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La voce e la forza dei lavoratori contro i ricatti di Fincantieri/governo

le assemblee molto partecipate di giovedì 22 sono state una prima, chiara risposta all’accordo firmato nottetempo il 13 gennaio da azienda, Fim e Uilm. La maggioranza di operai e lavoratori respinge il prolungamento del 6×6, non abbassa la testa davanti all’arroganza padronale; e, fatto di grande importanza, lo stesso orientamento sembra emergere anche a Monfalcone.
Per il padrone-Fincantieri questo è un momento particolare: si sta espandendo sia sul piano industriale con nuove commesse e nuovi armatori, che sul piano finanziario con l’emissione di obbligazioni. E mentre, d’intesa con il governo Letta, si prepara a quotarsi in borsa e privatizzarsi, ricatta brutalmente gli operai e i lavoratori di tutti i cantieri, perfino quelli di palazzo Marineria a Trieste, nel seguente modo: “dovete accettare l’orario, i ritmi di lavoro,  l’organizzazione del lavoro, i salari, gli organici decisi dall’azienda. Se non lo fate, peggio per voi: ci sarà altra cassa integrazione, ci saranno altri ‘esodi volontari’ per voi, e ricorreremo sempre più agli appalti e alle esternalizzazioni”.
L’azienda è “determinata”, assicura Bono, a spiccare il volo nella competizione internazionale ricacciando indietro i lavoratori. Non si tratta solo dei lavoratori diretti; si tratta anche dei lavoratori super-sfruttati degli appalti perché se Fincantieri riuscirà ad ottenere il pieno e incondizionato comando sul lavoro dei suoi dipendenti diretti, peggioreranno anche le condizioni di lavoro e i salari degli operai degli appalti.

Fim e Uilm si sono immediatamente piegate al ricatto padronale, firmando per la continuazione del turno 6×6. Secondo l’accordo di agosto il 6×6 doveva essere soltanto un esperimento. L’accordo del 13 gennaio consente, invece, di estenderlo e imporlo a tutti i lavoratori delle officine, ripropone l’orario plurisettimanale e, tramite la formula dell'”esame congiunto” (che vuol dire: zero contrattazione con la Rsu, e zero conflitti), permette di fatto alla direzione di modificare a sua discrezione i turni e gli orari. Così, in una sola notte, a Marghera, si sono fatti passi indietro perfino rispetto all’accordo di Ancona. Ed è semplicemente squallido il tentativo di Fim e Uilm di giustificarsi vantando l’indennità di mensa ottenuta – pochi spiccioli, se si fa il confronto con ciò che si è perduto, in salario, tempo di vita e diritti.

L’accordo del 13 gennaio è un accordo anti-operaio, e per questo va respinto.
Ma come si è arrivati a questa situazione?

Diciamo le cose francamente: tutte le organizzazioni sindacali, hanno digerito male l’accordo del 2 agosto. Quell’accordo non era l’ideale, era un accordo di mediazione, ma stoppava in parte l’attacco padronale, e questo risultato fu raggiunto solo per effetto della lotta operaia.
Dal giorno dopo i grandi sconfitti, i dirigenti di Fim e Uilm, hanno fatto di tutto per denigrare la mobilitazione degli operai, e per tornare il prima possibile alla “trattativa concordata”, dove le necessità dei lavoratori contano ben poco, e la sola cosa che conta, per i burocrati sindacali, è essere “riconosciuti” e premiati dal padrone per la loro capacità di “tenere buoni” i lavoratori, facendo ingoiare loro le ricette più amare.
Tutti i dirigenti sindacali hanno grosse responsabilità se per 4 mesi non è stata presa nessuna iniziativa per dare continuità alla mobilitazione dei lavoratori del cantiere; se per 4 mesi non ci si è preparati a far cadere le nuove e peggiorative ‘flessibilità’ introdotte transitoriamente da quell’accordo; se per 4 mesi non si è fatto alcun tentativo di collegare Marghera con Monfalcone e gli altri cantieri – nonostante sia evidente che Fincantieri si fa forte proprio della divisione tra i cantieri; se per 4 mesi non è stato fatto nulla per preparare l’indispensabile risposta di lotta alla privatizzazione dell’impresa decisa dal governo Letta, e ai colpi che questo processo porterà ai lavoratori.
Il coordinamento della Fiom, oltre ad aver accettato gli accordi di Sestri e di Ancona, ha anche affermato che le flessibilità “non sono un problema” (non sono un problema, ovviamente, per chi non è costretto a subirle), purché la “rappresentatività” non venga messa in discussione. Tutti i dirigenti sindacali, quindi, hanno accettato le flessibilità peggiorative a priori. L’unica resistenza al peggioramento delle condizioni di orario e di salario è stata, finora, a Marghera. E ha dovuto scontrarsi con la realtà dell’isolamento, voluto sia dall’azienda che dalle burocrazie sindacali.
I vertici sindacali al completo hanno lasciato soli i singoli cantieri, le singole r.s.u., che, sotto il ricatto della perdita del lavoro e delle commesse, hanno ceduto (come è accaduto di recente anche a Palermo). Il coordinamento della cantieristica è stato complice dell’azienda. E’ stato complice dell’azienda perché ha depotenziato l’organizzazione e la forza dei lavoratori. Perché ha consentito a Fincantieri di dividere sistematicamente i cantieri e metterli in concorrenza tra loro, seminando sfiducia sulla possibilità di unire i lavoratori dei diversi cantieri. Perché non ha fatto nulla per unire i lavoratori Fincantieri e i lavoratori degli appalti. Perché a Marghera ha svolto un’azione di “pompieraggio”. Perché, in buona sostanza, è stato ed è disposto ad accettare le “flessibilità” pretese dal padrone purché rimanga in piedi una parvenza di “contrattazione”. 
E in questo modo ha dato il via libera alla Fincantieri che sta riuscendo, con i cosiddetti “esodi”, a chiudere l’equivalente di un cantiere di grandi dimensioni, ampliando nel contempo la giungla degli appalti, facendo diventare questi strumenti di super-sfruttamento sempre più determinanti nel processo produttivo, e aumentando così il controllo anche sui lavoratori diretti dei cantieri.

C’è un solo modo per fronteggiare con successo l’attacco padronale e governativo: mettere in primo piano il proprio protagonismo, auto-organizzarsi insieme con i lavoratori degli altri cantieri e degli appalti, rivolgersi a tutta la classe lavoratrice.

Le assemblee del 22 gennaio sono state, dicevamo, un primo chiaro NO alla prosecuzione del 6×6 e hanno espresso la solidarietà del cantiere ai lavoratori che ne sono colpiti in prima persona. Ma da sole non bastano a raddrizzare la situazione.
Quale sarà la prospettiva nei prossimi giorni?
Incontri con la direzione, riapertura della trattativa per aumentare di qualche euro le indennità dei lavoratori del 6×6 oppure il rilancio di una vera opposizione all’introduzione delle “flessibilità”? Ancora una volta ogni cantiere per proprio conto oppure la tessitura dell’unità con Monfalcone e con gli altri cantieri, favorita dal malcontento che anche in essi si va manifestando? Il rischio molto concreto è che si venga costretti a scegliere tra il pessimo accordo sottoscritto da Fim-Uilm e lo zuccherino (eventuale) di un nuovo accordo sottoscritto anche dalla Fiom con qualche spicciolo in più per chi sarà costretto al 6×6, utile, però, solo a trangugiare il peggioramento generale delle condizioni di lavoro contenuto nell’accordo del 13 gennaio, e in ciò che esso sottintende.

Lavoratori, lavoratrici,
per impedire che ciò accada, non è sufficiente fischiare i dirigenti sindacali o abbandonare la sala delle assemblee quando parlano: bisogna ritirargli la delega e auto-organizzarsi. Non lasciatevi sopraffare dalla sfiducia! Tocca a voi, a noi, riprendere le fila della vostra, della nostra organizzazione di classe. Non è una strada facile, sicuramente è una strada tutta in salita. Ma l’esperienza storica del movimento operaio e quella più recente dimostra che non avete, non abbiamo alternativa.
Se non vogliamo subìre la dinamica perversa del capitalismo che può andare avanti, che può “riprendersi” – la famosa ripresa di cui tanto si parla – solo a patto di respingerci indietro di decenni, dobbiamo darci una scossa, rompere i vincoli della delega, organizzarci autonomamente contando sulle nostre forze, uscendo dai muri delle singole aziende. Dobbiamo rifiutare l’ideologia della concorrenza e delle “sacre regole” del mercato che ci soffocano, e riscoprire, rilanciare, praticare l’iniziativa, la solidarietà e l’unità di classe. Altrimenti non avremo scampo.
Guardiamo ai lavoratori dell’Aprilia, della Pansac, dell’Alcoa, dell’Electrolux, della Fiat, degli ipermercati, delle cooperative e di tutte le miriadi di posti di lavoro a rischio: non sono forse alle prese con gli stessi problemi che vi colpiscono? Non hanno forse di fronte a sé, come nemici, gli stessi padroni, gli stessi gruppi finanziari, che pretendono più profitti, più precarietà, più ore di lavoro, che hanno dettato ai governi Berlusconi, Monti, Letta leggi e provvedimenti anti-proletari e anti-sociali, e ci stanno imponendo una catena di sacrifici senza fine? E i lavoratori delle poste, delle ferrovie, delle aziende di trasporto pubblico, non stanno forse per essere investiti anche loro dal tornado delle privatizzazioni che brucerà decine di migliaia di posti di lavoro?

Per i proletari più attivi e coscienti del cantiere è venuto il momento di organizzarsi in un comitato operaio di lotta che metta al primo posto del suo programma di azione il coordinamento di tutti i cantieri e l’unità con i lavoratori degli appalti, e si rivolga all’intera classe lavoratrice per dare il suo contributo a quel risveglio delle lotte, a quella riorganizzazione del movimento proletario di cui c’è enorme bisogno. Il nostro Comitato di sostegno è pronto a darvi tutto il suo appoggio e la sua solidarietà militante!
Marghera, 29 gennaio 2014
Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri
Piazzale Radaelli 3 – Marghera
comitatosostegno@gmail.com