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[PALESTINA] Israele: con il governo Netanyahu è in arrivo una nuova Intifada palestinese? (ita – eng)

Riceviamo e pubblichiamo dai compagni della redazione Il Pungolo Rosso questo contributo, già disponibile sul loro sito (vedi qui):

Israele:

con il governo Netanyahu

è in arrivo una nuova Intifada palestinese?

(ita – eng)

foto: a Gaza, palestinesi festeggiano la storica vittoria del Marocco contro la Spagna durante gli ultimi mondiali di calcio in Quatar

Lo stillicidio di palestinesi assassinati dallo stato di Israele nelle ordinarie azioni di controllo, perlustrazione, incursione, caccia ai ricercati, etc. continua senza sosta nell’assordante silenzio dei mass media internazionali e nazionali, e nel disinteresse ormai cronico di quel che resta di una “sinistra di classe” sempre più affollata di sbandati e ciarlatani alla deriva.

Solo per ricordare i nomi degli assassinati dal 1 dicembre scorso ad oggi: Mohammad Badarna, 26 anni, ucciso a Yaabad (Jenin) dall’esercito. Naim Jubaidi, militante del Jahid Islami, ucciso a Jenin dall’esercito. Omar Mannaa, 22 anni, panettiere, ucciso a Betlemme dall’esercito. Mu jahed Hamed, 32 anni, ex-detenuto politico, ucciso da forze israeliane nel villaggio di Silwad (Ramallah). Tarq al Damej, Sudqi Zakameh e Atta Shalabi, uccisi nel campo profughi di Jenin dall’esercito israeliano in una retata costata anche almeno 10 palestinesi feriti. Ahmed Daragmeh, 24 anni, ucciso in uno scontro a fuoco con forze militari israeliane di scorta ad un gruppo di coloni diretti alla tomba di Giuseppe a Nablus. Fuad Abed e Mohamad Hushiyeh uccisi a Kafr Dan (Jenin) dall’esercito israeliano durante la demolizione per rappresaglia di un’abitazione palestinese. A Betlemme (il 3 gennaio) sciopero generale per protestare contro l’uccisione di un bambino da parte delle forze israeliani nel campo profughi di Aida. Amer Abu Zaitun, 16 anni, ucciso nel campo profughi di Balata (Nablus) in una incursione dell’esercito israeliano. Ahmed Abu Junaid, 21 anni, ucciso nello stesso campo profughi da unità speciali israeliane. Samir Alsan, 41 anni, ucciso al posto di blocco di Qalandiya per aver cercato di impedire l’arresto del proprio figlio di 14 anni. Habib Kamil, ucciso dai soldati israeliani a Qabatiya (Jenin) e poco dopo nella stessa località è stato assassinato Abdulhadi Nazzal. Ezzedin Hamamra (24 anni) e Amjad Khalilyah (23 anni), due combattenti palestinesi, uccisi in uno scontro a fuoco a Jaba, a sud di Jenin, dai soldati israeliani… Sempre più morti nella Cisgiordania.

Non è passato inosservato, invece, il ritorno al potere di Netanyahu alla testa di una destra sempre più estrema, che si è presentata con la provocatoria “visita” alla Spianata delle Moschee del capo del partito Sionismo religioso, Ben-Gvir, nuovo ministro della sicurezza (della repressione sui palestinesi). Il fatto è avvenuto appena cinque giorni dopo l’insediamento del nuovo esecutivo ultra-sionista ed è stato accompagnato dalla seguente dichiarazione: “Questo è il luogo più importante per il popolo ebraico. Manterremo la libertà di movimento per musulmani e cristiani, ma vi accederanno anche gli ebrei, e alle minacce di Hamas risponderemo con il pugno di ferro”. Perfino gli asserviti funzionari della cosiddetta Autorità palestinese hanno dovuto qualificare questo gesto “una provocazione che porterà a maggiori tensioni e violenze”, mentre l’altrettanto asservita monarchia giordana si è appellata alla “Comunità internazionale” contro la “violazione del diritto internazionale”, affinché la suddetta Comunità (di briganti), da sempre spalleggiatrice e complice dello stato di Israele, o – come minimo – indifferente ai suoi crimini, adotti “azioni rapide e decisive” verso Israele. Rapide e decisive… e come no?! Simili ipocrite prese di posizione sono arrivate anche da altri stati arabi. E perfino dagli Stati Uniti, la cui ambasciata in Israele ha dettato un comunicato in cui si afferma con l’abituale ambiguità: “Le azioni che possono minacciare l’ordine nei luoghi sacri di Gerusalemme sono inaccettabili”.

Eppurecome documenta in modo efficace questo articolo a firma Cenk Agcabay che riprendiamo da The Bullet, certi settori dei mass media statunitensi e israeliani sono realmente in allarme per il prevedibile impatto della politicanti-palestinese più che mai oltranzista, bellicistastragista che il governo Netanyahu ha in agendaIl timore di costoro non è per le terribili conseguenze che tutto ciò può avere per la vita delle masse palestinesi, ma – al contrario – per la messa in questione della “sicurezza di Israele”, a misura che inevitabilmente porterà ad una reazione militante, combattente palestinese, e di riflesso – in qualche misura – anche araba.

L’articolo di Agcabay parla di una radicalizzazione in corso nelle masse giovanili palestinesi (c’è bisogno di specificare che si tratta di giovani proletari?)“in modi che non abbiamo mai visto prima“, che non hanno più alcuna fiducia nella “Autorità palestinese”, e neppure accettano le vecchie divisioni settarie – come si è visto nell’ultima grande ondata di manifestazioni e scioperi del maggio 2021. Ma la preoccupazione statunitense ed occidentale va molto al di là della sola Palestina, riguarda l’intero mondo arabo, che – a livello di massa – non ha affatto dimenticato la causa palestinese: prova ne sia quanto accaduto anche nel corso degli ultimi mondiali in Qatar, come si sostiene nell’articolo di Ramzy Baroud che riprendiamo sotto da The Palestine Chronicle.

Da tempo il vento che spira nel mondo arabo non porta buoni messaggi ai super-colonialisti di Washington e della UETrent’anni ininterrotti di guerra in Iraq non hanno certo prodotto un trionfo statunitense, né sul piano economico né su quello politico. Le due grandi sollevazioni di massa avvenute in una molteplicità di paesi arabi negli anni 2011-2012 e 2018-2019, sebbene non abbiano avuto risultati risolutivi, hanno tuttavia risvegliato dalla passività e dal fatalismo milioni e milioni di sfruttati/e e oppressi/e facendogli fare un’esperienza di auto-organizzazione di enorme significato, che ha indebolito la legittimità e la solidità di regimi nella gran parte dei casi infeudati alle potenze occidentaliAnche ai vertici dei paesi arabi i governi occidentali notano e temono una crescente assertività – che ha evidentemente qualcosa a che vedere con le sollevazioni popolari, a cui non si può rispondere solo ed esclusivamente con gli eccidi e le carceri. L’enorme massa di rendita globale affluita nelle casse delle petrolmonarchie che stanno beneficiando della crescente scarsità di risorse energetiche, e l’avvento di una nuova generazione di governanti sempre più ambiziosi e modernizzanti, stanno portando questi regimi ad allontanarsi dalla soffocante tutela dei signori del dollaro e dell’euro e ad intrecciare rapporti sempre più autonomi con la Cina, la Russia e gli altri paesi ascendenti in attrito con i vecchi padroni del mondo. In un contesto così complicato per gli interessi occidentali e così denso di sostanze infiammabili, il neonato esecutivo Netanyahu imbottito di coloni fascisti o semi-fascisti nei posti di comando chiave può, con le sue decisioni e azioni, provocare un incendio di inedite proporzioni di cui potrebbe beneficiare, in ultima analisi, solo la causa della rivoluzione sociale anti-imperialista e anti-capitalista nel mondo arabo e alla scala mondiale.

Ecco perché la solidarietà attiva, permanente, con la lotta di liberazione delle masse oppresse e sfruttate di Palestina contro lo stato di Israele e i suoi protettori e complici, è un punto fermo dell’autentico internazionalismo proletario.

Redazione Il Pungolo Rosso

https://pungolorosso.wordpress.com/2021/05/17/18-maggio-sciopero-generale-in-palestina-dal-fiume-al-mare/https://socialistproject.ca/2022/12/is-a-new-intifada-coming/


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E’ in arrivo una nuova Intifadah?

[Click here for the English version of the article]

Ciò che viene scritto questa settimana dalla stampa mainstream occidentale e israeliana sulla composizione politica del nuovo governo israeliano offre importanti spunti per il prossimo futuro. Secondo un editoriale del New York Times, “il governo di estrema destra che presto prenderà il potere, guidato da Benjamin Netanyahu, segna una rottura qualitativa e allarmante con tutti gli altri governi nei 75 anni di storia di Israele”.

L’editorialista del New York Times Thomas Friedman, appena tornato da un viaggio in Israele, ritiene che il nuovo governo sarà “il governo più ultranazionalista e ultrareligioso nella storia del Paese”. Friedman scrive di essere molto preoccupato per il futuro di Israele perché “quattro dei cinque leader del partito del nuovo governo di coalizione – Netanyahu, Aryeh Deri, Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir – sono stati arrestati, accusati, condannati o imprigionati per corruzione o istigazione al razzismo”.

Secondo Friedman, l’esito più probabile delle politiche del nuovo governo è “un completo pasticcio che renderà Israele non più una fonte di stabilità per la regione e il suo alleato americano, ma piuttosto un calderone di instabilità e una fonte di preoccupazione per il governo degli Stati Uniti”. L’editoriale è anche preoccupato per il futuro di Israele e ritiene che il nuovo governo “rappresenti una minaccia significativa per il futuro di Israele, la sua direzione, la sicurezza e persino l’idea di una patria ebraica”.

Guerra di religione?

Yaakov Katz, editorialista del Jerusalem Post, ha espresso preoccupazioni simili nel suo articolo. Egli si è occupato specificamente di un accordo raggiunto nel parlamento israeliano a favore dei suddetti candidati ministeriali razzisti e religiosi. Sono state emanate speciali leggi ad personam a tutela di questi individui, che non potevano diventare ministri a causa dei loro crimini e delle condanne a loro carico, consentendogli così di diventare ministri. Katz ha scritto che questi accordi legali erano “storici” per il paese. Nel suo articolo, Katz ha attirato l’attenzione sul pericolo che “Israele si trasformi in uno stato religioso”.

Lo scrittore israeliano Gideon Levy ha discusso lo stesso argomento in Middle East Eye. Faceva alcune previsioni sul trattamento che il popolo palestinese riceverà da parte del nuovo governo. Levy le ha espresse in questi termini: “È vero che il nuovo governo, e in particolare alcuni dei suoi ministri, possono compiere passi irreversibili che aumenteranno ulteriormente la disuguaglianza, l’oppressione, la privazione, la discriminazione e la supremazia ebraica in tutte le sfere della vita. E i palestinesi che vivono nei territori occupati e i cittadini palestinesi di Israele saranno i primi a pagarne il prezzo”. Seguendo queste previsioni, Levy ha richiamato l’attenzione su un punto importante, diverso dagli altri [su cui ci concentrano altri commentatori]: «Le loro vite potranno certamente cambiare [in peggio], ma non dimentichiamo che la loro situazione è già intollerabile da decenni».

Come sottolinea Levy, in molti servizi giornalistici e commenti, la “situazione che è intollerabile da decenni” è stata deliberatamente ignorata. Era come se tutto stesse andando bene per il popolo palestinese, ma con gli ultimi sviluppi è emersa una nuova situazione critica. Secondo Friedman, che ha scritto a lungo sulle sue preoccupazioni riguardo a Israele, è stata la “violenza” che “ha spinto un numero significativo di ebrei israeliani dal centrodestra a spostarsi verso l’estrema destra ultranazionalista”, cioè [la responsabilità di quanto sta accadendo è] del popolo palestinese per il suo tentativo di difendersi dalla persecuzione e dall’oppressione in condizioni molto disuguali dopo decenni di severa oppressione. Di passaggio, Friedman si è lasciato sfuggire alcuni fatti fondamentali: “Per molti anni, il governo non è riuscito a fare progressi nella pianificazione e nella suddivisione in zone delle aree arabe di Israele, così che non è stato costruito un solo nuovo insediamento arabo per dozzine di nuovi insediamenti ebraici.” Questo è esattamente il caso, e uno degli elementi di ciò che ha chiamato “violenza” è la resistenza dei palestinesi che si trovano sotto il dominio dei coloni sionisti a non lasciare la loro terra.

Itamar Ben-Gvir è il leader dei coloni sionisti che da decenni attaccano il popolo palestinese, confiscando le loro case e la terra con il sostegno dello Stato israeliano. Tra pochi giorni sarà Ministro della Sicurezza Nazionale, ma la sua fedina penale risale a decenni fa e ha raggiunto il picco [delle violazioni di legge] negli anni in cui erano al potere i “normali” governi israeliani. Il progetto sionista costituisce la realtà fondamentale di Israelei cambiamenti di governo non possono mai portare a un cambiamento in alcun aspetto fondamentale di questo contesto. Pertanto, secondo Gideon Levy, un cambio di governo “riguarda meno un cambiamento fondamentale della realtà di Israele, di quanto non riguardi la rimozione delle sue maschere e dei suoi travestimenti”. Questo è esattamente il caso; Levy dice infatti che con la formazione del nuovo governo “la verità su Israele verrà a galla”. Esprime il suo desiderio in tutta buona fede.

Ma per chi “verrà alla luce” la “verità su Israele”? Per i popoli del mondo, la verità è chiara come la luce del giorno. Le scene più belle che mostrano i cuori delle persone che battono insieme al popolo palestinese sono quelle avvenute durante l’ultima Coppa del Mondo. I giornalisti israeliani a cui sono state rifiutate diverse richieste di interviste a Doha hanno espresso il loro disappunto. Hanno espresso il loro disappunto in un modo distorto, dicendo che era venuto alla luce che gli arabi odiano gli israeliani. In effetti, non solo gli arabi, anche gente comune venuta dall’Asia, dall’America Latina e dall’Europa ha boicottato la stampa israeliana durante la Coppa del Mondo. Per maggiori dettagli, vedere l‘articolo di Ramzy Baroud “The Political Side of the World Cup: How Palestine United the Arabs”. La Palestina è una causa simbolica non solo del popolo arabo, ma di tutti gli oppressi e gli sfruttati; nessuna demagogia può modificare questa realtà.

Resistenza palestinese

Il vero motivo delle preoccupazioni dei portavoce dell’Occidente imperialista su Israele non è il nuovo governo. La vera ragione è la volontà di resistere che è sorta in Palestina negli ultimi anni. Nel maggio 2021, quanto accaduto a Gerusalemme dopo le provocazioni dei coloni sionisti, ha unito l’intero popolo palestinese. È stata tessuta una forte resistenza. Aryeh King, uno dei leader dei coloni sionisti che in quei giorni parlava alla stampa statunitense, era anche vicesindaco di Gerusalemme. Nel suo discorso, ha affermato che la demolizione delle case palestinesi e l’espansione delle aree dei coloni israeliani erano “parte di una più ampia strategia di installazione di gruppi di ebrei “in tutta Gerusalemme est”. King l’ha definita “la via per garantire il futuro di Gerusalemme come capitale ebraica per il popolo ebraico” e ha aggiunto che “Se non saremo in gran numero e se non saremo nei posti giusti in aree strategiche di Gerusalemme est”, allora i futuri negoziatori di pace “cercheranno di dividere Gerusalemme e di dare parte di Gerusalemme al nostro nemico”.

Tutto questo è accaduto sotto i “normali” governi israeliani. Il nocciolo della questione sta in una dichiarazione fatta molti anni fa dal primo Primo Ministro di Israele, David Ben-Gurion. Nel 1948, durante l’espulsione del popolo palestinese dalla sua terra fatta di massacri e l’insediamento di nuovi coloni sulla sua terra, Ben-Gurion, discutendo con i suoi colleghi di governo, vedendo che alcuni di loro erano titubanti, disse: “Dobbiamo fare di tutto per assicurarci che loro (i palestinesi) non ritornino mai. I vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno”. Queste parole erano una delle espressioni più succinte del progetto sionista. Il vecchio è morto, ma il nuovo non ha mai dimenticato il vecchio, anzi lo ha sempre ricordato. Questo semplice fatto è alla base delle preoccupazioni per il futuro di Israele.

Per comprendere meglio le preoccupazioni sul futuro di Israele, è utile tornare a Friedman. Durante il suo viaggio, Friedman ha incontrato Khalil Shikaki, il proprietario di una società di sondaggi in Palestina. Shikaki gli ha detto quanto segue: “nella società palestinese è avvenuto un grande cambiamento negli ultimi cinque anni tra i giovani di 15-25 anni – una radicalizzazione in modi che non abbiamo mai visto prima. Sono completamente diversi dai loro genitori e nonni. Non si fidano più dell’Autorità Palestinese. Li vedono come collaboratori e credono che l’unica cosa che gli israeliani capiscono sia il linguaggio della forza”.

Le parole di Shikaki rivelano parte della realtà. La tendenza alla radicalizzazione in Palestina si è manifestata con forza negli ultimi anni. Il fatto che questa tendenza sia “completamente diversa dai loro genitori e nonni” è semplicemente sbagliato. Hanno resistito anche i genitori, i nonni e i bisnonni della nuova generazione. La stragrande maggioranza del popolo palestinese ha partecipato alla Prima e alla Seconda Intifada.

Le componenti politiche del nuovo governo israeliano hanno un chiaro significato per il popolo palestinese. La storia è una testimonianza che la giusta lotta del popolo palestinese non può essere impedita dall’oppressione e dalla violenza. L’oppressione e la violenza aumenteranno la determinazione del popolo palestinese a lottare. Si sentono i passi di una nuova Intifada.

Cenk Agcabay vive da dieci anni in Svizzera come rifugiato politico. Ha lavorato come editore, editore e giornalista. È autore di molti libri e capitoli sulla politica mondiale, la storia politica turca e la teoria marxista. Attualmente sta lavorando a un libro sulla storia politica del Medio Oriente moderno.

Leggi (versione inglese) l’articolo di Ramzy Baroud “The Political Side of the World Cup: How Palestine United the Arabs”