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[APPELLO] Assemblea nazionale il 12/2. Guerra, salari da fame, repressione: costruiamo l’opposizione di classe al governo Meloni

APPELLO

per un’assemblea nazionale in modalità telematica

Guerra, salari da fame, repressione:

costruiamo l’opposizione di classe al governo Meloni

A un anno dall’invasione russa dell’Ucraina, i tamburi di guerra suonano sempre più incessanti.

Nel 2022 abbiamo assistito a una corsa al riarmo senza precedenti negli ultimi 60 anni: un trend costante in tutti i continenti e a tutte le latitudini, ma ancor più marcato tra le principali potenze imperialiste (USA-NATO-UE e alleati occidentali da un lato, Cina, Russia, India e le cosiddette potenze capitaliste “emergenti” dall’altro).

La tendenza generale del capitalismo alla guerra è ormai un dato palpabile, nel quale la macelleria in atto in Ucraina rappresenta solo il principale (ma non certo l’unico) fattore d’innesco di una precipitazione del conflitto a scala globale i cui effetti sarebbero imprevedibili e incalcolabili: uno scenario, quest’ultimo, che è stato a lungo considerato un tabù legato a un passato sempre più sbiadito e da archiviare ai libri di storia, in realtà “esportato” il più possibile lontano dalle metropoli imperialiste nelle centinaia di guerre, conflitti e devastazioni create e/o alimentate in questi decenni dal capitalismo contro i popoli oppressi in Africa, Asia, Medio-Oriente e Sud America; uno scenario che invece in questi mesi è stato apertamente “sdoganato” quale possibilità concreta da tutti i governi delle potenze (Nato e Russia) attive sul fronte ucraino.

Ad oggi, risulta purtroppo evidente l’enorme contraddizione tra la portata epocale di questi processi e la sua scarsa, per non dire nulla, percezione tra le fila proletarie e dei movimenti sociali: salvo qualche episodica parata paraistituzionale e/o dominata da un finto pacifismo filo-occidentale (con tanto di silenzio e persino aperto sostegno all’invio di armi per la “resistenza” ucraina), l’unico serio momento di confronto e di elaborazione comune sul tema della guerra è stato il convegno nazionale dello scorso 16 ottobre promosso a Roma da numerose realtà politiche e sociali anticapitaliste (gran parte delle quali da sempre al nostro fianco nelle lotte sindacali e non), mentre le uniche mobilitazioni degne di nota sono stati i due scioperi generali del sindacalismo di base a maggio e la manifestazione nazionale a Roma dello scorso 3 dicembre.

Su questo quadro tutt’altro che esaltante, pesa non poco il più generale clima di passività, di sfiducia e di impotenza che da anni prevale nel corpo largo della classe lavoratrice: questi fattori oggettivi tuttavia non possono e non devono nascondere il fatto che anche tra le cosiddette “avanguardie” attive quotidianamente nelle lotte e nel conflitto sociale, il tema della guerra e del militarismo venga affrontato in maniera del tutto superficiale e marginale, il più delle volte relegato in coda alle “liste della spesa” delle rivendicazioni contingenti, tal’altre del tutto ignorato e rimosso sull’altare di queste ultime, con la classica logica opportunistica secondo cui, non essendoci una mobilitazione di massa contro la guerra, neanche varrebbe la pena di cimentarsi con un tema di tale immensa portata rispetto alle forze attuali…

Eppure, se il senso di sostanziale impotenza attualmente diffuso tra i lavoratori e i proletari rispetto ai pericoli diretti di un esclation bellica è reale, sono altrettanto reali e quotidianamente tangibili gli effetti prodotti in questi mesi dall’economia di guerra sulle condizioni materiali di vita, salariali e di lavoro.

In Italia, il governo Meloni uscito vincitore dalle urne (sempre più vuote) a suon di retorica nazionalista, populista e ultrasecuritaria, nel confermare eterna lealtà al Patto Atlantico e alla “guerra santa” contro i nemici russi e cinesi (quest’anno le spese militari aumenteranno di altri 800 milioni di euro…) sul fronte interno ha immediatamente dichiarato guerra ai disoccupati e ai lavoratori poveri attraverso il taglio al reddito di cittadinanza, ai proletari immigrati con una nuova stretta sugli sbarchi e la criminalizzazione delle ONG, e ha intensificato l’offensiva repressiva contro le lotte sociali e sindacali facendo leva sul cosiddetto “decreto-rave”, teso ad inasprire ulteriormente i già asfissianti dispositivi repressivi varati dai governi precedenti (in primis coi “pacchetti-sicurezza” Minniti e Salvini).

Si tratta in realtà di un’offensiva già ampiamente rodata, e articolata in un ventaglio di reati e capi d’accusa tesi a colpire ogni forma di protesta e di opposizione: la criminalizzazione delle lotte dei lavoratori della logistica, con l’attacco frontale agli scioperi, migliaia di denunce e fogli di via fino ai veri e propri maxiprocessi in corso a Modena e Piacenza, quelle contro i disoccupati di Napoli, le lotte per il diritto all’abitare e il movimento No-Tav (è di queste ore la condanna di un compagno del SI Cobas a due anni sei mesi per una manifestazione in val di Susa) sono tutti esempi lampanti del clima da “stato di assedio” creato dallo stato borghese nei confronti di chiunque intenda opporsi ai piani di sfruttamento, devastazione sociale e ambientale.

In quest’ottica, la condanna dell’anarchico Alfredo Cospito al 41 bis rappresenta la punta dell’iceberg di un sistema che, pur di difendere i privilegi della classe dominante e nascondere l’impresentabilità delle proprie politiche, non esita a sfoderare nella maniera più spietata tutti gli strumenti repressivi a sua disposizione, ivi compresa la tortura del carcere duro.

Da questo punto di vista, il nostro sostegno alla battaglia di Cospito non è mosso da semplici motivi umanitari, bensì da una solidarietà di classe che muove dalla consapevolezza che lo stato borghese, all’occorrenza, utilizzerà queste forme estreme di repressione contro tutte le avanguardie di lotta.

Con buona pace di tutta la variopinta schiera di utili idioti che in questi anni (soprattutto durante la pandemia di Covid) hanno alimentato tra i lavoratori e le masse oppresse la perniciosa illusione su un “sovranismo popolare” e sociale quale possibile via d’uscita dai mali e dalle piaghe del capitalismo “globalista”, i primi mesi del governo Meloni hanno chiarito senza mezzi termini (e in linea con gli analoghi esecutivi reazionari succedutisi in questi anni in Usa, Brasile, Ungheria e nella stessa Russia di Putin) la natura di classe, borghese e capitalista del sovranismo “reale”: il nuovo esecutivo regala fiumi di denaro ai padroni sotto forma di sgravi e agevolazioni fiscali e, in perfetta linea di continuità col predecessore Draghi, prosegue nell’opera di saccheggio dei fondi del PNRR a uso e consumo delle medie e grandi imprese, del capitale finanziario e del sistema degli appalti e dei subappalti dominati dall’affarismo clientelare e mafioso, procede sulla via della flat-tax sul modello del fisco “regressivo” (meno hai, più tasse paghi!).

Per i lavoratori e i disoccupati, invece, sono in serbo solo nuove mazzate (non solo in senso metaforico…): una volta portato a casa senza particolari ostacoli l’attacco al reddito di cittadinanza, il governo procede a passi spediti verso una nuova macelleria sociale: da un lato con la reintroduzione delle gabbie salariali grazie all’autonomia differenziata “forte” del ddl Calderoli, dall’altro con la già annunciata nuova controriforma delle pensioni a partire dal 2024.

Intanto, l’inflazione galoppante e il caro-vita taglieggiano sempre di più i livelli salariali: una perdita di potere d’acquisto che si inserisce in un trend oramai pluridecennale, che ha portato quasi un lavoratore su tre (in primis precari, donne e lavoratori con contratti part-time) a vivere sotto la soglia di povertà e che in assenza di qualsiasi meccanismo di recupero dei salari al costo della vita (scala-mobile) e di una battaglia generalizzata per il rinnovo dei contratti collettivi nazionali, sembra non avere limiti.Gli indirizzi imposti dalla BCE e dalle banche centrali vanno nella direzione esattamente opposta: contrastare ogni possibilità di aumento dei salari agitando lo spauracchio della “spirale inflattiva”, e vincolare il loro importo unicamente alla “produttività”.

Tradotto in soldoni, per gli operai e l’intero lavoro dipendente si tratta, se va bene, di accettare orari e ritmi di lavoro brutali, facendosi spremere come limoni per ottenere (forse) un “premio” esentasse che quasi sempre equivale a un’elemosina, con una moltiplicazione di patologie invalidanti, infortuni, incidenti e morti sul lavoro; oppure di andare incontro ad ondate di licenziamenti, non solo nei casi di crisi aziendali, ma persino laddove i ricavi dei padroni non corrispondono alle aspettative delle borse e del capitale finanziario, come nel caso degli oltre 200 mila posti di lavoro scomparsi nel settore “big tech” a livello internazionale (tra cui Amazon, che nell’ultimo biennio ha quasi raddoppiato il fatturato rispetto al periodo pre-pandemia…) o in tutti i settori che pagheranno i costi della cosiddetta transizione ecologica: altro che retorica sulle magnifiche sorti e progressive della “green economy”!!! Indipendentemente dal colore dei governi, queste sono e saranno sempre più le ricette di capitalismo entrato nella fase dell’economia di guerra: si tratta delle stesse ricette contro le quali in Francia e in Inghilterra si stanno sviluppando scioperi generali e manifestazioni di massa, rispetto alle quali i lavoratori e il sindacalismo combattivo italiano hanno il dovere di costruire, qui ed ora, reti di collegamento sempre più forti e strutturate.

Di fronte a questi scenari, e a fronte dell’opera sistematica di disarmo della lotta e della mobilitazione operata dai vertici corrotti e collaborazionisti di Cgil-Cisl-Uil, a poco valgono i richiami nostalgici alla difesa dello stato sociale o all’intervento salvifico dello stato nell’economia; ancor meno gli anacronistici tentativi di deviare il malcontento verso i sempre più inservibili e maleodoranti lidi istituzionali-elettorali.In questi anni di crisi simultanee del sistema capitalistico (economica, sanitaria, ambientale e ora bellica) le avanguardie di classe hanno imparato sulla propria pelle che la difesa e il miglioramento delle proprie condizioni di vita passa solo attraverso la lotta e il protagonismo diretto. Si tratta di una lezione che è ancora compresa solo da una piccola, ma non indifferente, minoranza di proletari, ma con la quale nei prossimi mesi ed anni settori sempre più consistenti di lavoratori, precari e disoccupati saranno costretti a dover fare i conti.

Per tutti i lavoratori combattivi, il compito odierno è di rafforzare e consolidare un’unità d’azione a partire da rivendicazioni e parole d’ordine chiaramente anticapitaliste e internazionaliste, su tutte l’opposizione alla guerra imperialista e a tutti i fronti imperialisti, per l’unità di tutti i lavoratori e gli sfruttati, contro il riarmo militarista, per forti aumenti salariali, servizi sociali e salario garantito a tutti proletari: un’unità che in questi anni si è già espressa in numerose mobilitazioni e che auspichiamo possa avere una traduzione di piazza in occasione del primo anniversario della guerra in Ucraina con iniziative in tutte le principali città nella giornata del 25 febbraio.

Su queste basi, il SI Cobas invita tutti i lavoratori in lotta,

le realtà del sindacalismo di base e i movimenti sociali

a un’assemblea nazionale telematica su piattaforma zoom

domenica 12 febbraio con inizio alle 10,30.

SI Cobas nazionale