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[CONTRIBUTO] Tangeri. 28 operaie e operai morti in un seminterrato: morti da sfruttamento imperialista

Riceviamo e pubblichiamo qui sotto il contributo “Tangeri. 28 operaie e operai morti in un seminterrato: morti da sfruttamento imperialista“, già disponibile sul sito della redazione Il Pungolo Rosso (vedi qui).

Questa crisi sanitaria e sociale, che sta provocando i primi scioperi spontanei nelle fabbriche dopo decenni, e diviene ora anche crisi economica e finanziaria, mette alla prova i sistemi capitalistici, in Italia e nel mondo intero, e scuote le coscienze in settori della nostra classe cui si chiede di lavorare comunque, anche in assenza delle condizioni di sicurezza che vengono invece imposte al resto della popolazione.

Per la prima volta da decenni assistiamo a scioperi spontanei nelle fabbriche.

Anche nella lotta per ambienti di lavoro sicuri e adeguati dispositivi di protezione individuale, e nelle difficoltà di coloro che sono lasciati a casa con un futuro incerto, deve crescere la coscienza della necessità di lottare per superare questa società divisa in classi.

Contro le ideologie da “unità nazionale” tra sfruttati e sfruttatori.

Il virus globalizzato mette inoltre in chiaro l’inconsistenza delle prospettive di autonomie locali/localistiche, e delle scorciatoie “sovraniste”.

L’unica strada è quella internazionalista, dell’unione tra i proletari di tutto il mondo.

S.I. Cobas


Tangeri. 28 operaie e operai morti in un seminterrato: morti da sfruttamento imperialista

Nella notte tra domenica 7 febbraio e lunedì 8 febbraio 18 operaie e 10 operai sono morti folgorati in una fabbrica tessile di Tangeri, distretto di Braness. Erano al lavoro in un seminterrato, che è stato allagato dalla inondazione che ha colpito nei giorni scorsi diverse zone del Marocco, prima la città di Casablanca e poi quella di Tangeri.

L’industria tessile marocchina, nonostante abbia perduto negli ultimi 15 anni molte migliaia di posti di lavoro, resta centrale nella produzione industriale di quel paese, e rappresenta più del 25% dell’export del paese (maglie, denim, tessuti di arredamento, biancheria per la casa). Produce in larga parte per l’esportazione, per case di moda italiane ed europee, soprattutto per il cosiddetto “prêt-à-porter” – “grazie alla vicinanza del Marocco all’Europa e alla flessibilità della sua manodopera”, spiega “Emilia in Marocco”, una delle benemerite reti che favoriscono la penetrazione delle imprese italiane in Marocco.

In cosa consista la “flessibilità della manodopera”, in larga parte femminile, è presto detto: salari da fame intorno ai 150 euro al mese (nel 2013 le imprese italiane si lamentavano per il secondo aumento salariale ottenuto dai lavoratori in 5 anni, che aveva portato la loro paga oraria a 12,24 dirham l’ora, 1,08 euro); orari di lavoro senza limiti; condizioni di lavoro insalubri e pericolose, senza le necessarie, o minime, condizioni di sicurezza – con l’evidente complicità delle autorità locali e statali marocchine che, manco a dirlo, dopo questo eccidio, “hanno aperto un’inchiesta”.

Una pacchia per gli sfruttatori locali e, ancora di più, per i super-sfruttatori dei paesi imperialisti in grado di mettere in concorrenza queste operaie e questi operai con i loro compagni di classe cambogiani, bengalesi, indiani, cinesi, e ricaricare il prezzo finale delle merci prodotte in Marocco e vendute in Europa di 5, 10, 15 volte. Una catena di fatica, infortuni e tragedie per chi in Marocco, come in Bulgaria, in Bangladesh, in India, è sotto questo tallone di ferro che toglie il respiro.

Denunciamo questo nuovo crimine capitalista e imperialista!

Lavoriamo a costruire legami di lotta e di organizzazione sempre più stretti con il proletariato maghrebino e medio-orientale, spremuto e schiacciato dalle “nostre” imprese, dal “nostro” stato, dall’Unione europea!