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[CONTRIBUTO] Gli ebrei anti-sionisti prendono la parola. In Usa protesta storica dal Campidoglio. Prime diserzioni tra le forze armate israeliane

Riceviamo e pubblichiamo dai compagni della redazione Il Pungolo Rosso questo contributo, già disponibile sul loro sito (vedi qui):

Raccogliamo qui di seguito tre risposte degli ebrei anti-sionisti alla necessità di mobilitarsi per porre fine al massacro della popolazione di Gaza operato dall’esercito di Israele e benedetto da tutte le potenze occidentali, o comunque di non voler esserne complici. Non si tratta, al momento, di grandi numeri, tutt’altro. Ma è comunque di fondamentale importanza – per la sconfitta dello stato coloniale di Israele e dei suoi protettori di Washington, di Roma, di Parigi, etc. – che sia il mondo ebraico che la società israeliana si spacchino in profonditàIn un momento come questo, per l’infame propaganda bellicista di Israele/Usa/UE, è un grave danno d’immagine anche la sincera ammissione di Yochvad Lifshtisun’anziana donna israeliana ostaggio di Hamas appena liberata, di essere stata trattata bene, mantenuta pulita, e curata nelle sue malattie nel corso della sua breve prigionia – trattata bene da “animali con sembianze umane”? Inammissibile! Ed ecco scattare l’ordine dagli uffici di Netanyahu di impedire simili dichiarazioniSe poi, contemporaneamente, parte anche l’ordine di dimissioni per il segretario generale dell’ONU Gutierres, un vigliacco capace di ogni contorsionismo pur di non dichiarare mai come stanno realmente le coseallora vuol proprio dire che per lo stato e il governo di Israele si mette davvero male.

La prima di queste risposte è la mobilitazione di una settimana fa di alcune centinaia di ebrei cittadini statunitensi a Washington – la più grande del genere mai avvenuta negli Stati Uniti, sembra – che sono entrati nella Casa Bianca dell’ultra-sionista Biden per invocare un “cessate il fuoco subito” e l’immediato stop al “genocidio contro i palestinesi” (tra gli altri striscioni presenti, “No alla guerra, no alla discriminazione”, “Il mio dolore non è la vostra arma” e “Fermate il genocidio a Gaza”). All’amministrazione Biden è stato chiesto di finirla di “finanziare il genocidio” in corso in Palestina. “Non c’è stato un momento nella mia vita in cui è stato più urgente per la nostra comunità ebraica sollevarsi, parlare apertamente, portare il nostro dolore, paura, dolore e indignazione – e mobilitarsi con tutto ciò che abbiamo”, ha detto la direttrice esecutiva di Jewish voice for peace Stefanie Fox, che ha organizzato la protesta insieme con IfNotNow. “Ci siamo riuniti per impedire ai membri del Congresso di finanziare o sostenere altre bombe a Gaza, e per chiedere un cessate il fuoco e consentire gli aiuti umanitari a Gaza in modo che i palestinesi possano smettere di essere uccisi per crimini di guerra”, ha affermato Asher Firestone, rappresentante di Jewish Voice for Peace. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden “sostiene il genocidio permettendo che accada”, ha aggiunto. Trecento di questi manifestanti sono stati arrestati.


La seconda risposta è quella della storico Ilan Pappé, esiliatosi volontariamente da Israele proprio a causa delle sue posizioni anti-sioniste (non è il solo), che si schiera senza esitazioni dalla parte dei palestinesi, non esita a definire le operazioni militari israeliane in corso un “genocidio contro il popolo di Gaza“, e a denunciare come la radice ultima degli attuali avvenimenti “la natura coloniale del sionismo“. Condivisibile anche la sua previsione che i governanti di Israele – per quante manipolazioni della realtà possano fare – “non saranno in grado di rivendicare il ruolo di vittime”. Lo crediamo anche noi: essi hanno già perso, e di brutto, la battaglia “per la conquista delle menti e dei cuori” alla scala mondiale. Leggete.

Cari amici israeliani,

ecco perché sostengo i palestinesi

– di Ilan Pappé *

È difficile mantenere la propria bussola morale quando la società a cui appartieni – sia i leader che i media – prende una posizione di superiorità morale e si aspetta che tu condivida la loro stessa furiosa collera con cui hanno reagito agli eventi di sabato scorso, 7 ottobre. C’è solo un modo per resistere alla tentazione di aderirvi: se ad un certo punto della tua vita tu capissi – anche come cittadino ebreo di Israele – la natura coloniale del sionismo e fossi inorridito dalle sue politiche contro la popolazione indigena della Palestina.

Se avete raggiunto questa consapevolezza, allora non esiterete, anche quando i messaggi velenosi dipingeranno i palestinesi come animali, o “animali umani”. Queste stesse persone insistono nel descrivere ciò che è avvenuto sabato scorso come un “Olocausto”, abusando così della memoria di una grande tragedia. Questi sentimenti vengono trasmessi, giorno e notte, sia dai media che dai politici israeliani.

È questa bussola morale che ha portato me, e altri nella nostra società, a sostenere il popolo palestinese in ogni modo possibile; e questo ci permette, allo stesso tempo, di ammirare il coraggio dei combattenti palestinesi che hanno preso il controllo di una dozzina di basi militari, sconfiggendo l’esercito più forte del Medio Oriente. Inoltre, persone come me non possono non interrogarsi sul valore morale o strategico di alcune delle azioni che hanno accompagnato questa operazione.

Poiché abbiamo sempre sostenuto la decolonizzazione della Palestina, sapevamo che più fosse continuata l’oppressione israeliana, meno probabile sarebbe stata “sterile” la lotta di liberazione – come è avvenuto in ogni giusta lotta per la liberazione in passato, in qualsiasi parte del mondo.

Ciò non significa che non dovremmo tenere d’occhio il quadro generale, nemmeno per un minuto. Il quadro è quello di un popolo colonizzato che lotta per la sopravvivenza, in un momento in cui i suoi oppressori hanno eletto un governo, determinato ad accelerare la distruzione, di fatto l’eliminazione, del popolo palestinese – o anche la sua stessa rivendicazione di essere un popolo.

Hamas doveva agire, e in fretta. È difficile dar voce a queste contro-argomentazioni perché i media e i politici occidentali hanno accettato il discorso e la narrazione israeliana, per quanto problematica fosse. Mi chiedo quanti di coloro che hanno deciso di vestire il Parlamento di Londra e la Torre Eiffel a Parigi con i colori della bandiera israeliana, capiscono veramente come questo gesto, apparentemente simbolico, viene interpretato in Israele.

Anche i sionisti liberali, con un minimo di decenza, leggono questo atto come un’assoluzione totale da tutti i crimini che gli israeliani hanno commesso contro il popolo palestinese dal 1948; e quindi, come carta bianca per continuare il genocidio che Israele sta ora perpetrando contro il popolo di Gaza.

Per fortuna ci sono state anche diverse reazioni agli avvenimenti accaduti negli ultimi giorni.

Come in passato, ampi settori della società civile occidentale non si lasciano facilmente ingannare da questa ipocrisia, già manifesta nel caso dell’Ucraina.

Molti sanno che dal giugno 1967 un milione di palestinesi sono stati incarcerati almeno una volta nella loro vita. E con la reclusione arrivano anche gli abusi, la tortura e la detenzione permanente senza processo.

Queste stesse persone conoscono anche l’orribile realtà che Israele ha creato nella Striscia di Gaza quando ha sigillato la regione, imponendo un assedio ermetico, a partire dal 2007, accompagnato dall’incessante uccisione di bambini nella Cisgiordania occupata. Questa violenza non è un fenomeno nuovo, poiché è stata il volto permanente del sionismo sin dalla fondazione di Israele nel 1948.

Proprio a causa di questa società civile, miei cari amici israeliani, il vostro governo e i vostri media alla fine verranno smentiti, poiché non saranno in grado di rivendicare il ruolo di vittime, ricevere sostegno incondizionato e farla franca con i loro crimini.

Alla fine, il quadro generale emergerà, nonostante i media occidentali intrinsecamente parziali.

La grande domanda, tuttavia, è questa: anche voi, amici israeliani, sarete in grado di vedere chiaramente questo stesso quadro generale? Nonostante anni di indottrinamento e ingegneria sociale?

E cosa non meno importante, sarete in grado di imparare l’altra importante lezione – che può essere appresa dagli eventi recenti – che la sola forza non può trovare l’equilibrio tra un regime giusto da un lato e un progetto politico immorale dall’altro?

Ma c’è un’alternativa. Infatti ce n’è sempre stata una: una Palestina desionizzata, liberata e democratica dal fiume al mare; una Palestina che accoglierà nuovamente i rifugiati e costruirà una società che non discrimini sulla base della cultura, della religione o dell’etnia.

Questo nuovo Stato si attiverebbe per correggere, il più possibile, i mali passati, in termini di disuguaglianza economica, furto di proprietà e negazione dei diritti. Ciò potrebbe annunciare una nuova alba per l’intero Medio Oriente.

Non è sempre facile attenersi alla propria bussola morale, ma se punta a nord – verso la decolonizzazione e la liberazione – allora molto probabilmente ci guiderà attraverso la nebbia della propaganda velenosa, delle politiche ipocrite e della disumanità, spesso perpetrate in nome dei ‘nostri comuni valori occidentali”.

[ * Tradotto da Rania Hammad per il Palestine Chronicle

https://it.palestinechronicle.com/ilan-pappe-cari-amici-israeliani-ecco-perche-sostengo-i-palestinesi/ ]


La terza risposta è quella del maggiore della riserva Nir Avishiai Cohen che, proprio in questo momento di massimo richiamo all’unità nazionale e alla disciplina militare, sceglie di dimettersi dal suo ruolo di militare della riserva e si prepara a sopportarne le conseguenze, anche il carcere. Il suo ragionamento è certamente più contorto ed esitante di quello di Ilan Pappé, ma il suo richiamo a quanto sarebbe stata importante – negli anni ’30 in Germania – la disobbedienza al regime nazista (“se nel 1933 una massa critica di ufficiali e di soldati si fosse rifiutata di servire”), dice del suo stato d’animo che lo porta ad avvicinare l’attuale Israele, “non democratico”, al regime hitleriano (vedi link). Non stiamo ora qui a questionare con lui sul fatto che le famose democrazie, massime tra tutti quella statunitense, sono state – e sono – delle sanguinarie macchine da guerra che nulla hanno da invidiare a quelle dei regimi totalitari. Ciò che vogliamo sottolineare è il valore di simili gesti di rifiuto, che non resteranno isolati. La necessità che ha sentito Netanyahu di andare al fronte a gasare le sue truppe, e la crescente esitazione a dare il via libera all’invasione di Gaza che avrebbe dovuto partire già da parecchi giorni, sono indici anche (non solo) di problemi interni all’esercito, nella sua base. Dopotutto, nella sua storia di presunta invincibilità, l’esercito di Israele ha già subito almeno tre sconfitte: quella di Karameh nel 1968, ad opera delle milizie di Al Fath, e quelle del Libano (nel 2000 e, ancor più, nel 2006) ad opera degli Hezbollah. A cui va aggiunta quella, ancor più pesante, del 7 ottobre scorso.

Mentre le piazze di mezzo mondo, o di tre quarti di mondo (rigorosamente escluse quelle di Russia e Cina – un caso?) ribollono di passione per la lotta di liberazione delle masse oppresse palestinesi, e di sdegno per i crimini seriali di Israele, queste defezioni nel campo del mondo ebraico internazionale e di Israele ci ricordano che la soluzione definitiva della questione palestinese comporta anche il dialogo, il riavvicinamento, e in prospettiva (ancora lontana) la cooperazione tra la massa dei palestinesi e la parte non sfruttatrice della società israeliana, chiamata in questo passaggio cruciale della sua esistenza a ribellarsi a quel sionismo che, dopo avergli promesso per decenni la sicurezza e il benessere, nella sua crisi verticale non è assolutamente in grado di assicurargli né l’una, né l’altro.

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