Lo scorso 26 luglio il ministro Madia ha incontrato le organizzazioni sindacali per aprire la stagione contrattuale nel Pubblico Impiego, dopo 7 anni di blocco dei contratti.
Necessario ricordare che l’incontro del 26 luglio scorso è avvenuto solo dopo la definitiva sottoscrizione dell’accordo sui nuovi comparti ed aree di contrattazione del pubblico impiego. I comparti ridotti da undici a quattro, in applicazione del Decreto Brunetta del 2009, sono: Funzioni centrali, Funzioni locali, Istruzione e ricerca, Sanità). Si allega il testo dell’accordo.
Facile prevedere che se per i comparti Funzioni locali e Sanità, probabilmente, non ci saranno particolari stravolgimenti, sicuramente non poche saranno le problematiche che sorgeranno nel comparto delle Funzioni centrali (nel quale sono confluiti gli enti dell’ex comparto “Enti pubblici non economici” tra cui l’INPS) e in quello della Istruzione e ricerca. In tali comparti (Funzioni centrali, Istruzione e ricerca), infatti, vengono accorpate realtà contrattuali molto diversificate tra loro anche dal punto di vista retributivo. In pratica in uno stesso comparto ci saranno lavoratori con stipendi diversi a parità di categoria.
Le organizzazioni sindacali che hanno siglato l’accordo sui nuovi comparti del pubblico impiego dovranno assumersi la responsabilità delle conseguenze che ricadranno sui lavoratori: le briciole economiche che Renzi ha messo a disposizione (300 milioni di euro) andranno ad appianare verso il basso le differenze retributive. Un accordo che nell’interesse dei lavoratori doveva essere respinto, ma che i sindacati firmatari (USB compresa) hanno accettato per mantenere alcune prerogative sindacali come distacchi, permessi e agibilità sindacali.
Già perché certe prerogative sindacali si mantengono solo se si siglano accordi capestro, così com’è avvenuto con la firma (di USB compresa) del Testo Unico sulla rappresentanza del 10 gennaio 2014 che elimina il diritto di sciopero e che azzera la democrazia sindacale nelle aziende private, estendendo – e peggiorando – il modello ex Fiat-Pomigliano a tutte le aziende private.
Anche nei comparti del pubblico impiego che apparentemente rimarrebbero inalterati (Funzioni locali, Sanità) non andrà meglio poiché in questo caso le risorse per gli aumenti contrattuali dovranno essere reperite all'interno dei bilanci delle amministrazioni che, tra mancati trasferimenti economici dallo Stato e tagli, sono in gran parte sull’orlo del dissesto economico.
Mistero fitto resta sulle sorti di un quinto comparto, quello della Presidenza del Consiglio, non scritto nell’accordo, ma che compare nelle rilevazioni sui dati della rappresentatività pubblicate dall’Aran. Secondo poi alcune indiscrezioni nel rinnovo dei contratti del pubblico impiego anche gli orari di lavoro potrebbero essere tirati in ballo a fronte di eventuali aumenti contrattuali. Una delle ipotesi sarebbe quella di rendere più flessibile l’orario, portandolo da 36 fino a 40 ore settimanali come nel privato, ma dando la possibilità ai singoli dipendenti di scegliere autonomamente se continuare a lavorare lo stesso numero di ore attuali o di incrementarle. 

Basta con accordi che tagliano salari e diritti firmati da organizzazioni sindacali per difendere interessi di bottega o in cambio di qualche prerogativa sindacale! Difendiamo la libertà di associazione sindacale e il diritto di sciopero! Rilanciare il conflitto e la mobilitazione è l’unica soluzione per la riconquista di diritti e di aumenti stipendiali veri, seguendo l’esempio dei lavoratori francesi!

14 settembre 2016
S. I. Cobas Massa Carrara

Cassa di Resistenza

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