Approfondimenti politiciCobasInternazionale

[ANALISI] Germania potenza d’Europa: crollano le esportazioni, la Cina rimane “alleata” ma aumentano i conflitti transatlantici con gli USA

Pubblichiamo qui sotto due brevi schede (da due articoli del German Foreign Policy) sui rapporti di potenza della maggiore potenza europea, la Germania, da una parte con la Cina, che “rimane un’alleata”, e dall’altra con gli Stati Uniti. Si tratta di rapporti in evoluzione, un’evoluzione accelerata anche dalla crisi globale innescata dal Covid19, che vedono scontri e contraddizioni tanto all’interno del singolo imperialismo, che a livello del “blocco” europeo.

Questa crisi sanitaria e sociale, che sta provocando i primi scioperi spontanei nelle fabbriche dopo decenni, e diviene ora anche crisi economica e finanziaria, mette alla prova i sistemi capitalistici, in Italia e nel mondo intero, e scuote le coscienze in settori della nostra classe cui si chiede di lavorare comunque, anche in assenza delle condizioni di sicurezza che vengono invece imposte al resto della popolazione.

Per la prima volta da decenni assistiamo a scioperi spontanei nelle fabbriche.

Anche nella lotta per ambienti di lavoro sicuri e adeguati dispositivi di protezione individuale, e nelle difficoltà di coloro che sono lasciati a casa con un futuro incerto, deve crescere la coscienza della necessità di lottare per superare questa società divisa in classi.

Contro le ideologie da “unità nazionale” tra sfruttati e sfruttatori.

Il virus globalizzato mette inoltre in chiaro l’inconsistenza delle prospettive di autonomie locali/localistiche, e delle scorciatoie “sovraniste”.

L’unica strada è quella internazionalista, dell’unione tra i proletari di tutto il mondo.

S.I. Cobas


LA CINA RIMANE UN’ALLEATA

Per l’industria tedesca, nonostante la contesa globale, la Cina ha un’importanza sia di breve che di lungo periodo. Le imprese tedesche vi investono perché è un enorme mercato – si calcola che dei circa 1,4 miliardi di cinesi, 400-700 milioni facciano parte della piccola-media borghesia, che hanno perciò un rilevante potere di acquisto. In confronto gli abitanti complessivi della UE sono 450 milioni, quelli degli Usa 330.

A questo si aggiunge che (secondo una inchiesta della Camera di commercio della UE dello scorso febbraio) la Cina offre un ambiente economico sempre più favorevole per la ricerca e l’innovazione.

Dai recenti dati statistici sul commercio estero tedesco: ad aprile 2020 le esportazioni tedesche sono diminuite complessivamente rispetto all’aprile 2019 del 31,3%, un calo storicamente inedito per la Germania.

Il valore totale delle esportazioni è di 75,7 miliardi di € (MD€). Le esportazioni verso gli altri paesi UE sono diminuite del 34,8%, in particolare verso l’Italia – 40,1, Francia – 48,3%; quelle verso gli USA – 35,8%, verso la Cina solo -12,6%; riduzioni minori solo verso la Turchia e alcuni piccoli paesi, che tuttavia per l’industria tedesca non economicamente sono rilevanti.

Già a maggio l’economia cinese si stava riprendendo; e diversi gruppi tedesche, come Adidas e il settore autoveicoli hanno registrato di nuovo una crescita del fatturato in Cina. I produttori tedeschi di autoveicoli sono meglio posizionati rispetto ai concorrenti europei sul mercato cinese.
Dall’inchiesta della Camera di commercio: il 38% degli intervistati ritiene che la Cina ha già raggiunto la media globale per ricerca e innovazione, mentre il 40 percento pensa che sia al di sopra. Il 41% è soddisfatta dei progressi nell’apertura del mercato cinese.
Il numero di aziende che nel 2016 si sentivano svantaggiate rispetto a quelle cinesi erano il 57%, ora sono solo il 40 percento; il 10% delle imprese estere si consideravano avvantaggiate; il 23% alla pari con le società cinesi; il 12% prevedeva di esserlo entro due anni, il 22% entro cinque anni.

Solo il 17% delle imprese intervistate sono pessimiste rispetto alle possibilità di crescere in Cina; il 48 % è ottimista.
Valutati positivamente anche l’accesso delle imprese estere alle sovvenzioni per ricerca e sviluppo, la produttività dei gruppi di ricerca cinesi e la disponibilità di forza lavoro altamente qualificata sono stati ampiamente valutati positivamente, con salari ancora bassi su scala globale.
Da una seconda inchiesta, condotta dopo lo scoppio della crisi del Coronavirus, risulta che il 41% degli intervistati pensavano di riconsiderare i propri piani di investimento, ma solo il 4% di questi pensava a ritirarsi dalla Cina. Gli intervistati pensano che, al di là della crisi del Coronavirus, il maggior rischio sia rappresentato dalla guerra economica condotta dagli Stati Uniti contro la Cina.

Per migliorare le condizioni dei gruppi della UE ed ottenere condizioni il più possibile simili a quelle cinesi, Bruxelles punta a un nuovo accordo sugli investimenti con Pechino, e a questo scopo sta facendo pressione, sia tramite i funzionari UE che quelli della Camera di Commercio UE in Cina.
Ieri (11 giugno), la Cancelliera Merkel ne ha discusso con il primo ministro cinese: la Germania è interessata «al commercio multilaterale libero e regolamentato». Con ciò la Merkel respinge l’attuale politica economica degli Stati Uniti, come pure l’ipotesi che la UE adotti la politica di sanzioni americana contro la Cina, come recentemente espresso dal deputato Reinhard Bütikofer del partito Bündnis90/Verdi.
Continua però la pressione da parte dei circoli transatlantici che vogliono rallentare l’ascesa della Cina e chiedono per lo meno il boicottaggio del gruppo Huawei.
Il tentativo di portare avanti gli interessi dei gruppi UE, in particolare quelli dei gruppi tedeschi, in Cina e al contempo contrastare l’ascesa cinese sta causando crescenti difficoltà per la UE, interrogato se la Cina rappresenti un rivale strategico, Borrell, il capo della politica estera della UE, ha dichiarato (a seguito di un incontro con il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi) che la UE non considera la Cina un pericolo per la pace mondiale, e che non è possibile un assetto multilaterale senza la Cina.

CONFLITTI TRANSATLANTICI

Sulle relazioni transatlantiche della Germania, prende posizione il Michael Staack (*) in occasione dei piani di comunicati il 15 giugno da parte dell’Amministrazione americana di ridurre di 9.500 unità il numero di soldati statunitensi di stanza in Germania. A Washington a riguardo c’è però ancora una forte resistenza, molti ritengono che sia interesse degli Stati Uniti mantenere una presenza militare in Germania. Tuttavia, che ci sia o meno un ritiro parziale, rappresentanti politici tedeschi filoatlantici denunciano la prassi americana ormai consolidata di non coordinare più con gli alleati per importanti decisioni, limitandosi a parlarne a fatto compiuto.
Il dibattito sulla riduzione dei militari di stanza in Germania è solo una della crescente serie di divergenze tra Germania e Stati Uniti:

  • per cominciare la irrisolta disputa sul forte surplus commerciale della Germania con gli Stati Uniti, che nel 2019 era oltre i 47 MD di €;
  • gli Stati Uniti rinfacciano alla Germania un contributo alla spesa militare Nato ancora lontano dal 2% del PIL.
  • Ad inizio mese Trump ha minacciato tariffe punitive sull’importazione di automobili dalla UE, e chiede ora che la UE abolisca le sue tariffe sulle importazioni di aragoste dagli Stati Uniti, presumibilmente un regalo per la campagna elettorale ai pescatori statunitensi.
  • Permangono divergenze sostanziali sull’Iran e in parte sulla politica mediorientale.
  • Di recente, si è intensificata la disputa sul gasdotto Nord Stream 2.

Il gasdotto non solo garantisce gas a buon prezzo alla Germania; serve anche a garantire a Wintershall Dea, una filiale di BASF, l’accesso alle enormi fonti di gas naturale della Russia e pone la Germania in una posizione più vantaggiosa come snodo per la distribuzione del gas naturale russo nell’Europa occidentale.
Washington ha cercato per anni di impedire la costruzione dell’oleodotto – da un lato per privare la Russia di un’importante fonte di reddito, e dall’altra parte per impedire alla Germania di rafforzare la cooperazione con la Russia.
Il Congresso americano sta discutendo una legge per rendere impossibile il completamento degli ultimi 160 chilometri di Nord Stream 2 (lunghezza totale: 1.230 chilometri). Washington minaccia sanzioni non solo per tutto i gruppi coinvolti nella posa delle ultime condotte sia con opere concrete che con finanziamenti, come pure per le agenzie governative tedesche che sono coinvolte, anche solo per la certificazione del gasdotto. Una sanzione di questo tipo, contro funzionari o contro lo stesso governo tedesco, sarebbe inedita.
Secondo Staack, il punto centrale degli attuali conflitti transatlantici è il fatto che non è più possibile – come avveniva durante le presidenze di W. Bush e Barack Obama – tenere sotto controllo il conflitto di interessi tra Germania e Stati Uniti nel quadro di una serie di interessi comuni; oggi gli interessi tedeschi e americani divergono su tutte le questioni importanti. Ad esempio, occorre prendere atto
che le basi militari statunitensi in Germania sono uno snodo per le missioni in Medio Oriente e Africa, come pure per la cosiddetta “comunicazione”, le attività di spionaggio, anche in Germania. Parte di quanto gli Stati Uniti fanno in Germania è incompatibile da un lato con il diritto internazionale e dall’altro con gli interessi della politica di sicurezza europea. Finora il governo tedesco ha perseguito una politica di accomodamento con Washington, ma il contrasto di interessi sarebbe ora tanto grande che, nel caso Trump dovesse essere rieletto, non sarebbe più possibile perseguire lo stesso tipo di politica. In Germania c’è forte esitazione a esprimere una chiara posizione nei confronti degli USA, c’è il timore di ritorsione. Ma la politica estera dell’amministrazione Trump sulle questioni centrali si basa su un ampio consenso bipartisan, e questo è vero soprattutto per misure come quelle contro Nord Stream 2, che vanno contro gli interessi tedeschi. È perciò prevedibile che gli Usa continuino questa politica anche e verrà eletto un governo democratico.
Staack conclude che una “politica di sicurezza […] europea […] indipendente” ha “naturalmente” dei costi “- “non solo finanziari, ma soprattutto politici “: “il che significa un conflitto permanente con gli Stati Uniti”.

(*) Professore di politica internazionale presso la università della Bundeswehr di Amburgo, come pure Presidente del Forum scientifico per la sicurezza internazionale presso la Accademia di Comando e Controllo della Bundeswehr.

(Traduzione a cura di G. L.)