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[CONTRIBUTO] Piacenza, lavoratori in corteo contro gli arresti di operai e sindacalisti

Riceviamo e pubblichiamo dai compagni e dalle compagne della redazione Napoli Monitor questo contributo, già disponibile sul loro sito (vedi qui):

Piacenza, lavoratori in corteo

contro gli arresti di operai e sindacalisti

Sono le due di un sabato pomeriggio estivo, ma la piazza antistante la stazione di Piacenza è già gremita di lavoratori, solidali, militanti che arrivano da tutta Italia e dall’estero. Due furgoncini tracciano il percorso di un corteo che conterà alla fine tremila persone, distribuendo acqua, fischietti, bandiere, e accompagnando gli attivisti colpiti negli ultimi anni dalla repressione e dalla criminalizzazione delle lotte politiche. Al microfono intervengono esponenti dei Disoccupati 7 Novembre di Napoli, dei No Tav, dell’Askatasuna di Torino. Non possono esserci, in quanto agli arresti domiciliari, i delegati e dirigenti di SiCobas e Usb in cui solidarietà è stato convocato il corteo, e che sono oggetto di una mastodontica indagine da parte della procura di Piacenza che li ritiene responsabili di due associazioni per delinquere contrapposte finalizzate alla commissione di numerosi reati, tra cui violenza privata, resistenza e violenza a pubblico ufficiale, sabotaggio, interruzione di pubblico servizio.

“Le lotte operaie non si processano”, recita lo striscione d’apertura portato da donne arabe e italiane. Tutt’intorno ci sono le bandiere di Usb e SiCobas, i due principali sindacati di base del paese, che nel polo logistico di Piacenza portano avanti da anni combattive vertenze, e che in passato sono arrivati tra loro anche a duri scontri politici, che oggi l’indagine della procura strumentalizza per sostenere un impianto accusatorio che appare estremamente fragile. Se da un lato i reati contestati sono quelli di manifestazione non autorizzata, blocchi stradali violenti, resistenza a pubblico ufficiale e sabotaggio (tutti aggravati dall’articolo 416, per associazione a delinquere), dall’altro la dialettica politica tra i due gruppi viene descritta come una guerra tra bande preoccupate, più che dalla lotta sindacale, dal desiderio di “esacerbare il conflitto con la parte datoriale e con l’opposta sigla per aumentare il peso specifico dei rispettivi rappresentanti sindacali all’interno del settore della logistica”.

Il corteo parte intorno alle tre. I manifestanti si accalcano per riprendere in diretta dal proprio smartphone le immagini della manifestazione. È evidente il desiderio di rompere il muro, di condividere la rabbia di una giornata di lotta che, fatta qualche piccola eccezione, non verrà considerata dai telegiornali nazionali.

Il servizio d’ordine del SiCobas cerca di mantenere il corteo in un assetto disciplinato, anche se i manifestanti vorrebbero riempire lo spazio fra le casse e le prime file, dove il fumo colorato delle “torce” accompagna le gigantografie degli indagati Aldo Milani, Carlo Pallavicini, Bruno Scagnelli e Ali Mohamed Arafat.

Durante la conferenza stampa di lunedì 18, il giorno successivo all’arresto dei sindacalisti, la procuratrice Grazia Pradella ha ritratto i militanti come degli efferati criminali, precisando però che le indagini si stanno svolgendo “nel rispetto dell’esercizio della libertà sindacale” e in tutela delle multinazionali operanti nell’area. Queste ultime, che il magistrato ha definito “esasperate” dai picchetti e “quasi costrette a chiudere”, potrebbero rivelarsi parte lesa dell’inchiesta, insieme a dei non meglio identificati lavoratori che Pradella descrive come “intimiditi da ambedue le sigle, al punto da cambiare lavoro e residenza”. A guardare le facce delle donne e degli uomini in corteo a Piacenza, tuttavia, quella di aver perseguitato gli operai degli impianti emiliani sembra l’accusa più assurda tra gli oltre centocinquanta capi d’imputazione confezionati da Digos e procura.

In piazza, in effetti, non c’è spazio per alcuna espressione di tensione e rancore, nemmeno tra quelle che la procura descrive come organizzazioni violente e ricattatrici, in guerra perenne tra loro e che in realtà da due anni lavorano spesso insieme su tutto il territorio nazionale. «È ridicolo strumentalizzare certi episodi per attaccare le lotte», spiega M., che ha vissuto in prima persona i momenti, anche duri, di scontro tra gli operai egiziani iscritti ai due sindacati. «La procura sta trasformando uno scontro che è stato politico, tutto interno all’area del sindacalismo di base, in una associazione a delinquere, mentre il piano di conflitto era su un altro livello. Quando in Leroy Merlin, per esempio, entrò la Usb, un iscritto SiCobas decise di cambiare tessera per fare un dispetto ad Arafat, con cui aveva avuto degli scontri personali e familiari. Nel frattempo, Arafat e il sindacato avevano fatto ottenere degli accordi di secondo livello che miglioravano le condizioni economiche di circa trecento lavoratori. Inoltre, il sindacato ha addirittura revocato le tessere, in alcune occasioni, a lavoratori che esasperavano i conflitti interni e quelli con l’Usb»

Un altro operaio egiziano, sulla cinquantina, regge tra la folla due cartelloni con su incollate decine di buste paga, prima e dopo l’ingresso del SiCobas nei magazzini del polo logistico di Piacenza. «Fino a qualche anno fa, prima che i sindacati di base si consolidassero nelle fabbriche, il nostro stipendio era di sette-ottocento euro al mese. Non riuscivamo a pagare l’affitto e le spese dell’automobile per andare al magazzino. Ora siamo dei lavoratori con una dignità». I dati, in effetti, testimoniano che l’applicazione del contratto collettivo nazionale, gli accordi di secondo livello, i salari quasi raddoppiati, il diritto alle ferie e alle malattie retribuite, sono stati frutto di percorsi conflittuali all’interno delle fabbriche. «Con l’accordo del 2019 abbiamo aumentato di due euro al giorno i ticket mensa; ogni operaio che lavora nel reparto di movimentazione e scarico merci pesanti ha ottenuto settantacinque centesimi in più all’ora, circa duecento lavoratori sono passati dal “quinto livello” al “quarto super”, senza contare tutti gli altri accordi di questi anni sul territorio piacentino. Al di là degli scontri tra lavoratori e tra i due sindacati, gli scioperi hanno sempre avuto l’obiettivo di ottenere dignità, non sono mai state guerre tra poveri».

Oltre alla strumentalizzazione della lotta politica interna, l’impianto accusatorio della procura piacentina mette sotto la lente di ingrandimento una quantità di denaro, centomila euro, che il dirigente del SiCobas Arafat avrebbe percepito come buona uscita dall’azienda Leroy Merlin. Contestualmente al suo, il sindacalista avrebbe firmato altri accordi di conciliazione per altri lavoratori, che avrebbero percepito una buona uscita meno consistente. Questo episodio basta alla procura per configurare una possibile estorsione ai danni dell’azienda, e una fantasiosa teoria secondo la quale il SiCobas verrebbe utilizzato dai suoi dirigenti come uno strumento di pressione per ottenere dei vantaggi personali.

«Tutte queste storie – spiega ancora M. mentre il corteo si accinge a finire e i lavoratori si compattano in piazza – sono state messe insieme per colpire il sindacato e i lavoratori più attivi, quelli che rischiano ogni giorno ai cancelli per difendere il posto di lavoro e la dignità di tutti. Se vogliamo parlare di estorsione andiamo a vedere le pratiche legalizzate di evasione fiscale a favore delle aziende, il lavoro nero e lo sfruttamento dei lavoratori. Sono quelli i soldi che ci vengono tolti, con violenza, per fare profitti».

25 luglio

[Fonte: https://napolimonitor.it/piacenza-lavoratori-in-corteo-contro-gli-arresti-di-operai-e-sindacalisti/]