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[CONTRIBUTO] L’Ucraina va alla guerra per noi, perciò va premiata a scuola

Riceviamo e pubblichiamo dai compagni della redazione Il Pungolo Rosso questo contributo, già disponibile sul loro sito (vedi qui):

L’Ucraina va alla guerra per noi,

perciò va premiata a scuola

Vi ricordate gli esami del marchesino Eufemio che tradusse “esercito distrutto” in “exercitus lardi” ed ebbe il premio? https://www.filastrocche.it/contenuti/il-saggio-del-marchesino-eufemio/ [la filastrocca è di G. Belli]

Ebbene, il Ministero dell’Istruzione, da sempre primo responsabile della selezione di classe e di “razza” che la scuola italiana pratica, ha pensato di emanare un’ordinanza in cui richiede un’attenzione particolare per gli studenti ucraini che, “tenendo conto dell’impatto psicologico” (della guerra), meritano una valutazione comunque favorevole. Ancora meglio il passaggio successivo in cui si chiede agli esaminatori di tener conto “del livello delle competenze linguistico comunicative nella lingua italiana”. Il linguaggio, carico di ambiguità forse perché il funzionario addetto si sarà vergognato di essere più esplicito, il linguaggio, dicevamo, denota il punto di vergogna al quale è arrivata la propaganda bellicista di Stato. La consegna ministeriale, tradotta in chiaro, è questa: quali che siano i risultati effettivi degli studenti ucraini, vanno promossi.

Non metteremo certamente in dubbio – proprio noi!? – l’impatto psicologico terribile delle guerre (al plurale, però) sulle popolazioni, e tanto più sui giovani; né ci addentreremo qui in discorsi sulla selezione, il merito, le discriminazioni, in generale. Ci preme, invece, indicare la coerenza di questa decisione con il razzismo di Stato, che fa due pesi e due misure tra gli immigrati, chiedendo ai giovani delle popolazioni di colore tutte le possibili competenze linguistiche e grammaticali, comprensione del testo, storia italiana, enciclopedia e quant’altro. Coerenti fino in fondo anche nell’accoglienza: lager per i colorati, alberghi, famiglie e residence per le/i meritevoli ucraine e ucraini dai capelli biondi – fin che dura, eh. Fin che serve. Fin che, come Italia, come capitalismo italiano, si possono spendere soldi profittevolmente per questa operazione contando sugli utili a venire.

Ma questo genere di comportamento è spinto sempre più spesso fino all’ottusità. Ormai, gli ucraini, in quanto soldati (veri o presunti) della nostra causa, vincono tutto: dai concorsi canori europei alle lauree, ai diplomi, alle coppe appositamente inventati per la circostanza, e certamente prenotano il prossimo Premio Nobel per la Pace. In questo clima, ci meraviglia che un Gramellini non abbia accusato di filo-putinismo il Galles per essersi permesso di vincere la partita di qualificazione ai mondiali contro l’Ucraina, che ne è stata così “ingiustamente” esclusa.

Il governo dei “migliori” non si rende conto che siamo al ridicolo e perfino al disgusto totale tra la gente comune. Sta crescendo l’insofferenza verso questa propaganda bellicista di arruolamento e di preparazione all’impegno ancora più diretto dell’Italia nella guerra in corso (per intanto, comunque, i carabinieri dei reparti speciali del Reggimento paracadutisti Tuscania e del GIS sono già stati dislocati a Kiev, ufficialmente per difendere l’ambasciata italiana).

Questo corso delle cose non ci rallegra, perché la mal sopportazione verso una propaganda di guerra dai tratti perfino grotteschi sposta la posizione di molti più verso l’indifferenza che verso la protesta, e genera un clima in cui anche per i comunisti internazionalisti è difficile fare agitazione contro la guerra ed ottenere interesse, una presa di coscienza ed una mobilitazione conseguenti. Si va incontro al pericolo di trovarsi improvvisamente di fronte al precipitare degli eventi senza che vasti settori di proletariato siano pronti ad affrontarli. Ad aggravare le cose interviene il campismo che riduce tutto allo schierarsi a fianco degli imperialismi o dei capitalismi minori (se non addirittura costruttori di socialismo!), per la Russia contro l’odiato yankee, proponendo una via nazional-italiana o europeista alla “pace”, casomai attraverso mediazioni parlamentari, che è fonte di altri veleni nazionalisti.

Non ci illudiamo certo di poter sconfiggere da soli la macchina bellica che si è messa in moto, di cui è strumento essenziale la macchina propagandistica del “nostro” regime. Ma questo non ci scioglie dall’obbligo di svolgere meglio e più intensamente un’azione di elevamento del livello di coscienza dei proletari più vigili, e di rivolgerci ai diversi strati e classi sociali toccati dalla guerra e dall’opposizione alla guerra. Il terreno non è così arido come sembra. Dobbiamo insistere, anche e soprattutto dopo il relativo insuccesso delle prime manifestazioni che abbiamo organizzato, e dello sciopero generale/non sciopero generale del 20 maggio. L’attuale passività delle masse non ha il tratto dell’indifferenza assoluta, ma in un certo numero di casi quello del fastidio, ed anche del disprezzo per l’ipocrisia del governo. Non è completamente negativa. Con lo sviluppo degli avvenimenti, l’arrivo di una nuova crisi e l’accollamento, rispettivamente, dei costi della crisi e dei benefici della stessa ai soliti noti, questo tipo di passività si può trasformare in rabbia. A noi sta di favorire, per quel che si può, un passaggio del genere, contrapponendo alla propaganda militarista la parola d’ordine: guerra alla guerra (imperialista).

Intanto il peso della guerra attacca a vari livelli la condizione di vita del proletariato, e cominciano i primi segnali di insofferenza in Italia come in Gran Bretagna, e anzitutto in Ucraina dove i proletari sopportano il peso e le disgrazie maggiori di questa calamità, e in Russia dove la guerra ha falciato finora qualche decina di migliaia di soldati (borghesi? o di qualche altra classe sociale di nostra conoscenza?). L’allarme su questo aspetto è tanto alto da far adottare ai governi misure di ogni tipo nel tentativo di smorzare sul nascere eventuali proteste di piazza. Molte di queste misure badano più alla propaganda che alla sostanza. Il governo italiano, ad esempio, brilla per creatività e parte dal permesso a giornalisti e fotoreporter che seguono la guerra in Ucraina di acquistare giubbotti ed elmetti anche senza il possesso di porto d’armi, prosegue con i bonus benzina ma, si badi, erogabili solo per un mese. Anche il taglio delle accise è a tempo determinato, mentre il bonus fiscale a sostegno dei pescherecci non è bastato a far rimettere in acqua le reti. Naturalmente rateizzazioni e bonus per le imprese non mancano. Intanto prosegue la contribuzione di 30€ al giorno a persona alle associazioni del terzo settore perché anche gli “operatori di carità” vogliono la loro parte (cattolici, laici o ex-“antagonisti” che siano). Non è quindi velleitario appoggiare tutte le manifestazioni, come quella di Coltano, contro la guerra chiedendo che abbiano un preciso carattere classista ed internazionalista e, allo stesso tempo, promuovere la lotta contro gli effetti materiali della guerra qui, a cominciare dal carovita.

Sulla nobile impresa del Ministero dell’Istruzione segnaliamo l’articolo del sito “La bottega del barbieri” che troverete al linkhttps://www.orizzontescuola.it/studenti-ucraini-possono-essere-ammessi-anche-con-valutazioni-insufficienti-lo-prevede-lordinanza-del-ministero/

Sui problemi dell’accoglienza e sulle prime criticità dell’ospitalità in Italia vi segnaliamo l’articolo del sito Combat-Coc al link indicato qui di seguito

https://www.combat-coc.org/profughi-e-migranti-in-italia-ed-europa-con-la-guerra-nel-cortile-di-casa/