Con una norma inserita nella Legge Delega sul contrasto alla povertà, il Governo sta cercando di introdurre ingenti tagli sulle pensioni di reversibilità, già pesantemente falcidiate dalla Riforma Dini. In base a tale norma si cerca di far rientrare la pensione ai superstiti, per la quale -è bene ricordarlo- il deceduto ha versato i contributi previdenziali, tra le prestazioni assistenziali che oggi vengono erogate in base all’ISEE, cioè sulla base del reddito familiare e nel quale vengono conteggiate, dopo la riforma del 2015, anche tutte quelle prestazioni di assistenza (carta acquisti, assegno sociale, assegni nucleo familiare) che prima non venivano incluse.
Ma come rischia di cambiare la pensione di reversibilità se tale norma dovesse essere approvata? Vediamo nel dettaglio come è calcolata oggi la pensione ai superstiti e come potrebbe essere calcolata se questa vergognosa norma dovesse essere approvata.

NORMATIVA DI OGGI
L’importo della reversibilità è calcolato sulla base della pensione che sarebbe spettata al lavoratore deceduto* ovvero della pensione in pagamento al pensionato deceduto.
Cosa spetta:
- 60% al coniuge;
- 70%, in assenza del coniuge, al figlio minorenne o inabile o studente universitario sino al
26° anno di età se era a carico del deceduto;
- 80% al coniuge e un figlio ovvero due figli senza coniuge;
- 100% al coniuge con due o più figli ovvero a tre o più figli senza coniuge.

*che deve aver versato almeno 780 contributi settimanali o 260 di cui almeno 156 nel quinquennio precedente

Ma questo importo, a seguito della Riforma Dini (L. 335/95) e quindi per le pensioni ai superstiti liquidate dopo il 1995, può essere abbattuto in base agli altri redditi lordi posseduti dal beneficiario (sempre che nel nucleo non vi siano figli minorenni, inabili o studenti universitari a carico del genitore superstite) secondo la seguente tabella:


Che cosa significa tutto questo? Che un lavoratore dipendente o pensionato che ha un reddito lordo di 25.000 annui (circa 1450 euro netti al mese) e il cui coniuge deceduto percepiva una pensione di 1.000 euro al mese, ha diritto a una pensione di reversibilità pari a 450 euro mensili.
Com’è evidente, già la riforma Dini, aveva falcidiato le pensioni di reversibilità rendendole, nella maggioranza dei casi, pensioni da fame. Ma cosa succederà se entreranno in vigore le nuove norme che pongono l’ISEE come base di calcolo per la trattenuta prevista dalla L. 335/95?

COSA POTREBBE SUCCEDERA’ DOMANI
Se davvero dovesse passare la norma che determina il reddito per la trattenuta della L. 335/95 sulla base dell’indicatore ISEE, nel calcolo del reddito sarebbero inclusi tutti i redditi del nucleo familiare, ivi compresa la stessa pensione di reversibilità. Per tornare all’esempio di prima, un beneficiario con reddito di 25.000 euro lordi l’anno, che vive
da solo, possiede la casa di abitazione e percepisce oltre al proprio reddito solo una pensione ai superstiti di 450 euro al mese (pari a 5.850 euro annui) finirebbe per incappare nella trattenuta del 40% sulla pensione di reversibilità con la conseguenza di vedersela ridotta a € 360. Se poi nel nucleo familiare avesse un figlio maggiorenne che lavora, potrebbe vedersi decurtata la pensione addirittura del 50%.

Insomma, la strada intrapresa dal Governo Renzi sembra proprio quella di approfittare di ogni occasione per tagliare diritti e pensioni di lavoratori e cittadini, il tutto però mascherato con la demagogia del sostegno alla povertà e del principio della solidarietà tra cittadini, principio che “ovviamente” non vale quando si tratti di toccare stipendi, pensioni d’oro e privilegi vari di dirigenti, presidenti dei consigli di amministrazione, politici di turno.

Come già abbiamo toccato con mano nel caso della riforma dell’ISEE, che ha introdotto nel calcolo del reddito familiare una serie di prestazioni assistenziali prima escluse (maggiorazione sociale, assegni di assistenza al reddito erogati dai Comuni, assegni familiari, carta acquisti) l’idea è quella di far cassa sulla pelle dei più poveri restringendo l’accesso a una serie di prestazioni o costringendo i cittadini a pagare di più alcuni servizi (mense scolastiche, asili nido, mezzi pubblici).

Dietro alla propaganda di facciata del bonus bebè e degli 80 euro dati in busta paga ai lavoratori a basso reddito si cela il taglio di altri servizi e altre prestazioni che vanno a colpire le stesse fasce di reddito: con una mano si dà e con due si toglie. Ma la solfa è sempre la stessa: il costo della crisi viene fatto pagare sempre alle classi più povere e ai lavoratori.

E QUESTO NON E’ PIU’ TOLLERABILE!
Per questo è necessario organizzarsi e lottare contro questo ennesimo attacco del governo ai proletari.

S. I. COBAS PUBBLICO IMPIEGO

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