Pubblico Impiego

DOMANDE E RISPOSTE SULL’ARTICOLO 18

articolo18domande

In relazione all'attuale dibattito apertosi, prima e dopo le misure che il governo Renzi ha emanato per abolire l'art. 18 dello statuto dei lavoratori, dobbiamo partire da una premessa di carattere generale.
L'articolo in questione è già stato modificato e depotenziato dall'ex ministra piangente, Fornero (governo Monti) sul licenziamento economico.

 

Già con l'art.18 presente, e vigente, i padroni hanno sempre licenziato, comunque i lavoratori, anche quando i giudici gli hanno dato ragione: vedere Fiat di Melfi (per non parlare del passato) dove il giudice pur disponendo il reintegro dei lavoratori licenziati, la Fiat, li paga ma non li fa entrare al lavoro.

 

Questo per dimostrare che, anche quando i lavoratori si rivolgono al giudice per chiedere l'applicazione dell'articolo 18, i padroni hanno sempre fatto quello che vogliono, figuriamoci senza.
I lavoratori saranno completamente ricattati e i padroni faranno carne di porco- come dice un antico proverbio- si mangeranno i lavoratori, sotto ricatto, perché sarà negata anche quella minima difesa sul piano legale.

 

La seconda premessa di carattere generale è, che ogni volta che il governo deve attaccare i lavoratori per togliere diritti e abbassare i salari, mette in atto - anche attraverso i media e giornalisti prezzolati- una serie di giustificazioni basate su delle dichiarazioni di pura propaganda falsa, che sono subito riprese e amplificate dalle televisioni e dai giornali, per inculcarli alla massa, in modo da "convincerli" che quanto affermato dal governo e dai suoi lacchè, è vero.
Ricordiamo a mò di esempio il problema pensioni. Il leit-motiv dominante nelle dichiarazioni governative- appoggiati dai soliti media mainstreem - per togliere le pensioni a tutti affermavano che : " i padri sono contro il futuro dei figli" e poi " i garantiti del sistema retributivo sono contro i giovani". In sostanza i padri erano i veri "colpevoli" di togliere la pensione ai figli e ai giovani, perché prendevano troppo di pensione con il vecchio sistema retributivo.

 

Abbiamo visto tutti com'è finita. Il governo ha fregato padri e figli. I padri perché prenderanno meno di pensione con il sistema contributivo allungando l'età della pensione a 70 anni; i figli perché la pensione, non la vedevano prima, e non la vedranno dopo, in quanto saranno precari a vita con bassi salari.
Con l'art.18 la storia si ripete. Ecco perché cerchiamo di fare chiarezza, soprattutto tra i lavoratori, ponendo domande e risposte che vanno per la maggiore nello "scontro" attuale.

 

TOGLIENDO L'ARTICOLO 18 SI CREA LAVORO?

 

FALSO Tutti sanno, in primis gli economisti borghesi, e lo stesso governo che sa di mentire, che il lavoro si crea se c'è una domanda da parte delle imprese. Oggi la crisi ha creato una diminuzione di richieste di assunzione a tempo indeterminato.

 

Le assunzioni sono, per il 70%, a tempo determinato, con una moltitudine variegata di possibilità contrattuali (ce ne sono 47) che fanno la gioia dei padroni. I posti di lavoro si creano solo se gli industriali, investono per aumentare la produzione o aprire nuove branche in nuovi settori manifatturieri. Ma i padroni non investono, perché non riescono a vendere la produzione che già fanno, in quanto i mercati sono saturi.
Secondo una stima dell'OCSE gli investimenti nell'economia reale, cioè nei settori produttivi, rimangono fermi a livello globale, prevedendo una crescita del PIL mondiale di solo il 3% l'anno, sotto i tassi di sviluppo prima del 2008 a inizio crisi.

 

La stessa OCSE ha previsto per il 2014-15 una crescita molto al ribasso per tutti i paesi del mondo. Con questi tassi di sviluppo è ovvio che non ci saranno aumenti dei posti di lavoro.
Gli industriali non investono- in linea generale – anche perché è più conveniente, per loro, speculare in borsa.
In Italia dal 2008 al 2013 si sono persi un milione di posti di lavoro (dati ISTAT) senza contare che ci sono 510.000 cassaintegrati a maggio del 2014.

 

Quindi i posti di lavoro non aumentano, né si creano, se si toglie l'art.18, ma, togliendolo, si lascia solo mano libera all'azienda di licenziare.
Se poi andiamo a vedere i rapporti a tempo determinato (fonte ministero del lavoro) attivati nel 2013 ci accorgiamo delle menzogne governative sulla difesa dei giovani: il 46,3% dei rapporti ha avuto una durata inferiore al mese, il 19,3% tra due tre mesi, il 31,9% tra quattro e dodici mesi e solo il 2,5% ha superato l'anno.

 

TOGLIENDO L'ARTICOLO 18 CREANO INVESTIMENTI?

 

FALSO Gli investimenti i padroni li fanno se hanno da guadagnare un profitto. Non a caso gli investimenti sono scesi di molto, non perché c'è l'art. 18, ma perché, nella crisi di sovrapproduzione, non è conveniente per i padroni investire nella produzione, perché non crea profitti adeguati ad accumulare capitali come detto sopra.
Ma per comprendere bene come intende il diritto il governo, facciamo parlare Renzi: " gli imprenditori stranieri con queste regole non vengono più in Italia"... gli imprenditori devono avere il diritto di licenziare ".
Quindi il diritto, esiste, ma solo per gli imprenditori– che sono quelli che comandano- di poter licenziare.
I lavoratori che producono la ricchezza invece non devono avere il diritto a una difesa legale attraverso l'articolo 18. Il lavoratore dev'essere solo schiavo del suo padrone senza pretendere nulla.

 

TOGLIENDO L'ARTICOLO 18 SI CREANO DIRITTI PER TUTTI?

 

"Vi sono giovani che non sanno cosa sia un contratto. Non è più possibile", sostiene la vicesegretaria del PD Debora Serracchiani.

 

Ascoltiamo un giornalista, lecchino del governo, un tal Giuseppe Turani, che sul quotidiano "il giorno" del 29 settembre afferma: "... è una garanzia in più (l'art.18) per quelli che comunque un lavoro (a tempo indeterminato) l'hanno già. Ma qui il problema è di chi un lavoro non lo ha mai visto".
Se non fosse per la tragicità della disoccupazione, dovremmo ridere dalle risate da come, sia il giornalista, sia uomini e donne di governo, pongono la questione, per convincere qualche ingenuo lavoratore che togliere l'articolo 18 fa bene soprattutto a loro che sono occupati a tempo indeterminato.

 

MA SE I GIOVANI NON CONOSCONO UN CONTRATTO, PERCHÉ SONO DISOCCUPATI O NEET,

È COLPA DELL'ART.18?

 

FALSO ovviamente! Com'è facile capire da queste affermazioni menzognere e di pura propaganda mediatica.
I motivi reali sono, che i padroni preferiscono assumere a tempo determinato perché i vari governi(compreso questo) hanno approvato leggi che garantiscono l'immunità a tutto il padronato che assumono con questi tipi di contratti.
Sentiamo ancora le falsità mediatiche che afferma Renzi: "... il mio obiettivo non è far contento D'alema, ma la mamma che non ha la maternità. E non la si difende con l'art.18".

 

QUALE NESSO ESISTE FRA ART.18 E MATERNITÀ?

 

NESSUNO! Anche il cane capisce che la maternità alla mamma glie la tolta Renzi e i governi precedenti non finanziando il fondo sociale per la maternità, non certo l'articolo 18; e poi togliendo l'articolo 18 alla mamma gli arriva l'assegno di maternità? Ma mi faccia il piacere.

 

TOGLIENDO L'ARTICOLO 18 SI DIVENTA MODERNI?

 

FALSO Se per modernità si intende togliere i diritti elementari ai lavoratori in un paese cosiddetto civile, abbassargli il salario e gli stipendi, essere schiavo del padrone, accontentarsi di essere precario – quando non in nero - a vita e pagarsi pure la terza stampella della pensione, credo che tutti i lavoratori, i giovani, i pensionati, preferiscono essere conservatori.
Guarda caso i "moderni", alla Renzi e compani, non si sono toccati i loro stipendi di un solo centesimo, non hanno ceduto nemmeno uno dei loro privilegi.

 

DA QUALE PULPITO VIENE ALLORA LA PREDICA? MEDITATE.

 

Si vuole togliere un simbolo, perché l'articolo 18 è ancora applicabile a 6,5 milioni( dicasi 6,5 milioni) di lavoratori, su 11, presenti nelle fabbriche con più di 15 dipendenti.
Attenzione, perché i simboli a volte, possono anche scatenare delle reazioni psicologiche collettive di lotta nelle masse lavoratrici, che portano a dire: adesso basta difendiamo la nostra dignità.

 

L'appello che rivolgiamo ai lavoratori e che si organizzino, come stanno già facendo in alcuni settori produttivi, per mandare a casa questi cialtroni menzogneri che vogliono solo penalizzare il lavoro a favore dei padroni della confindustria e dei parassiti finanziari.

 

1-10-14

SI COBAS MILANO

LE BUGIE DEL GOVERNO SULL’ARTICOLO 18.

18

Le bugie del governo, e di tutti i suoi pennivendoli che lo difendono, (compreso i media mainstream, come radio popolare di Milano), sull'articolo 18, sono eclatanti e cercano solo giustificazioni per illudere la massa di lavoratori che possono ancora far riferimento al governo o credere nelle favole.

 

Affermare come fa Renzi che stiamo parlando di niente perché l'art. 18 riguarderebbe solo tremila persone, viene subito da dire: bene, allora perché vuoi toglierlo visto che si parla di niente, cioè di tremila persone su milioni di lavoratori?
Il trucco c'è ma non vuol farlo vedere. In realtà l'art. 18 riguarda milioni di lavoratori, ed è per questo che il governo e i suoi lacchè vogliono abolirlo, Facciamo parlare i numeri della CGIA di Mestre, (che non è l'ultima arrivata nell'elaborare i dati statistici) che chiariscono la reale portata della sua abolizione e delle sue conseguenze come perdita ulteriore di diritti per far contenti i padroni.

 

La struttura del capitalismo italiano è fatta di piccole fabbriche che hanno meno di 15 dipendenti. La CGIA dice che l'articolo 18 si applica solo al 2,4 % delle aziende, che però hanno una percentuale di lavoratori dipendenti occupati, pari al 57,6% delle aziende nel settore privato dell'industria e dei servizi.
Vediamo di più attraverso i numeri reali perché le percentuali non danno la visione reale.

 

Infatti, su 4.426.000 imprese presenti in Italia, solo 105.500 hanno più di 15 addetti. Per quanto riguarda i lavoratori, invece, la CGIA ricorda che in Italia ci sono 22milioni di lavoratori, da cui si devono sottrarre i lavoratori autonomi, il pubblico impiego, i dipendenti dell'agricoltura e tutti quelli con lavoro a tempo determinato che, per legge, non si applica l'articolo 18.

 

Pertanto su 11,3 milioni di operai e impiegati presenti in Italia, 6.507.000 lavorano in aziende che hanno più di 15 dipendenti, soglia oltre la quale viene applicato l'articolo 18.
Non stiamo parlando quindi di piccoli numeri ma di milioni di lavoratori a cui verrà tolto - insieme al demansionamento e ai controlli a distanza con le nuove tecnologie - un diritto che li porterà ad essere più precari e più insicuri alla mercé del padrone.

 

Questo (la perdita dell'articolo 18) non porterà ad aumentare l'occupazione – seconda grande bugia governativa - ma solo la disoccupazione, perché il padrone sarà più libero di licenziare e di tenere sotto il tallone chiunque voglia opporsi.

 

A queste condizioni, ai lavoratori italiani, non rimane altro che lottare per difendersi, o subire, inevitabilmente, il tracollo di perdere salario, aumentare l'orario e flessibilità, e perdere anche la dignità, accettando condizioni estreme di sfruttamento.

 

I lavoratori italiani, In questa fase storica, hanno un esempio da seguire su come difendersi: il movimento dei lavoratori della logistica e del si cobas che li guida, che hanno dimostrato nel concreto come ci si difende nella crisi. Non è un caso che il governo ci vuole reprimere.
Siamo sicuri che le condizioni materiali, che peggiorano, vanno nella direzione di unirsi tutti nella lotta al di la di ogni settore, nazionalità o religione. A questo percorso lavoriamo attraverso la lotta e l'organizzazione.

 

SI COBAS MILANO.

Con l’accordo sulla rappresentanza sindacale democrazia a rischio nei luoghi di lavoro

Con l’accordo sulla rappresentanza sindacale firmato il 10 gennaio scorso tra Confindustria e sindacati confederali viene impressa l’ennesima svolta autoritaria al sistema delle relazioni sindacali mettendo a rischio il diritto di sciopero e, più in generale, il diritto delle RSU e delle organizzazioni sindacali ad organizzare iniziative di lotta contro accordi non condivisi.
Vi è da rilevare, innanzitutto, che è singolare che le norme che disciplinano la rappresentanza sindacale non siano decise dai lavoratori ma da un patto siglato tra Confindustria e sindacati concertativi la cui filosofia appare quella di escludere dalle trattative i sindacati di base ed impedire iniziative di lotta anche da parte di quei delegati sindacali che, pur essendo iscritti a CGIL, CISL e UIL si trovino ad esprimere posizioni di dissenso rispetto ai vertici.
Viene quindi legalizzata una vera e propria dittatura da parte della triplice e di CONFINDUSTRIA esportando, di fatto, il modello “Marchionne” in tutti i contratti nazionali, proprio quel modello che aveva fatto perdere alla stessa FIOM ogni diritto sindacale all’interno del Gruppo FIAT.
Ma vediamo nel dettaglio quali sono i contenuti dell’accordo:
TRATTATIVE SINDACALI A LIVELLO NAZIONALE.
L’accordo pone due condizioni per la partecipare alle trattative a livello nazionale:
- averlo  sottoscritto o comunque avervi aderito (e aver aderito anche agli accordi precedenti firmati dai sindacati confederali il 28/6/2011 e il 31/5/2013);
- avere una rappresentatività (nell’ambito di applicazione del CCNL) del 5% considerando a tal fine la media tra il dato associativo e la percentuale dei voti ottenuti nelle elezioni RSU.
Peccato, però, che l’obbligo di effettuare la trattenuta sindacale in busta paga valga solo nei confronti dei sindacati che abbiano firmato l’accordo del 10 gennaio (CGIL, CISL, UIL) o di quelli che vi aderiscano accettando le regole di raffreddamento dei conflitti in esso previste, creando quindi una specie di cortocircuito: solo chi ha sottoscritto l’accordo ha diritto alla trattenuta in busta paga, se non hai la trattenuta in busta paga non puoi raggiungere il 5% di rappresentanza (anche nel caso in cui sei maggioritario nel settore) e quindi non puoi partecipare alle trattative nazionali.
REGOLE PER LA PARTECIPAZIONE ALLE ELEZIONI RSU.
LIMITAZIONE DELLE LIBERTA’ SINDACALI E DEL DIRITTO DI SCIOPERO.
L’accordo, che riguarda il settore privato ma che avrà sicuramente ripercussioni  anche sul pubblico impiego, prevede che per partecipare alle elezioni delle RSU sia necessario aver sottoscritto l’accordo o aderirvi, impegnandosi ad accettare tutte le regole in esso contenute.
E cosa prevedono queste regole? Prevedono che se viene sottoscritto un accordo da organizzazioni sindacali che abbiano il 50%+1 di rappresentanza nel settore,  previa consultazione a maggioranza semplice dei lavoratori, l’accordo vincola anche i sindacati e i delegati sindacali che non lo condividono ai quali viene impedito di organizzare iniziative di lotta, scioperi, etc, contro l’accordo, pena la sospensione dei diritti sindacali e l’applicazione di pesanti sanzioni pecuniarie a carico delle organizzazioni sindacali e dei singoli delegati RSU dissenzienti.
Ovviamente, applicare pesanti sanzioni pecuniarie a un sindacato di base i cui unici introiti sono le quote pagate dai propri iscritti, significa negargli ogni possibilità di sopravvivenza perché, a differenza di CGIL, CISL e UIL, i sindacati di base non vivono dei proventi dei patronati, né hanno quote in banche, assicurazioni o società di lavoro interinale… sulle sanzioni ai singoli delegati RSU poi neanche a parlarne…
E che nessuno s’illuda che sarà possibile controllare l’esito di consultazioni interamente gestite da CGIL, CISL e UIL: il passato ci ha insegnato che è praticamente impossibile per chi è esterno al “sistema” verificare i dati, senza parlare dei casi in cui, come era capitato con la vertenza FIAT, l’unica alternativa che viene posta ai lavoratori con il referendum è quella tra la chiusura della fabbrica o  l’accettare condizioni di lavoro peggiorative.
Contro questo accordo vergognoso deve partire la mobilitazione in ogni posto di lavoro perché la gestione della democrazia sindacale deve spettare ai lavoratori e non essere affidata ad accordi capestro tra Confindustria e CGIL, CISL e UIL.
LE LIBERTA’ SINDACALI E IL DIRITTO DI SCIOPERO NON SI TOCCANO.

S.I. Cobas Pubblico Impiego                                 il volantino Accordo su rappresentanza sindacale

Che ne e' stato della preintesa e del referendum?

L'assemblea generale delle lavoratrici e dei lavoratori della giunta regionale del 13 novembre ha respinto la preintesa sul Fondo salario accessorio 2013, è risaputo.
Del referendum, proposto in nome della democrazia, invece, nessuno sa più nulla. Avrebbe dovuto tenersi domani, 4 dicembre, e l'amministrazione aveva dato disponibilità di locali e permessi per la commissione elettorale, ma i promotori non rispondono alle nostre richieste di incontro per organizzare la consultazione!
A 4 mesi dalla firma "sconfessata" dai diretti interessati e a meno di un mese dalla fine dell'anno è ormai chiaro qual è stata la tattica scelta dai firmatari: prendere tempo.
Intanto, l'amministrazione prosegue ad applicare i contenuti della preintesa, come se nulla fosse, e in assenza di un pronunciamento chiaro sul referendum da parte dei promotori, non inserisce l'argomento negli ordini del giorno degli incontri di trattativa, che proseguono su argomenti riferiti al 2014...
E, sempre in tema di prender tempo, il prossimo incontro di trattativa è stato fissato il 16 dicembre, ben tre settimane dopo l'ultimo!
Sono troppi anni che il fondo viene  approvato "a cose fatte", rinunciando a mettere mano alle iniquità prodotte dal sistema delle indennità e contribuendo al continuo taglio delle risorse.

NON CI STIAMO A FARCI BOLLIRE A FUOCO LENTO!LA PREINTESA E' UN REGALO NATALIZIO CHE NON CI PIACE! DICIAMO NO AL TAGLIO DEL SALARIO ACCESSORIO!

Milano, 3 dicembre 2013
Donatella Biancardi RSU USB PI -  Arturo Pinotti RSU SI Cobas

Cassa di Resistenza

  • Sostieni le lotte - Diffondi la solidarietà

E' a partire dal 2008 che nell'intero settore della logistica si è sviluppato e radicato un ampio movimento di lotte autorganizzate che ha coinvolto centinaia di lavoratori e lavoratrici dei principali siti distribuiti sul territorio nazionale. 

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