo di base a sostenere attivamente lo sciopero mettendo da parte le sterili pratiche della difesa di orticelli sempre più miseri ed angusti.

Facciamo inoltre appello alla Fiom affinché il 23 marzo si decida una volta e per tutte a "sciogliere gli ormeggi" e a schierarsi dalla parte degli operai che non intendono abbassare la testa.

Il "messaggio" che come SI Cobas intendiamo lanciare sia alla FCA che al futuro governo che probabilmente vedrà la luce tra qualche settimana, è molto semplice:

  • gli operai in questi anni hanno già pagato, ora nessun posto di lavoro dev'essere toccato.

  • Marchionne, dopo avere per anni succhiato milioni dalle casse dello Stato grazie al bengodi degli ammortizzatori sociali, ha promesso nel 2018 la piena occupazione a salario pieno: ora quella promessa va mantenuta, indipendentemente da ogni status di crisi o di calo vero o presunto della produzione!

  • Chi come i 5 stelle si appresta a governare forte del consenso ottenuto sul tema del "reddito di cittadinanza", ora sia coerente e intraprenda una battaglia a tutto campo affinché a fronte delle manovre di Marchionne venga in ogni caso garantito lo stipendio a salario pieno per tutti gli operai FCA.

La battaglia per il salario pieno e garantito è l'unico terreno possibile per una reale ricomposizione tra le lotte operaie e quelle dei disoccupati, soprattutto al Sud dove il numero dei senza lavoro continua a crescere a ritmi esponenziali, ed è l'unico antidoto al razzismo e alla guerra tra poveri che viene alimentata ad hoc da padroni e partiti di destra.

Gli operai torneranno a vincere quando i padroni torneranno ad averne paura.

Il 23 marzo tutti a Pomigliano!

Solo la lotta paga

Uniti si vince

SI Cobas nazionale


Cassa di Resistenza

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E' a partire dal 2008 che nell'intero settore della logistica si è sviluppato e radicato un ampio movimento di lotte autorganizzate che ha coinvolto centinaia di lavoratori e lavoratrici dei principali siti distribuiti sul territorio nazionale. 

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