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[CONTRIBUTO] Perché Fincantieri? Cos’è, realmente, Fincantieri?

Riceviamo e pubblichiamo questo contributo dai compagni della redazione Il Pungolo Rosso, già disponibile sul loro sito (https://pungolorosso.com): 

Come forse qualcuna/o già saprà, il Primo Maggio il corteo organizzato a Marghera da una molteplicità di comitati, collettivi, assemblee e organizzazioni operanti in Veneto, a cominciare dai Giovani palestinesi d’Italia (GPI) e dalla Comunità palestinese nel Veneto, contro le guerre, l’economia di guerra, il governo Meloni, per la fine del genocidio a Gaza e del macello in Ucraina, si concluderà davanti a Fincantieri.

La proposta, avanzata dal Comitato permanente contro le guerre e il razzismo di Marghera, è stata fatta propria con convinzione dall’insieme degli organizzatori, ed è il caso ora di spiegarne il perché.

Della Fincantieri è nota la produzione di mastodontiche navi da crociere (ne è salpata una venerdì scorso dal cantiere di Marghera, la Queen Ann, costruita per il gruppo crocieristico statunitense Carnival). Assai meno nota è invece l’ingente produzione di navi da guerra che fa da tempo di Fincantieri il secondo pilastro del complesso militare-industriale italiano, al momento il comparto industriale più forte e ricco di prospettive del made in Italy. Osservate con quanto orgoglio la sezione militare di Fincantieri si auto-presenta:

Protagonisti della Difesa

” Costruire unità militari, con performance sempre più sfidanti, in scenari sempre più articolati, è oggi più impegnativo che mai. Noi lo facciamo da più di 230 anni, nel corso dei quali abbiamo consegnato oltre 2.000 unità. Dei veri e propri gioielli di alta tecnologia, progettati e costruiti per conto della Marina Militare, di numerose Marine estere e altri Corpi di Stato.

Pronti ad affrontare le condizioni più estreme

Grazie al ricco patrimonio di esperienza ed eccellenza acquisito nel tempo, Fincantieri è il partner di riferimento di numerosi contractor internazionali a cui forniamo il sistema nave completo e il supporto logistico. Siamo uno dei pochi operatori in grado di progettare e costruire un ampio e completo portafoglio prodotti: dalle navi combattenti di superficie alle navi ausiliarie e speciali, sino ai sommergibili.

Esperienza ingegneristica e capacità di realizzare prototipi ci permettono di sviluppare soluzioni tailor-made [su misura] in base agli specifici requisiti del committente. I nostri prodotti sono well proven [ben collaudati], dotati di elevati standard operativi e ottimizzati sotto il profilo dei costi.

In qualità di Prime Contractor gestiamo tutte le fasi di produzione delle navi militari, compresa la progettazione, la selezione dei fornitori, la costruzione, il collaudo, la consegna, i servizi post vendita e il supporto logistico. “

Millantato credito? Nient’affatto. Primo gruppo navale dell’Unione europea, dal 1990 ad oggi Fincantieri vanta la costruzione di oltre 300 navi da guerra per le marine militari di mezzo mondo: anzitutto quella degli Stati Uniti, primo fornitore, e quindi – nel circuito della NATO – Grecia, Turchia, Norvegia -, al di fuori di esso Indonesia, Egitto, Algeria, Qatar, Emirati arabi, Russia, Malta. Ha insediamenti produttivi in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Asia.

Fincantieri ha “strambato” sul militare da almeno tre anni, fiutando dove tira il vento della politica internazionale e delle commesse. E le commesse statali sono sempre particolarmente lucrose per i suoi “gioielli”: sommergibili, cacciatorpediniere, fregate, corvette, pattugliatori, navi anfibie, unità di supporto logistico e quant’altro. Ma non bisogna certo dimenticare la portaerei Cavour, firmata Fincantieri : costo 1,5 miliardi di euro (del 2013), esclusi i costi degli F-35B Lighting (108 milioni di dollari al pezzo) e della relativa logistica.

Quanto questa strambata sia, per Fincantieri, strategica l’ha evidenziato venerdì scorso a Marghera l’amministratore delegato P. Folgiero in occasione del varo della nave da crocieva Queen Ann. Data la “grande instabilità geopolitica” che avanza nel mondo, l’Europa deve attrezzarsi rapidamente per la guerra (parola mai pronunciata, come si addice all’ipocrisia ufficiale): “Condivido in pieno il pensiero di Roberto Cingolani [amministratore delegato di Leonardo], quando chiede alle istituzioni europee, comprese le antitrust, di guardare alla base industriale del continente in maniera diversa. (…) Il mondo uscirà diviso in blocchi e anche il blocco europeo deve adottare strategie nuove per costruire una base industriale più forte.”, senza intralci da parte di nessuno. La nuova Venezia integra questo passaggio ricordando che Cingolani “poche settimane fa aveva sottolineato come la capacità dell’Europa di consolidare la sua difesa militare passi anche attraverso alleanze industriali nei settori degli armamenti, dell’elettronica, della cybersicurezza e dello spazio. Un’analisi che sembra trovare la piena condivisione di Folgiero”.

Infatti, ma c’è di più.

Fincantieri, impresa di proprietà statale (essendo il 71,% delle sue azioni nelle mani della Cassa depositi e prestiti), ha avviato dall’ottobre 2014 una collaborazione sempre più stretta con il pilastro n. 1 dell’industria bellica italiana, Leonardo, creando con Orizzonti sistemi navali (OSN) un’impresa in joint venture che costituisce una delle rare applicazioni del principio “sistema Paese”. Curioso, no?, per chi ancora si attarda a credere ancora all’art. 11 della Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra”…), o per chi – non meno attardato e dal sentire nazionalista – continua a piagnucolare in modo ridicolo sull’Italia-colonia. L’asse Fincantieri-Leonardo implica Fincantieri anche nelle guerre nel Mediterraneo (avete presente su quale mare affaccia Gaza?), come del resto ha rivendicato pochi giorni fa da una missione negli States lo stesso Folgiero, tracciando una luminosa (la luce fatta da missili, siluri e bombe che esplodono) traiettoria di sviluppo per la sua impresa nelle profondità dei mari: “L’underwater [l’ambiente sottomarino] sarà ciò che lo spazio è stato per i passati 40 anni. (…) Noi siamo molto seri quando parliamo dello sviluppo delle capacità sottomarine dal momento che crediamo che il nostro paese dovrà prendersi cura del mar Mediterraneo [in cui] ci sarà una sempre maggiore congestione a causa delle migrazioni, dei sommergibili russi, dei cavi, dei fondali marini, della ricerca di minerali nei fondali marini”. Altrettanto ambiziose le prospettive di “espansione sia nel Medio Oriente che nel Sud-Est asiatico” e, attraverso la “porta di Abu Dhabi”, nell’Africa sub-sahariana, che – com’è noto – non aspetta altro che sommergibili e portaerei per uscire dalla propria condizione neo-coloniale.

Non può sorprendere, a questo punto, che Fincantieri si collochi, nel settore, al sesto posto nel mondo per massa di nuovi investimenti…

C’è una seconda ragione per cui Fincantieri (non solo a Marghera, beninteso) è un simbolo: l’iper-sfruttamento nei suoi cantieri della forza-lavoro immigrata attraverso il perverso sistema degli appalti e dei sub-appalti. Da quasi tre decenni, in quanto animatori del Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri, denunciamo una situazione del cantiere di Marghera (e in altri cantieri del gruppo) che abbiamo definito di “nuovo schiavismo”. Agli increduli ricordiamo che a Monfalcone si dava anche il caso che uno dei titolari degli appalti esigesse che al momento del ritiro della paga i suoi dipendenti si mettessero in ginocchio. La sequenza di (quasi sempre inutili) processi aperti dalla pigrissima magistratura veneziana ha rilevato a più riprese che anche a Marghera si andava vicino a questi estremi, se non altro per carichi e orari di lavoro (fino a 60 e più ore settimanali di lavoro) e per l’infimo livello dei salari – e che non pochi dirigenti dell’impresa erano beneficiati dai “regali” degli imprenditori che si contendono gli appalti.

A fine anni ‘90 nel cantiere erano operative centinaia di imprese tra appalti e sub-appalti, ottenuti quasi sempre con la metodica del massimo ribasso, in quanto Fincantieri affida a terzi pressoché tutte le fasi di lavorazione: la costruzione dello scafo, l’allestimento e – ancor più – l’impiantistica per l’areazione dei locali, le pulizie, etc. Da allora, forse, il numero delle imprese è un po’ diminuito, ma il rapporto dipendenti diretti Fincantieri/operai degli appalti è sempre, specie nelle fasi finali della produzione delle navi, di 1:3, 1:4, mentre il tasso di sindacalizzazione degli operai degli appalti resta vicino allo zero, come il rispetto delle norme anti-infortunistiche e dei contratti collettivi nazionali. La “ottimizzazione dei costi” di cui Fincantieri si vanta prevede questi piccoli inconvenienti…

Insomma: un po’ di buone ragioni per concludere il corteo del Primo Maggio davanti a Fincantieri. O no?