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[CONTRIBUTO] Oltre l’orizzonte. Essere femministe oggi: una sfida globale

Riceviamo e pubblichiamo questo contributo dalle compagne del Comitato 23 settembre, già disponibile sulla loro pagina (vedi qui):

La pandemia, le guerre in atto, il genocidio in Palestina, il dilagare delle destre nel mondo occidentale e non, hanno pesanti ripercussioni sulla vita delle donne proletarie e senza privilegi. Povertà crescente, carico di lavoro o disoccupazione, carenza di servizi e cure, sessismo e violenza diffusa caratterizzano la condizione di strati sempre più vasti di donne nel mondo e anche qui, nel “ricco occidente” le donne sono nel mirino.

La crisi sanitaria del Covid ha segnato un punto di non ritorno non solo per la sanità (i poveri hanno sempre meno accesso alle cure e alla prevenzione in una sanità sempre più privatizzata) ma per tutti gli altri aspetti della vita economica: disoccupazione, che riguarda la metà della forza lavoro femminile (1) salari fermi e ridotti dall’inflazione, falsa parità salariale, occupazione precaria e sotto la soglia di sussistenza per giovani e donne (2) , nonostante queste ultime abbiano in media un livello di istruzione maggiore dei maschi (3).

Il disagio sociale è in aumento, in modo preoccupante tra i giovani, stretti tra l’incertezza del futuro e l’ansia crescente: un numero sempre maggiore ricorre agli psicologi e agli psicofarmaci per capire qualcosa della propria vita e riuscire ad affrontarla. L’evidente crisi sociale consegna su un piatto d’argento al governo neofascista di FdI la possibilità di fare propaganda sulla necessità della salvezza nazionale, con sempre nuovi sacrifici, in continuità con un trend, collaudato dai precedenti governi, di sfruttamento, schiavismo, aumento dei morti sul lavoro, precarietà, bassi salari e non-vita per lavoratori e lavoratrici autoctoni e immigrati. Le guerre incombono e le risorse del PNRR vengono dirottate alle spese belliche mentre Sanità, Scuola e Servizi sono sempre più insufficienti e allo sfascio. Solo pochi giorni fa, con il consenso del governo italiano, 50 miliardi di euro sono stati stanziati dall’Unione Europea e spesi in armi per prolungare la guerra in Ucraina, mentre avremo, contro le promesse sbandierate dal governo, 100.000 posti in meno negli asili nido (4) .

Le donne nel mirino del governo Meloni

E le donne, dove sono nel programma di governo della prima premier donna del paese Italia?

Il governo Meloni tiene in considerazione solo le donne che si fanno imprenditrici di sé stesse!

Non quelle che lavorano nella scuola e nella sanità, i cui contratti non vengono rinnovati e il cui numero rimane sempre inferiore alle necessità; non le lavoratrici la cui volontà di rendere un buon servizio alla comunità è frustrata da turni massacranti e dallo spirito aziendale che ha impregnato il funzionamento dei servizi essenziali; non quelle che si spezzano la schiena con orari infami in fabbrica, nella logistica, nelle ditte di pulizie contribuendo ad aumentare gli infortuni e le morti sul lavoro; non le immigrate senza il cui lavoro di cura lo smantellamento dei servizi sarebbe intollerabile; non quelle che vogliono accedere all’aborto assistito e sono impedite nell’esercizio di un loro diritto!

L’attacco a tutto campo contro l’autodeterminazione

Chi vuole accedere all’aborto assistito oggi in Italia si trova di fronte all’azione delle associazioni Pro-life che hanno sempre più libero accesso alle istituzioni sanitarie dove mettono in atto ogni sorta di pressioni e ricatti per dissuadere le donne dalla loro scelta (5). L’attacco all’autodeterminazione è in atto sul piano istituzionale, con la presentazione di sempre nuove proposte di legge tese a limitare l’attuazione della 194, perfino in caso di stupro (6) . In ogni caso, l’accesso alla IGV assistita è resa impraticabile in buona parte del territorio nazionale dal dilagare dell’obiezione di coscienza (7). La precarietà, la disoccupazione e la mancanza di servizi dissuadono le donne dalla possibilità di fare i figli sulla base di una scelta consapevole: non saranno certo i quattro soldi dei bonus a convincerle! La 4 creazione di un “ministero della natalità” è la conferma di una politica reazionaria, condivisa trasversalmente dalla Chiesa alla Confindustria, di attacco scientifico all’autodeterminazione di lavoratrici, disoccupate, precarie, studentesse, casalinghe. Questo attacco si estende alla loro capacità genitoriale e ai ricatti e vessazioni continue che subiscono in merito alla tutela dei figli e ai “diritti” dei padri, anche quando sono manifestamente violenti (8) .

Ad aggravare questa situazione nuove contraddizioni si sono fatte strada rispetto alla lotta per la interruzione di gravidanza assistita:

Lo sviluppo del capitale e le lotte delle donne hanno mutato almeno in parte la condizione della famiglia in Occidente: essa non più solo il luogo di riproduzione degli esseri umani, incoraggiata a parole (per fronteggiare l’invasione degli “alieni” extracomunitari) e resa improba nei fatti, dati i continui tagli al welfare e alle strutture sociali di sostegno, ma anche un luogo di mancata riproduzione della vita – così scrivevamo in un precedente nostro testo (9 )]. La maternità è procrastinata dall’incertezza del futuro, dallo stress di una vita sempre più convulsa e dall’aumento dell’infertilità delle coppie. Mentre si esaspera il valore della genitorialità biologica a grande vantaggio delle multinazionali delle big pharma, e la sinistra istituzionale si esprime a favore di chi è disposto a vendere la propria capacità generativa in nome della “libertà di scelta”, il senso La parola d’ordine del governo è: “demolire i diritti sociali conquistati con dure lotte”. Dobbiamo riconquistarli! 5 di responsabilità sociale rispetto ai piccoli è scoraggiato ed ostacolato e l’adozione è resa sempre più difficile e costosa a scapito delle migliaia di orfani nel mondo e di quanti, etero ed omosessuali, vi accederebbero se non esistessero gli ostacoli di ordine morale ed economico.

Il sessismo, una bestia dura a morire

Dalla prima edizione del 1973 del libro “Dalla parte delle bambine” di E. Gianini Belotti sono passati 50 anni, ma allora sconvolse ed illuminò generazioni vecchie e nuove. Il testo spiegava come fosse necessario schierarsi da quella parte semplicemente… “perché la situazione è tutta a sfavore del sesso femminile” ed esemplificava i mille aspetti della vita sociale e familiare nei quali si celavano comportamenti condizionati dal ruolo femminile che si voleva imporre fin dai primi anni di vita, dandone per scontata l’origine “naturale”. Comportamenti nei quali l’unica cosa realmente naturale era considerare le bambine, e le future donne, come esseri fragili o meglio inferiori, detentrici non di qualità umane, bensì di qualità che si pensavano esclusivamente femminili. Queste erano esaltate in ogni modo possibile, sia con l’esasperata cura del corpo per compiacere ed attrarre gli uomini, che con la riduzione ad oggetti sessuali. Il corpo diventa merce e la sua immagine è in vendita, mentre si esalta parallelamente il ruolo di madri e riproduttrici della forza lavoro, soffocando fin dall’infanzia qualunque inclinazione al di fuori degli stereotipi di genere.

Il fatto che nei successivi 10 anni dalla prima uscita, questo testo vide 30 ristampe dà un’idea della sua forza dirompente, all’interno dell’ondata di lotte femministe degli anni ’60 e ‘70 cui si devono importanti cambiamenti sociali (10) .

Tra questi, l’istituzione dei consultori si proponeva di garantire l’assistenza psicologica alla maternità, alla paternità e alla coppia, di favorire la procreazione responsabile con la diffusione della contraccezione, di tutelare la salute delle donne e del prodotto del concepimento e prevenire le gravidanze indesiderate. Le donne avevano fortemente voluto la loro presenza sul territorio come presidio sanitario e momento di incontro e di realizzazione della propria autodeterminazione.

Ugualmente importante è stata la loro funzione di sostegno alle giovani generazioni, assieme alla presenza di programmi di educazione sessuale nelle scuole.

Oggi è necessario mettere un argine all’uso dei social, sempre più unico mezzo di relazione dei giovani con il resto del mondo. Alla mercé di una società che li respinge e dà loro come unica possibilità la concorrenza e la sopraffazione sui più deboli, in un contesto generale che tende a mercificare ogni bisogno e aspetto della vita, i giovani e le giovani si rapportano fra loro riproponendo gli stereotipi dei ruoli maschili e femminili, e affrontano le crisi di identità proprie dell’adolescenza con un atteggiamento superficiale rispetto all’orientamento di genere (11).

Oggi noi chiedamo con forza di fermare la progressiva riduzione dell’attività dei consultori e diffonderli sul territorio (12) ponendo fine allo smantellamento della sanità pubblica che è in atto in tutti i settori: la salute è un diritto negato nella società di classe in cui viviamo!

Il sessismo dilaga anche là dove sembra più evidente l’emancipazione: il lavoro extradomestico, visto come possibilità di un’autodeterminazione che difenda le donne da comportamenti molesti o violenti in famiglia, è invece spesso occasione di molestie psicologiche o di esplicite richieste di prestazioni sessuali da parte di soprastanti che, approfittando delle loro posizioni di comando, calpestano ogni dignità e diritto rimanendo quasi sempre impuniti! Quando le donne trovano il coraggio di denunciare situazioni di questo tipo sono costrette a subire una “terra bruciata” nella ricerca di un’altra occupazione, che le lascia ancora più disarmate di fronte al mercato del lavoro.

Il sessismo è una discriminazione di classe, che colpisce a maggior ragione le persone LBGTQ+, al centro dell’attenzione negli studi accademici e nelle ricerche di mercato, ma tuttora oggetto di pregiudizi e discriminazioni nella vita sociale, specialmente se non hanno i mezzi per affrontare adeguatamente la propria condizione.

Contro la mistica della “libera scelta”

Noi pensiamo che nessuna parte del corpo delle donne può essere oggetto di mercato a nessun fine: umanitario, scientifico o sessuale.

La mercificazione del corpo delle donne, in particolare per chi è costretta dalla necessità ad esercitare la prostituzione, si accompagna sempre a forme di ricatto, di minacce fisiche o di coinvolgimento nella tratta, non può quindi essere considerata espressione di una libera scelta, una gestione di sé in un libero scambio su un piano di parità (13). La realizzazione di una sessualità libera, di una donna come di qualsiasi altro soggetto, non può darsi attraverso la mediazione del denaro. Quella del provare e dare piacere non può essere il risultato di un contratto o di un’attività commerciale, non può essere la riduzione del più naturale dei rapporti sociali (14) ad un rapporto di potere che, come in ogni rapporto capitalistico, è chi paga a determinare cosa e come lo si fa. Considerare questa come una libera scelta, espressione dell’emancipazione delle donne come di ogni soggetto, equivale a svilire l’idea di una forma di società superiore per cui lottare, non solo di uguali ma di umanamente migliori.

Questa è la realtà in cui le donne in generale ma soprattutto quelle senza privilegi e le immigrate, conducono la propria esistenza in questo paese! A questi molteplici attacchi alla vita quotidiana delle donne è necessario reagire, riprendendo un’azione capillare di denuncia, di controinformazione e di lotta sui singoli obiettivi, collegandoli tra loro.

Le ideologie dominanti

Gli esempi di lotte delle lavoratrici nelle fabbriche, nei magazzini e nelle piazze non mancano. All’interno del movimento dei disoccupati esse sfidano quotidianamente la repressione statale, che li colpisce sia quando lottano per il lavoro che quando solidarizzano con le lotte internazionali e denunciano il genocidio a Gaza e la complicità delle istituzioni italiane in esso. Tuttavia la subordinazione e la passività è prevalente tra la maggioranza delle donne. Il martellamento ideologico che da decenni pervade la società esercita un’influenza profonda sulle donne stesse, spingendole ad accettare lo status quo come inevitabile o a combattere individualmente la loro battaglia quotidiana.

Perciò la battaglia ideologica è altrettanto essenziale di quella da svolgere sul piano materiale, economico e dei servizi.

L’ideologia neoliberale fa leva sulla sacrosanta rivendicazione di uguaglianza nell’accesso all’istruzione e ad ogni tipo di lavoro per cui si sono battute le nostre nonne. I successi delle donne in carriera (prima fra tutte l’attuale presidente del consiglio) vengono esibiti nascondendo che comunque essi possono essere realizzati da chi appartiene alle classi privilegiate ma soprattutto da chi ne condivide a fondo gli interessi e le prospettive, spesso a spese di altre donne che svolgono al loro posto il lavoro di riproduzione sociale. Nella visione neoliberale gli individui non hanno legami né dipendenze dall’interesse generale, sono “liberi” nelle scelte di vita e capaci di trovare da sé il proprio equilibrio, il proprio successo personale. Le donne sono spinte ad una feroce concorrenza con ogni altro soggetto presente sul mercato.

L’ideologia della destra più oscurantista, ben rappresentata dal best seller del generale Vannacci “Un mondo all’incontrario”, un compendio di sparate reazionarie che ha fatto imbestialire tutti, noi per quel che dice, e i suoi sodali per il fatto di aver detto a chiare lettere quel che anche loro pensano, è sempre più diffusa a livello internazionale. Ad 10 essa fanno capo quelle associazioni pro vita e pro famiglia cui si faceva riferimento prima. Essa risponde alla disgregazione sociale e alla crescente insicurezza e timore per il futuro che molte donne avvertono, ripristinando “l’ordine naturale della società e la necessaria disciplina per attuarlo”. Questo in soldoni il significato del richiamo a Dio da parte degli adoratori del dio denaro, alla patria come fattore identitario che prevede la fedeltà ai propri governanti e alle loro politiche, fino al consenso e alla partecipazione alle guerre imperialiste, e alla famiglia come cellula fondativa della società, nella quale devono diventare più forti che mai la divisione sociale del lavoro, i rapporti gerarchici, la trasmissione di valori e il ruolo primario della donna nella riproduzione sociale e umana.

Qualunque scelta personale che non corrisponda a questi principi e si sottragga al ruolo stabilito nella riproduzione sociale è considerato asociale e deviante.

Queste due visioni in apparenza contrapposte hanno comunque degli importanti punti di convergenza.

Chi sostiene la visione “egualitaria” dell’emancipazione non esonera le donne dal compiere il loro dovere di madri e rispettare le forme tradizionali di famiglia e di rapporti tra i sessi; al tempo stesso, l’esaltazione del ruolo di madre (e il dovere di contribuire alla lotta per arginare il calo demografico così vitale per l’economia del capitale) prevede che le donne siano comunque presenti nel mercato del lavoro (anche se come forza lavoro a basso costo e in ruoli per lo più precari e subordinati).

Pur spacciandosi a favore dell’emancipazione e della valorizzazione delle donne, nessuna delle due ideologie mette veramente in discussione il controllo sociale sulla vita e sul corpo delle donne, affidato sempre meno all’individuo “capofamiglia” e sempre di più all’“uomo sociale” (all’insieme dei maschi borghesi) che presiede alle scelte politiche, culturali e di mercato. Il considerare le donne come proprietà personale dà luogo sempre più a comportamenti violenti, una violenza psicologica e fisica diffusa che sfocia troppo spesso nel femminicidio.

La violenza diffusa, con i suoi parossismi omicidi, è lo specchio della impossibilità di realizzare pienamente questo controllo ed impedire che vengano messe in atto scelte di autodeterminazione individuali e di resistenza da parte delle donne che, se pure in modo disomogeneo, non vogliono rinunciare alle conquiste ottenute con le lotte del passato.

Queste conquiste, erose e inquinate negli ultimi decenni, e spesso stravolte nel loro significato originario, hanno contribuito a sedimentare tra le donne stesse un senso di emancipazione acritica rispetto alla propria condizione e di superiorità ignorante rispetto alle donne del sud del mondo.

Il neocolonialismo d’assalto

Da decenni si insinua nella società tutta il veleno del razzismo, del disprezzo culturale e della disumanizzazione dello “straniero” (specialmente se islamico), dell’ideologia dello “scontro di civiltà”, della superiorità bianca, della minaccia costituita dai popoli in rivolta che resistono all’invasione e all’occupazione. Queste ideologie tossiche prendono di mira la presenza degli immigrati, a cui si attribuiscono tutti i mali che affliggono la società, e sono diventate pane quotidiano anche tra i più poveri.

Esse hanno una loro specifica declinazione per quel che riguarda le donne dei paesi colonizzati e neocolonizzati, considerate singolarmente come indispensabili per il ruolo che svolgono qui, e per la manodopera a bassissimo costo che forniscono ai padroni di mezzo mondo, ma disprezzate collettivamente per la loro riottosità ad assumere lo stile di vita occidentale e ad entrare anima e corpo nel mercato.

In tempi recenti si è scatenata poi una propaganda militarista, che ha il suo centro nelle scuole, imperniata sulla necessità di difendersi, anzi, di attaccare tutto ciò che viene presentato come una minaccia ai “nostri valori” (si tratta in realtà di una lotta furiosa per accaparrarsi le risorse del pianeta, nell’aggravarsi della crisi economica generale).

Si prepara la guerra, si partecipa alla guerra, si cerca di seppellire sotto un cumulo di menzogne lo sterminio e la distruzione in atto in una lunga serie di paesi, oggi in Ucraina e Palestina. E sempre le donne pagano un prezzo altissimo in queste aggressioni, in cui la presa di possesso dei territori si accompagna inevitabilmente con lo stupro, un’arma di guerra a tutti gli effetti (16).

Non sarà facile arruolare schiere di donne in occidente a questo programma, per ora si lavora costantemente a coinvolgere i giovani fin dalla più tenera età e a narcotizzare le masse mentre il potere destina energie e risorse a preparare gli scontri futuri.

A questo abbiamo risposto affermando “mai più figli, mai più sacrifici per le vostre guerre!” uno slogan da riproporre mentre prosegue la guerra imperialista Nato/Russia e i governi unanimi armano e sostengono Israele nello sterminio in Palestina.

L’individualismo “identitario”

Sul finire degli anni Settanta, negli Stati Uniti il Combahee River Collective (17), un collettivo di donne nere lesbiche di Boston utilizzò il termine “intersezionalità” per indicare l’intreccio dell’oppressione sessista, del razzismo e dello sfruttamento di classe e la necessità di una politica di alleanza di tutti gli sfruttati ed oppressi per sconfiggere il sistema capitalistico, che creava e riproduceva incessantemente queste diverse forme di oppressione. In seguito il movimento femminista delle donne nere (black feminism), criticando il “femminismo bianco”, ha sviluppato il tema della convergenza tra le lotte delle donne, dei lavoratori e delle minoranze razzializzate che, in condizioni e ruoli differenti, contribuiscono alla produzione e alla riproduzione del sistema capitalistico.

La visione del femminismo che si basa sulla politica dell’identità individuale, sotto l’influenza delle filosofie post moderne, ha un significato e una valenza che induce ogni persona a ripiegarsi sull’identità soggettiva, basata sulla preferenza sessuale e sulla scelta del genere, cercando alleanze politiche dentro il gruppo che condivide la sua particolare caratteristica identificativa. In Italia il movimento transfemminista mainstream non vede l’oppressione delle donne e delle minoranze sessuali radicata nel sistema capitalistico e patriarcalista, oscura le differenze sociali mettendo l’accento su una parzialità del proprio vissuto individuale (18). Una volta frantumate le identità collettive di sesso, razza e classe, la lotta politica si riduce ad una sfida a singoli condizionamenti posti dal sistema, invece di contestarlo nella sua globalità, rivendicando la libertà di scelta individuale come elemento discriminante dei propri obiettivi, una libertà che non può esistere all’interno dei rapporti sociali e delle condizioni imposte dalla classe dominante.

E’ una trappola per il movimento femminista, funzionale al sistema di potere a cui si vorrebbe sfuggire: il capitalismo può, in certi casi, assorbire la richiesta di alcuni cambiamenti -salvo depotenziarne la valenza e perfino riprenderseli in un momento successivo, come succede per la 194- purché possa conservare il suo modo di produrre e distribuire la ricchezza, e la riproduzione sociale continui a gravare sulle convivenze familiari, di qualunque tipo e orientamento sessuale esse siano. Sempre più si affianca all’atteggiamento demonizzante e oscurantista verso i soggetti “non a norma”, la considerazione degli stessi come potenziali settori di mercato, dal punto di vista dei consumi, dello sviluppo, della “scienza medica”, della cultura, dello svago e quant’altro. Un business in costante crescita cui partecipano grandi corporation del pianeta, finalizzato al profitto e non certo al benessere umano e sociale 15 delle persone coinvolte (19).

Perciò la nostra lotta deve cambiare l’intero sistema delle relazioni sociali entro cui viviamo, altrimenti continueranno ad essere riprodotti i meccanismi coercitivi, culturali e materiali, che conservano nella sostanza i ruoli di genere, vanificando ogni conquista parziale che faticosamente potremmo ottenere. Tutto al più ci si potrà rifugiare in un’area marginale all’interno dello stesso sistema che si critica, illudendosi di essere “ingovernabili”. La politica identitaria mainstream non fermerà la cultura della sopraffazione di genere, la violenza che puntella le gerarchie delle relazioni interpersonali, la crescente disuguaglianza sociale che confina la gran parte delle donne nella dipendenza e nella subordinazione.

Le donne non sono sfruttate e oppresse per ragioni di identità sessuale personale ma per il ruolo che rivestono nei processi di riproduzione sociale e biologica della società capitalistica, che si organizza utilizzando e strumentalizzando i caratteri soggettivi sessuali, etnici e di classe. Sessismo, razzismo e classismo sono tre facce dello stesso dominio e richiamano i pilastri su cui è fondato il sistema capitalistico, ossia lo sfruttamento dei lavoratori, il sessismo (patriarcale e non), e l’oppressione e la rapina delle razze e dei popoli soggetti al colonialismo vecchio e nuovo.

La nostra lotta deve cambiare l’intero sistema delle relazioni sociali entro cui viviamo!

L’intersezionalità di questi fattori essenziali si contrappone all’interpretazione che vede ogni individuo come “unico” punto d’incontro delle più varie forme di oppressione esercitate da poteri indipendenti l’uno dall’altro. La “politica dell’identità” e l’esaltazione della soggettività individuale ostacola la possibilità di una alleanza costruttiva tra sfruttati ed oppressi.

Abbiamo bisogno di un movimento femminista che si impegni a non separare la lotta per i diritti e le libertà personali dalla necessità di battersi per trasformare le relazioni sociali nella loro totalità, sul piano globale.

Neocolonialismo al femminile

L’idea che le donne del sud e dell’est del mondo non possano realizzare un percorso autonomo di liberazione e di lotta e il razzismo che le considera vittime da salvare dai loro uomini, è da almeno due secoli il leit motiv dell’occupante colonialista (20), che ha seminato stragi in tre continenti accampando questo nobile scopo. Il movimento femminista ha sperimentato dal suo nascere la contraddizione razziale, che si è manifestata nell’estraneità del femminismo bianco al destino delle schiave nere in America già nell’800 (21). Parte del movimento femminista internazionale condivide nella sostanza queste posizioni, denunciate da altre tendenze che sottolineano le posizioni filoimperialiste del “femminismo bianco”. In Italia il movimento mainstream, concentrato sulle tematiche transfemministe, guarda con distacco le condizioni delle donne del sud del mondo e dimostra una colpevole ignoranza delle lotte che esse mettono in atto per la loro liberazione. Esse interessano al movimento femminista/transfemminista solo nella misura in cui accettano di mettersi alla sua coda, condividerne le tendenze e le priorità, per quanto lontane possano essere dai vissuti e dagli obiettivi di quelle che dovremmo considerare preziose compagne di lotta. Ne è conferma il silenzio seguito all’aggressione del sionismo israeliano alle donne e alla popolazione di Gaza, che si è scosso solo dopo un preciso atto di accusa delle donne palestinesi (22) .

Vittime sottomesse o donne in lotta? La rappresentazione della passività delle donne del sud del mondo è strumentale, tanto più se si guarda alle lotte che le donne fanno in ogni parte del mondo, e su ogni genere di obiettivi. Masse di donne si muovono in America Latina contro il dilagare dei femminicidi nelle maquilladoras in Messico, perché sia riconosciuto per legge il diritto all’aborto assistito, negato in molti paesi del continente e fortemente minacciato anche negli Usa, dove è stata abolita la legge federale che lo permetteva; ricordiamo la grande manifestazione in occasione dell’elezione di Trump, ma anche la partecipazione alle lotte di Black Lives Matter, le grandi lotte contro il dilagare dell’oscurantismo in Polonia, le lotte delle contadine indiane per la difesa delle economie di sussistenza e contro gli espropri delle terre da parte delle multinazionali, i tentativi, per ora limitati ma significativi, di opporsi alla guerra delle donne russe e ucraine.

Ma che dire delle “vittime sottomesse” nei paesi arabi e islamici?

Solo l’ignoranza può salvarci dal confronto con la realtà. Nelle lotte contro l’occupazione coloniale nel secolo scorso (ricordiamo per brevità la loro partecipazione eroica alla resistenza in Algeria, ma anche in India, nei paesi africani) il protagonismo delle donne è un motivo ricorrente, e sempre più evidente.

Nei primi anni 2000 in Marocco un forte movimento femminile ha imposto la revisione del codice di famiglia. Le lotte delle operaie tessili sono state la premessa dell’insorgenza in Egitto nel 2011; nelle mobilitazioni che ne sono seguite, le donne sono state sempre in prima fila: dal Libano alla Siria, dall’Irak all’Algeria, dove le manifestazioni si sono svolte per oltre 50 settimane di seguito, fermate solo dalla pandemia!

Per non parlare della mobilitazione generale delle donne iraniane in seguito all’assassinio di Mahsa Amini, che ha coinvolto per mesi giovani e oppositori contro il regime oscurantista degli ayatollah. La resistenza delle donne in Palestina è tutt’ora un simbolo, essa unisce la lotta all’occupazione con la lotta al patriarcalismo, e condanna lo stato di Israele che, mentre fa strage delle donne e dei bambini palestinesi, si pretende democratico e protettore dei diritti delle donne e addirittura un porto sicuro per le soggettività LGBTQ+ (23). La loro è una resistenza accanita e costante, pratica e mentale, necessaria a tenere vive le ragioni della lotta contro l’occupante con estremi sacrifici ma anche con la capacità di trasmettere la vita e il bisogno di giustizia di generazione in generazione. Giustamente le compagne palestinesi in Italia rivendicano l’esperienza di lotta del loro popolo e delle loro donne, si pongono in continuità con essa, e chiedono a noi di dichiarare non solo da che parte stiamo, ma anche di rinunciare all’atteggiamento supponente di porci come esempio di attivismo e “modernità” rispetto alla loro presunta “arretratezza e passività”.

Esse non ci chiedono una solidarietà “umanitaria”, ma di lottare al loro fianco! Il patriarcalismo è un problema che le donne dei paesi del sud del mondo affrontano senza disgiungerlo dalla lotta contro i diversi aspetti della loro oppressione. Un patriarcalismo da cui noi ci siamo tutt’altro che liberate, né mai lo saremo se non metteremo sul banco degli imputati il nostro governo e tutti i governi complici di rapine e guerre. Essi sostengono oggi come ieri gli elementi più reazionari dei governi arabi ed ex colonizzati e impediscono, con la loro azione, qualunque miglioramento o progresso nella condizione delle donne. Sono loro perciò i più accaniti patriarcalisti!

Il nostro femminismo

Di fronte a questo quadro è più che mai necessario prendere posizione mettendosi in sintonia con le reali condizioni della massa delle donne, italiane, immigrate e del mondo intero, e quindi di promuoverne e sostenerne le lotte.

Richiamando la necessità di una lotta femminista, noi 20 riconosciamo che la condizione femminile è una condizione presente a livello globale come è globale il capitalismo che governa le nostre società.

Come militanti femministe rivoluzionarie dobbiamo perciò fare delle scelte e stabilire delle priorità. Innanzitutto capire qual è il nostro posto nel mondo e cosa possiamo rappresentare per la massa delle donne oppresse e sfruttate del pianeta. Siamo una minoranza che nel momento in cui si dovesse concentrare sulla sua autoreferenzialità decreterebbe la sua inutilità storica e quindi il suo suicidio.

Noi rivendichiamo il femminismo come quel movimento internazionale che combatte tutti gli aspetti della condizione delle donne (della stragrande maggioranza di esse) caratterizzata dall’oppressione, dallo sfruttamento e subordinazione necessari ad imporre loro il ruolo di riproduzione umana e sociale gratuito: un ruolo senza il quale il sistema stesso non potrebbe sopravvivere. Questa funzione, pur nei molto diversi contesti e modalità in cui si attua, è assolutamente universale, come è universale il sistema capitalistico che la impone.

Noi rivendichiamo il femminismo come lotta di liberazione globale, che si arricchisce di tutte le lotte in cui le donne sono partecipi e protagoniste: contro lo sfruttamento e la disoccupazione, contro la violenza e la subordinazione familiare, contro la mercificazione del corpo, la distruzione dell’ambiente e dell’economia di sussistenza, per l’autodeterminazione delle loro capacità riproduttive, per la dignità, per la salute, per una libera espressione della propria sessualità.

Al di là dei diritti conquistati (e subito messi in discussione e vanificati dalla forza dei meccanismi di potere) dobbiamo onestamente riconoscere che, come femministe che vivono in occidente, non possiamo porci come avanguardie di nessuno, e che la critica o la diffidenza di buona parte delle donne nel mondo rispetto alla visione di emancipazione dominante nei paesi ricchi sono giustificate da più di un punto di vista. L’ignoranza non è una buona maestra, la diffidenza è una cattiva consigliera e l’autoreferenzialità è una vecchia campana che rintocca in tutte le guerre del colonialismo vecchio e nuovo.

Ovunque siano presenti delle donne impegnate in una lotta collettiva contro l’oppressione, là c’è il femminismo che noi condividiamo, perché nelle lotte, generali e parziali, le donne, anche quelle costrette nel patriarcalismo più rigido, rompono le catene della loro tutela e prendono in mano il loro destino. Nelle lotte si realizza il loro riscatto, che sconvolge e trasforma tutta la realtà da cui provengono, al di là dei continui tentativi di recupero delle classi dominanti coloniali e locali. Questo riscatto è una pietra miliare del femminismo che vogliamo contribuire a costruire.

Noi non confidiamo nelle istituzioni per ottenere cambiamenti decisivi alla nostra comune condizione, così come non crediamo che gli stati o gli organismi internazionali abbiano l’intenzione di porre fine alle guerre che sono sempre più una scelta necessaria alla sopravvivenza del necrocapitalismo, se non costretti dalla forza delle lotte.

Siamo consapevoli che l’oppressione delle donne è un elemento che si inserisce a pieno titolo nella moderna società capitalistica, globale e in piena decadenza. Una società sempre più aggressiva che minaccia la vita sotto molti aspetti, che si nutre nel suo impianto profondo della sopraffazione dello sfruttamento dell’uomo sulla natura, di una classe che comanda su quella che produce la ricchezza, dell’uomo sulla donna, dello sprezzo dei popoli più “avanzati” su quelli da sempre depredati creando masse di sfruttati, di profughi, di emarginati, di vittime della distruzione della vita sul pianeta.

Per noi è chiaro che solo la mobilitazione di tutte le classi sociali sfruttate e oppresse potrà garantire il cambiamento sociale che consenta a tutti una vita sana e degna, in poche parole: una vita umana.

Anche tra quelle associazioni, sindacati e organizzazioni politiche che affermano di lottare per un cambiamento radicale della società gli stereotipi sopravvivono ancora oggi. Negli ambienti che dovrebbero combattere la riproposizione di comportamenti svilenti nei confronti delle donne o delle loro idee e contributi, non si favorisce la loro attivizzazione (già resa difficile dai compiti che esse devono assolvere quotidianamente), e soprattutto non si comprendono nelle battaglie politiche e sindacali gli obiettivi specifici relativi all’oppressione e al supersfruttamento delle lavoratrici e delle disoccupate e al ruolo delle donne nella società. Una presa in carico che sarebbe necessaria per contrastare gli attacchi della società capitalistica. E’ una grave lacuna che priva le forze politiche di metà del loro potenziale di lotta, una lotta che avrebbe bisogno dell’azione/comunione di classe, di uomini e donne insieme senza distinzione di genere, per sperimentarla anche prima dell’avvento di un mondo nuovo! Dobbiamo quindi reagire all’arretratezza dei movimenti e riprendere a costruire dei percorsi di lotta in tutti i settori in cui si realizza la condizione di oppresse e di sfruttate, per convergere con tutti i movimenti di classe che condividono i nostri obiettivi e la necessità di una lotta rivoluzionaria per raggiungerli.

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Note

(1) Il tasso di occupazione delle donne, di età compresa tra i 20 e i 64 anni, è del 53%, ponendo l’Italia al penultimo posto prima della Grecia, ben lontano da quella dei più evoluti paesi comunitari e altrettanto lontano dall’obiettivo che, dal 2020, si sarebbe data l’Unione Europea del 75%.

(2) Il Censis ci dice che una donna su tre svolge un lavoro part time: questo numero rappresenta in realtà quelle che possono permettersi di sceglierlo e non certo tutte coloro le quali, per livello di istruzione e le molteplici difficoltà ad affacciarsi sul mercato del lavoro, sono costrette ad accettare lavori a chiamata, precari, stagionali o rispondenti alle mille infami formule contrattuali legittimate dalle riforme della legislazione del lavoro succedutesi negli anni. Contratti a totale favore delle esigenze di risparmio di spesa del padronato!

(3) In Italia la percentuale delle donne che raggiungono un elevato titolo di studio (il 53% contro il 48% degli uomini) non contribuisce a metterle in una posizione di parità sul mercato del lavoro. Infatti il divario salariale permane, per vari motivi ma sicuramente per il fatto che l’accudimento dei figli non permette loro di poter accettare qualsiasi tipo di lavoro o semplicemente di poter fornire al datore di lavoro la disponibilità allo straordinario o a qualsiasi tipologia di turnazione.

(4) Siamo quindi sempre più lontani dall’obbiettivo del PNRR che prevedeva che il servizio raggiungesse il 33 % dei bambini: in effetti non supera il 28% con grandi sperequazioni tra nord e sud. La scarsità dei nidi comunali costringe le famiglie a pagare rette salatissime per questo essenziale servizio, fino agli 800 euro. Dove sono finiti gli oltre 4 miliardi stanziati dal governo ?

(5) Tra le pratiche di queste associazioni c’è quella del seppellimento dei feti abortiti, anche all’insaputa della madre. Il più longevo e articolato di questi gruppi è Difendere la vita con Maria (Advm), fondato a Novara, che opera da più di 20 anni in tutto il territorio italiano. Emblematico il caso di una donna che ha trovato, nel cimitero Flaminio di Roma, una croce col suo nome e cognome scritto sopra e la data dell’aborto…i cimiteri per feti sarebbero circa una cinquantina e sono legali, la legge permette che delle associazioni di stampo religioso possano entrare negli ospedali, prelevare i feti e seppellirli attraverso una cerimonia religiosa funebre, senza che nessuno possa dire o fare nulla. Naturalmente all’interno del governo c’è chi vorrebbe estendere questa pratica a livello nazionale…v. anche: https:// 25 http://www.fanpage.it/attualita/cosa-sono-i-cimiteri-dei-feti-e-perche-la-destrali-sta-usando-per-colpire-le-donne/ https://www.fanpage.it/

(6) Tra di esse, oltre a quella che vuole dare diritti giuridici al nascituro fin dal concepimento e considerarlo membro del nucleo familiare, e c’è anche quella che vorrebbe imporre alla donna che abortisce di sentire il battito… sadismo puro! E naturalmente si vuole creare la “giornata per la tutela della vita nascente”…

(7) I dati sull’obiezione di coscienza sono abbastanza noti: ricordiamo che sono obiettori il 64% dei medici, il 44% degli anestesisti, il 36% del personale medico, che vi sono in Italia 22 ospedali in cui l’obiezione è al 100% e 72 in cui la percentuale è tra l’80 e il 100%, con forti differenze fra regione e regione: in Abruzzo, Molise, Sicilia e provincia di Bolzano si supera abbondantemente l’80% delle obiezioni, per non parlare del caso Marche in cui è impossibile abortire e le donne sono costrette ad andare fuori regione per essere assistite.

(8) Nel 2018 è stato presentato il famigerato ddl 735, a firma del senatore leghista Pillon, che prevedeva la mediazione obbligatoria e a pagamento in caso di separazione (Pillon stesso era a capo di una agenzia di mediazione di questo tipo); l’“equilibrio” tra le due figure genitoriali preservando i diritti dei padri violenti e di quelli con cui il minore dichiara di non voler stare; introduce la cosiddetta “alienazione parentale”, il che significa che viene perseguito ogni tentativo di mettere in cattiva luce l’altro genitore e allontanare i figli dalla sua presenza, anche in caso di maltrattamenti, si dice inoltre che il giudice può punire con la decadenza della responsabilità genitoriale o con il pagamento di un risarcimento danni le «manipolazioni psichiche» a danno del minore…e via dicendo: le donne sono avvertite! Il disegno di legge non è arrivato in aula per le grandi mobilitazioni che ne sono seguite, ma si può giurare che le associazioni per la vita torneranno all’attacco per impedire a tutti i costi anche l’esercizio del divorzio…

(9) La posta in gioco/Riflessioni e proposte per un femminismo rivoluzionario, ed. Il Cuneo Rosso, 2021, pp. 24/25.

(10) Sanciti dalla legge sul divorzio, il nuovo diritto di famiglia che riconosce la parità tra i coniugi, dalla legalizzazione della pillola anticoncezionale, dalla legge 194 che prevedeva l’aborto gratuito e medicalmente assistito e, non di minore importanza, dalla legge 405 del 1975 che istituiva i Consultori familiari, l’abolizione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore, e più tardi, nel 1996, dalla legge che definiva lo stupro come reato contro la persona e non contro la morale, contro il matrimonio riparatore, per non citare che le più importanti.

(11) Su questo si può consultare lo studio delle due psichiatre francesi Caroline Eliacheff e Céline Masson: La fabrique de l’enfant transgenre, ed. L’observatoire/Humensis, 2022, sulla diffusione della richiesta di cambiamento di sesso tra i minori anche in giovanissima età e le sue implicazioni fisiche e psicologiche.

(12) Nel 1995 c’erano 2354 consultori pubblici, 297 privati e 70 “punti di appoggio Acli”. I tagli della sanità si traducono anche in tagli ai consultori: nel 2006 quelli pubblici sono 2188 contro 103 privati, mentre nel 2018, ultimo dato disponibile, i consultori si sono ridotti a 1800, 1 ogni 33 mila abitanti. Ben pochi di essi rispondono alle caratteristiche previste dalla legge, sia per quanto riguarda il personale che i servizi offerti. (13) La questione è esaminata più nel dettaglio nell’opuscolo La posta in gioco/riflessioni e proposte per un femminismo rivoluzionario alle pp. 27/40.

(14) v. Karl Marx, Manoscritti Economico Filosofici del 1844, ed. Einaudi 1968, p. 111.

(15) Del resto l’opinione degli italiani, che all’86% si esprime per l’importanza per le donne di avere dei figli e al 79% di avere un lavoro, è uno specchio di come la mentalità “popolare” segua quella dominante.

(16) Non mancano su questo tema innumerevoli testimonianze storiche, ma per attenerci alla stretta attualità rimandiamo a questi due articoli ripresi dal blog Il pungolo rossohttps://pungolorosso.com/2024/02/21/esecuzionistupri-e-violenze-sessuali-contro-donne-e-ragazze-palestinesi-da-partedelle-forze-israeliane-parola-dellonu/; come pure https://mondoweiss.net/2024/02/violating-intimacies/?ml_ recipient=114615035305658155&ml_link=114614869985068572&utm_ source=newsletter&utm_mediu

(17) Il testo in inglese del loro manifesto si trova in rete: https://www. blackpast.org/african-american-history/combahee-river-collectivestatement-1977/

(18) Riportiamo la definizione di transfemminismo tratta dall’opuscolo “Abbiamo un piano” di Nudm:

“Il transfemminismo è un movimento di resistenza e una teoria che considera il genere, arbitrariamente assegnato alla nascita, una costruzione sociale, strumento proprio di un sistema di potere che controlla e limita i corpi per adattarli all’ordine sociale eterosessuale e patriarcale. Il transfemminismo muove dalla materialità delle vite e delle esperienze trans, femministe e queer, dalla complessità e dalla molteplicità delle collocazioni di genere e sessuali e riconosce l’intreccio tra la matrice patriarcale e quella capitalista delle oppressioni che colpiscono tutte le soggettività che non sono maschi bianchi eterosessuali” (corsivo nostro).

(19) Su questo, è bene leggere il dettagliato e illuminante articolo di Silvia Guerini, Chi finanzia il movimento LGBTQ+, comparso nel blog Sinistrainrete.

(20) Questa questione è trattata da Frantz Fanon in molte parti delle sue opere, in particolare nel suo saggio L’Algeria si toglie il velo, in cui la sete di possesso del corpo delle donne colonizzate da parte dei colonialisti francesi è mascherata dalla volontà di liberarle dalla soggezione degli uomini della loro famiglia.

(21) La storia dei rapporti tra il femminismo delle donne delle classi medie bianche americane, e la resistenza delle donne nere contro lo schiavismo prima e la segregazione poi, è mirabilmente raccontata da Angela Davis nel suo Donne, razza e classe, ed. Alegre 2018, che demolisce il mito del femminismo bianco come paradigma dell’emancipazione universale delle donne.

(22) Abbiamo pubblicato la presa di posizione del collettivo femminista palestinese Qumi: 25 novembre una giornata contro l’eliminazione della violenza sulle donne – Una prospettiva palestinese, che contiene un’aspra critica all’indifferenza del movimento mainstream italiano nei confronti della violenza estrema che subiscono le donne in Palestina in seguito all’aggressione sionista, e la rivendicazione della loro pluridecennale resistenza. Il documento si trova in rete nel blog Il Pungolo rosso, ripreso anche dalla pagina facebook del Comitato 23 settembre.

(23) Un articolo comparso nel sito “La voce delle lotte”, ripreso da Pan y Rosas, riporta i risultati di una inchiesta sui tentativi fatti dallo Stato di Israele, dal 2005, di migliorare la propria immagine internazionale sfruttando i diritti delle donne e delle persone LGBTQ+. La campagna “Brand Israel”, mirava a costruire un’immagine moderna e progressista, finanziando viaggi alle élite europee e nordamericane che potessero poi trasmettere un’immagine positiva del paese. Dal 2010 il ministero del turismo si è concentrato sul turismo gay in città come Tel Aviv presentata come un’enclave queer friend. Nel 2011 la municipalità di Tel Aviv ha investito 94 milioni di dollari nel turismo gay, oltre a finanziare campagne dell’orgoglio gay negli Usa e in Francia. Lo stato ultrademocratico di Israele vanta poi il ruolo svolto dalle donne soldato nell’IDF, “uno degli eserciti più progressisti al mondo”. No comment…