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[CONTRIBUTO] La classe indispensabile

Pubblichiamo questo contributo “La classe indispensabile” di Errezeta, già pubblicato dai compagni della redazione de Il Pungolo Rosso sul loro sito.

Questa crisi sanitaria e sociale, che sta provocando i primi scioperi spontanei nelle fabbriche dopo decenni, e diviene ora anche crisi economica e finanziaria, mette alla prova i sistemi capitalistici, in Italia e nel mondo intero, e scuote le coscienze in settori della nostra classe cui si chiede di lavorare comunque, anche in assenza delle condizioni di sicurezza che vengono invece imposte al resto della popolazione.

Per la prima volta da decenni assistiamo a scioperi spontanei nelle fabbriche.

Anche nella lotta per ambienti di lavoro sicuri e adeguati dispositivi di protezione individuale, e nelle difficoltà di coloro che sono lasciati a casa con un futuro incerto, deve crescere la coscienza della necessità di lottare per superare questa società divisa in classi.

Contro le ideologie da “unità nazionale” tra sfruttati e sfruttatori.

Il virus globalizzato mette inoltre in chiaro l’inconsistenza delle prospettive di autonomie locali/localistiche, e delle scorciatoie “sovraniste”.

L’unica strada è quella internazionalista, dell’unione tra i proletari di tutto il mondo.

S.I. Cobas


Con la crisi pandemica, dalle nebbie della quarantena italica riemerge un soggetto sociale particolare che non può restare a casa.

Le immagini dello scoglio muto di Hart Island, a New York, nelle fosse comuni della fame di Stato a stelle e strisce, di tombe senza nome di corpi ammassati dei proletari del Bronx, la maggior parte afroamericani e latinos, lasciano un magone dentro, una parola vivida di rabbia che risprofonda all’altezza dello stomaco di tutta la classe proletaria globalizzata.

La classe proletaria mondiale non dimenticherà quelle immagini, come non dimentica le immagini degli immigrati morti nel mediterraneo e dei popoli sotto i bombardamenti.

La morte e la vita si rimescolano nel turbinio dei rapporti tra gli uomini e di essi con la natura, dove la pandemia del COVID 19 sta disvelando le caratteristiche della produzione sociale capitalistica e della riproduzione materiale della ricchezza e della miseria per i differenti individui sociali.

A proferire parole di morte in Italia, con cristallina limpidezza, è Confindustria che, dinanzi alle esigenze del distanziamento sociale, previsto dai provvedimenti di contenimento del COVID 19, si è assicurata un Protocollo siglato con Governo e sindacati di Stato, che di fatto lascia agli industriali la possibilità di fare il bello e il cattivo tempo nel rapporto con gli operai, costringendoli a lavorare in condizioni di pericolo per la loro salute, e ad utilizzare la cassa integrazione a proprio piacimento.

In questi ultimi giorni, decine di migliaia di industriali, con una semplice comunicazione unilaterale attraverso una autocertificazione alle Prefetture, si sono assicurati la possibilità di operare anche in deroga a quanto stabilito dal Protocollo stesso, attestando che la loro produzione sia tutta o in parte, collegata ai settori c.d. essenziali, ben oltre la lista dei codici ATECO allegata al Protocollo, ritenendo, quindi, di non poter assolutamente fermarsi. Ma la sete di profitto, non si è placata: dal 14 aprile il nuovo DPCM estende ad altri settori la possibilità di far lavorare gli operai, quando la cosiddetta Fase 1 viene procrastinata al 3 maggio, per il resto della società.

Gli industriali hanno espresso chiaramente che il loro scopo è il profitto e che qualsiasi ostacolo per realizzarlo va eliminato. Questa posizione oltre ad essere soggettivamente cinica e criminale, disvela una oggettività nel meccanismo di funzionamento della produzione capitalistica; i capitalisti devono far lavorare un tipo sociale particolare: il moderno operaio, il proletario, anche a rischio della sua morte (o di quella di altri), purché attraverso il suo lavoro aumenti il capitale.

Gli operai devono tornare assolutamente a tirare avanti la produzione in modo che il lavoro eccedente, il plusvalore estorto, possa trasformarsi in profitto sul mercato. Di questo interesse privato degli industriali (spacciato per l’interesse di tutti), si sono fatti garanti lo Stato e i sindacati di Stato e laddove questi ultimi hanno montato sceneggiate di intimazioni di scioperi mai concretamente organizzati con efficacia, è solo perché la massa degli operai si è mobilitata spontaneamente per difendersi da condizioni di lavoro rischiose e dagli assembramenti inevitabili che una fabbrica o un magazzino impongono.

Questa crisi pandemica disvela il carattere sociale della produzione capitalistica e l’esistenza di tipi sociali concreti che occupano un ruolo diverso nel processo di valorizzazione e accumulazione del capitale. La classe proletaria è indispensabile per i capitalisti e per la riproduzione dell’intera società. Carne da cannone in ogni crisi ed economia di guerra. Mentre le classi medie, le mezze classi e i lavoratori della mente, restano a casa, i proletari, se lo facessero, farebbero crollare l’intera società.

“Riaccendere gli impianti perché la produzione deve continuare” gridano i capitalisti untori, mentre gli altri strati della società fanno i distinguo, esprimendo critiche parziali alla società fondata sullo sfruttamento operaio, su ciò che può essere ritenuto essenziale o non essenziale per la collettività, scatenandosi su cosa sia giusto e ingiusto per il distanziamento sociale, coccolati e tricolorati dalla propaganda nazional popolare del “io resto a casa” e del “tutti insieme ce la faremo”.

Gli operai della logistica, organizzati nel SICOBAS e decine di migliaia di operai delle fabbriche manifatturiere, spontaneamente nonostante i bonzi sindacali di CGIL-CISL-UIL, si sono mobilitati nel denunciare di non voler essere carne da macello e di voler restare a casa come gli altri italiani. E in queste mobilitazioni, molti tra loro, cominciano a rendersi conto sulla loro pelle di come la loro condizione di schiavitù salariale nel rapporto con il padrone, è essenziale in questa società, non solo per far continuare ad arricchire il padrone, ma anche per mandare avanti tutto il baraccone sociale fondato sul loro sfruttamento.

Diventa evidente come il distanziamento sociale venga applicato alle classi superiori e alla gran parte delle classi medie e impiegatizie, mentre gli schiavi salariati devono lavorare o il lavoro lo hanno già perso.

Nella logistica e nel trasporto delle merci al consumatore finale appare molto evidente la differente collocazione sociale tra l’operaio, da un lato, che deve rischiare di ammalarsi di COVID 19 per assicurare il profitto al padrone del settore, attraverso la consegna di una merce e, ad esempio, un colletto bianco, dall’altro, che comodamente sta a casa in smart work, e ha ricevuto in consegna la cyclette o magari una smart TV di ultima generazione, o una pomata per le rughe acquistate online, senza dubbio merci dai valori d’uso effimeri in questa situazione di rischio pandemico.

Ma non è così scontato come sembrerebbe, perché questa società considera come un fatto oggettivo e naturale che sia più necessario il denaro in tasca ad un ricco imprenditore e un giro di pedalate di un colletto bianco sulla cyclette che, piuttosto, la vita di un operaio dell’industria, dei servizi o dell’agricoltura.

Diventa evidente come dietro alla produzione e distribuzione di merci vi sia un rapporto sociale determinato, tra classi sociali determinate, e come le merci per i capitalisti devono essere vendute per il profitto e il loro valore d’uso, la loro utilità sociale non possa essere messa in discussione, pena la messa in discussione del loro valore di scambio, e quindi del lavoro socialmente necessario in esse racchiuso, come non può essere messa in discussione, quindi, la funzione di merce della forza-lavoro operaia come valore d’uso del capitale.

La pandemia sta disvelando alcune cose semplici.

Non sono gli operai (che lavorano fintanto che sono utili ad aumentare il capitale) ad aver bisogno dei capitalisti benefattori, ma sono questi ad aver bisogno degli operai. Il carattere sociale della produzione e dei bisogni collettivi entra in contrasto con le esigenze della accumulazione capitalistica e del profitto privato. Lo Stato di diritto borghese, nel ciclo economico espansivo, in cui il mercato mondiale sviluppava i suoi affari in tempo di pace, poteva anche apparire come una entità regolatrice indipendente, mentre nella crisi manifesta direttamente il suo carattere di classe come capitalista collettivo che esercita il monopolio della violenza della borghesia nel suo complesso, cercando sovente consenso nelle classi medie improduttive attraverso elargizioni pubbliche, per esercitare un controllo sociale e poliziesco nei confronti del proletariato attivo (industriale, dei servizi e dell’agricoltura) e disoccupato nel suo insieme. Del tutto sbugiardata è la categoria del lavoratore cognitivo, “del siamo tutti sfruttati”. Con il processo di proletarizzazione dei lavoratori della mente, della piccola borghesia intellettuale a stipendio, con la nascita di nuove tipologie di lavoro e di precariato, gli eredi negriani ripensarono di organizzare una nuova centralità delle lotte sul lavoro e la conflittualità sociale, in virtù dell’illusorio tramonto della centralità della produzione industriale nel modo di produzione capitalistico e di conseguenza della scomparsa o marginalizzazione della soggettività della classe, ridisegnandola in un unico calderone interclassista terziarizzato con dentro il manager, il consulente, l’impiegato, fino all’operaio dei servizi. Un operaio “sociale” che con i processi di globalizzazione approdò alle concezioni pacificate del New Deal planetario divenendo soggettività moltitudinaria.

Il COVID 19, suo malgrado, ha prodotto grandi sollecitazioni e demistificazioni, che sono direttamente proporzionali allo zelo della propaganda messa in scena dal Re nudo per la canea italiota e pecorile delle classi medie abbarbicate alla salvezza nazionale.

La classe operaia, data per seppellita, oggi, improvvisamente riemerge, essenziale e indispensabile, dalle nebbie metropolitane della quarantena italica, nei magazzini, nelle fabbriche, ammassata sugli autobus a percorrere decine e decine di chilometri. Per non parlare degli operai dei servizi al dettaglio, come le decine e decine di migliaia di commesse (e di commessi) dei supermercati, nonché gli operai dell’agricoltura, forza lavoro bracciantile per lo più immigrata che vive condizioni di super-sfruttamento.

I lavoratori della sanità ai diversi livelli (gli operai addetti alle pulizie e alla sanificazione, gli operatori socio sanitari, gli infermieri) nonché i medici, e i banconisti delle farmacie, in questo contesto pandemico, sono le prime vittime sul fronte del crimine perpetuato dal capitalista collettivo, quello Stato che ha tagliato in questi anni migliaia di posti letto, chiuso reparti ed ospedali, e che dovrebbe essere accusato di tentata strage.

Ed è bello vedere medici ringraziare gli operai dei servizi di pulizia e sanificazione degli ospedali, dicendo che senza di loro il lavoro di cura non potrebbe svolgersi.

Come è bello vedere nascere iniziative di mutualismo spontaneo, brigate di solidarietà proletaria fatte da studenti, operai già senza stipendio, come già sono senza stipendio i disoccupati, i tantissimi lavoratori a nero, quelli con i contratti scaduti o con le P.IVA, che pur avendo il vantaggio sanitario del distanziamento sociale, rischiano, già oggi, di morire letteralmente di fame.

Nonché interessante l’indignazione per la mattanza nelle carceri perpetuata da centinaia di sbirri incappucciati contro la popolazione più inerme e indifesa della società italiana.

Intanto il sindacato operaio SICOBAS, ha lanciato una difficile e faticosa battaglia politica, non per gli interessi particolari o parziali di un singolo magazzino o settore, ma nell’interesse complessivo della classe operaia nel suo insieme, ponendo al centro della sua mobilitazione e lotta, l’astensione dal lavoro con la parola d’ordine “Non siamo carne da Macello!” per  la difesa della vita degli operai, con la consapevolezza che la classe proletaria, per la sua funzione oggettiva nel meccanismo di produzione e riproduzione della ricchezza sociale, sarà costretta, gioco-forza, a spingersi nel dibattito pubblico e sulla scena politica internazionale, passando, in ciascuna società nazionale, dalla lotta contro il singolo padrone, a quella contro tutta la classe dei padroni, fino a mettere in discussione l’ordinamento politico e giuridico nel suo insieme, senza mistificazioni e subalternità sovraniste o campiste su stati borghesi nemici e stati borghesi amici. L’unico Stato nemico del proletariato italiano è stato svelato dal COVID 19 e dalle pulsioni di morte confindustriali per la produzione capitalistica nell’economia di guerra.

Nulla sarà veramente più come prima e la classe proletaria, nell’inesorabile e devastante incedere del ciclo economico del capitale, sarà costretta a capirlo in fretta, a misurarsi in un nuovo e mutato scenario dei rapporti capitale-lavoro e di agibilità legale e democratica delle sue lotte economiche e politiche.

La centralità della mobilitazione operaia si impone come elemento di fondo e la classe sulla base di questa capacità, potrà coinvolgere altri strati della società impoveriti dalla crisi, con molti individui sociali di provenienza non proletaria già precipitati nella condizione di proletari.

Un nuovo inizio, di una lotta non più meramente economica, dove vecchie routine saranno spazzate via, e nuove forme di organizzazione e lotta si imporranno, alla luce di scenari in rapido mutamento, i cui dettagli, portata e ampiezza non sono prevedibili.

Una cosa è certa: con l’inasprimento della concorrenza capitalistica tra Stati e la miseria generalizzata alle porte, la ricchezza della nazione non potrà dormire sonni tranquilli, con la classe proletaria che, riscoprendosi essenziale nella società del capitale, comincerà, a questo nuovo stadio dello scontro di classe, a darsi un obiettivo osceno e scandaloso per la società divisa in classi, farla finita con i capitalisti untori.