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[CONTRIBUTO] Intervista agli operai immigrati in lotta con il S.I. Cobas. Mohammed Inane: “La logistica può essere la chiave di tutto. Noi vogliamo portare solidarietà a tutti gli altri settori”

Premessa alle 4 interviste

Da ilcuneorosso, n. 3/2019 (vedi qui)

Pubblichiamo di seguito quattro interviste a delegati e dirigenti immigrati del SI Cobas, tre delle quali fatte da una compagna della nostra redazione (in fondo a quest’articolo c’é il collegamento link alle altre interviste).

Non crediamo siano necessari commenti.

Parlano da sé, mostrando quanto la lotta, la lotta di classe, sia per i proletari una scuola, una grande, insostituibile scuola di presa di coscienza della propria condizione e – più in generale – dei rapporti sociali esistenti; una scuola di organizzazione sindacale, ma anche politica.

Spiegano da sole perché le lotte della logistica e il SI Cobas, che ne è stato e ne è il principale animatore, siano state prese di punta dagli organi repressivi dello stato.

E perché hanno saputo, per contro, conquistare ampia solidarietà in Italia e all’estero.

Si deve a proletari, militanti e compagni come questi se lo scorso 8 marzo c’è stata in tanti magazzini del centro-nord a schiacciante prevalenza di lavoratori maschi uno sciopero compatto in difesa dei diritti e delle lotte delle donne, in risposta all’appello allo sciopero internazionale partito dal movimento Non una di meno.

Un fatto inedito, di grande importanza sociale e politica, al di là dei numeri oggettivamente limitati (del resto la “grande” Fiom aveva respinto la richiesta di proclamare lo sciopero), perché va nella direzione della convergenza di tutte le spinte di lotta in un quell’unico fronte anti-capitalista degli sfruttati e delle sfruttate internazionale e internazionalista per il quale noi ci battiamo.

C’è molto da imparare da queste esperienze, da questa esperienza.

Su un punto, però, la pensiamo diversamente dai nostri intervistati: sulle sollevazioni popolari e proletarie arabe.

Dopo le catastrofi di Siria e di Libia, lo schiacciamento nel sangue del movimento di lotta che disarcionò Mubarak in Egitto, e l’impantamento nei giochi istituzionali di quello che liquidò il regime di Ben Ali, è comprensibile il senso di pessimismo, totale o parziale, che emerge nel dialogo con alcuni di questi compagni.

Lo scontro apertosi nel 2011-2012 è stato vinto, per ora, dai nostri nemici, è vero; ma solo con delle nuove sollevazioni di massa degli sfruttati ancora più determinate e autonome da qualsiasi influenza capitalistica interna ed esterna si potrà uscire dall’attuale rinculo delle lotte.

Un’altra via non c’è.

L’Algeria in rivolta di oggi e l’indomita resistenza di Gaza lo confermano.

Ci sarebbe poi da discutere sugli interessanti spunti che l’intervista di Karim contiene sul rapporto tra sindacato e partito, e sullo “stato operaio”, e di sicuro non mancherà l’occasione per farlo.

La redazione de “Il Cuneo Rosso” (vedi qui; per contattare la redazione l’indirizzo di posta electronica è il seguente: com.internazionalista@gmail.com)


Intervista a Mohammed Inane

“La logistica può essere la chiave
di tutto. Noi vogliamo portare solidarietà a tutti gli altri settori.”

Da ilcuneorosso, n. 3/2019 (vedi qui)

D.: Da dove vieni e quanti anni hai? Quando sei arrivato in Italia?

R.: Vengo dal Marocco e ho 55 anni. Sono arrivato all’inizio degli anni novanta.

D.: Quali sono i motivi che ti hanno spinto ad emigrare in Italia?

R.: Vari problemi. Il primo, quello fondamentale, è stato cercare un posto di lavoro, per poter migliorare la situazione familiare perché arrivo da una famiglia numerosa e mio padre non ce la faceva a sostenere le spese di tutta la famiglia. All’epoca io studiavo, ho mollato i miei studi. Ero all’università. Poi mi sono trovato nell’ondata dell’emigrazione. Una volta perimmigrare bastava mostrare un po’ di soldi e ti lasciavano entrare. Questa è stata la prima causa per cui ho pensato di emigrare in Europa.

D.: Al di là di questa motivazione personale, dareun sostegno alla tua famiglia, pensi che ci fossero delle motivazioni più generali che ti hanno spinto ad emi-
grare?

R.: Più generali… C’è anche il fatto che si parlava dell’Europa e dell’Occidente come di un mondo dove c’è il socialismo, c’è la libertà di dire le cose… Si parlava di valori. Erano delle immagini che fotografavano certi ideali che io avevo: di essere libero, di dire la mia opinione, di vivere con gente civile. Parlavano di democrazia… Anche questo è stato un elemento che mi ha spinto a venire qua. Si parlava sempre dell’Europa come un leader dei diritti umani…

D.: Quando hai lasciato il Marocco, c’era lì una situazione di repressione dura?

R.: Sì, c’era anche questo.

D.: Tu prendevi parte a delle lotte, a dei movimenti politici?

R.: Sì, sì… Ero con il movimento studentesco. Quando ho fatto l’università, delle cose mi piacevano e delle altre no. Avevo sempre la mia da dire. Ho partecipato a delle proteste e sono anche stato condannato.

D.: E cosa riguardavano queste proteste? Il lavoro, l’università?

R.: Un cumulo di tutte le tristezze e le sofferenze del nostro paese. Avevo anche una visione generale un po’… Io non ho mai guardato il mio paese… come un campione unico, fa parte delle altre società del mondo. Del mondo arabo fanno parte 23 paesi e più o meno vivono gli stessi problemi.

D.: E come mai hai deciso di venire in Italia?

R.: Dentro di me sentivo che c’era qualcosa che non mi piaceva a livello sociale, a livello religioso, a livello umano. Non mi trovavo bene per via di queste cose e speravo di cambiare paese per trovare un’altra situazione. Forse la prima idea è stata la Francia, però per questioni di pelle i francesi non mi piacciono. Allora sono venuto in Italia. Sono venuto in Italia tra la fine del 1999 e l’inizio del 2000.

D.: Quando sei arrivato qui in Italia, sei arrivato al Nord oppure al Sud?

R.: Ho girato un po’ dappertutto, finché non sono arrivato a Bologna. Nel giro di due o tre giorni ho tro vato il lavoro e la casa. Erano gli anni novanta.

D.: E prima dove sei stato?

R.: Prima vagabondavo, giravo da tutte le parti: nord, sud, centro.

D.: Che tipo di lavori facevi?

R.: Vendevo fiori, accendini, sai, tante cose… Ero un venditore ambulante.

D.: E poi sei arrivato a Bologna…

R.: A Bologna ho trovato il lavoro e mi sono attaccato al lavoro. Prima avevo trovato lavoro nel settore metalmeccanico. Ho lavorato per molti anni lì. Poi sono passato al settore chimico, anche lì ho fatto molti anni. Poi ho lavorato come autotrasportatore. Alla fine, sono finito a fare il facchino. Ho fatto varie esperienze.

D.: Quando hai avuto il permesso di soggiorno?

R.: L’ho avuto negli anni novanta, quando ho trovato lavoro fisso a Bologna.

D.: Durante questo periodo com’era la tua vita?

Oltre alle difficoltà con il lavoro, hai avuto anche problemi di discriminazione, di razzismo?

R.: Mah… Delle volte sì, quando incontri uno che non capisce la situazione, quando incontri uno che è ignorante… È come nel nostro paese. Anche lì era così. Anche nel mio paese avevo problemi con i miei connazionali…

D.: Quando hai lavorato nel settore metalmeccanico, com’era il rapporto con i tuoi compagni di lavoro?

R.: Era abbastanza buono. Negli anni novanta non c’era la crisi, c’era lavoro per tutti. Bastava girare per le fabbriche e trovavi un posto di lavoro. Le condizioni di lavoro erano un po’ controllate, a dire la verità… Parlo di Bologna, eh? Erano controllate, eravamo messi abbastanza bene, in regola. Nel mondo del metalmeccanico avevano paura dei sindacati.

D.: Lavoravi in fabbriche piccole o grandi?

R.: All’inizio ho lavorato in imprese dell’artigianato. Poi sono passato nell’industria, sempre nel metalmeccanico. E c’era questo fatto, che gli imprenditori temevano i sindacati.

D.: Quando hai avuto a che fare con i sindacati per la prima volta in Italia? Quando lavoravi nel metalmeccanico, hai avuto a che fare con i sindacati?

R.: Sono sempre stato iscritto i sindacati. Una volta con la Uil, un’altra con la Cisl… Dipendeva dal sindacalista che rappresentava l’organizzazione. Se mi piaceva la persona, come si comportava, mi iscrivevo. Però, ultimamente, sono scomparse quelle cose lì, non ci sono più. Sono cambiate queste organizzazioni. Anche se avevano fatto anni e anni di lotte, anni e anni di sacrifici, i sindacalisti che ci sono adesso hanno bruciato tutto, hanno perso forza, non hanno più peso.

D.: Negli anni novanta e anche negli anni 2000 ci sono stati scioperi, manifestazioni…

R.: Sì, sì, anche a Bologna. È stata una scuola veramente, Bologna. A tutti i livelli.

D.: Poi, quando hai iniziato a lavorare come facchino a Bologna…

R.: Come facchino ho lavorato gli ultimi 15 anni. Lavorare come facchino mi ha aperto per bene gli occhi, perché in questo settore ho iniziato ad essere più attivo, in confronto a tutti i passaggi che ho fatto nel mondo del lavoro. Quando ho iniziato a lavorare come facchino, ho trovato un altro mondo: schiavismo, peggio dello schiavismo. Arrivi che è buio, esci che è buio, finché non finisci non puoi andartene. E poi non senti mai una buona parola dai capi, dai responsabili, dalle cooperative… I committenti approfittavano in ogni modo della massa dei lavoratori. Facevamo 260 ore, 280 ore… Addirittura 300 delle volte. Al mese! E poi andavi a vedere i contributi ed era stata dichiarata una settimana di lavoro, il resto veniva imputato tutto a voci che non sono regolari, per cui non venivano versati i contributi e non venivano riconosciuti tutti i diritti. Quando è arrivato questo sindacato, il SI-Cobas, è cambiato tutto. Abbiamo cominciato le battaglie, piano piano. E adesso siamo qua.

D.: Quando sei entrato nel SI-Cobas?

R.: Nel 2013.

D.: Quindi sono più di cinque anni… perciò hai fatto 10 anni di lavoro schiavistico…

R.: Sì.

D.: E prima avevate mai cercato di rivolgervi al sindacato? Alla Cgil, alla Cisl…

R.: Sì, ma non trovavamo le persone che ci dessero delle risposte. Anzi, andavamo a denunciare la situazione anche alle autorità competenti, al ministero del lavoro, alla finanza, e quelli ti facevano tacere, ti facevano impaurire. Non c’era una linea da seguire, ti facevano sempre impaurire. E poi c’era il ricatto della legge Bossi-Fini. Accettavamo tutto contro volontà, perché se non ti rinnovano il contratto di lavoro, non avrai il rinnovo del permesso. Accetti di tutto.

D.: Tu adesso hai la cittadinanza, o hai ancora il permesso?

R.: Ho ancora la cittadinanza del mio paese. Però i miei due figli ce l’hanno, perché sono nati qua. Io non ho presentato la richiesta, non mi piacciono quelle pratiche burocratiche, sono molto sensibile. Le odio; è per questo. A dire la verità, non mi accontenta né la mia cittadinanza, né quella italiana, né quella americana. Adesso mi sento cittadino del mondo. Non mi va una cittadinanza, mi fa schifo. Nasci qua e ti fanno una targa, oppure nasci là e ti fanno un’altra targa… Dai!

D.: Ma nel SI-Cobas come sei entrato?

R.: Sono entrato con l’idea di cambiare, di lottare.

D.: Ma avete avuto dei problemi specifici per cuisiete entrati in contatto con SI-Cobas? Come sei venuto a conoscenza?

R.: Il contatto con questo sindacato è arrivato attraverso la città. Si sentiva dire in giro che questo sin dacato fa le lotte. Io non ho esitato e mi sono tuffato. Infatti, dal primo giorno è stata lotta, sciopero, perché quando tu fai sciopero, blocchi il padrone, gli vai a tirare le orecchie. Tutti quegli episodi di sabotaggio,
sciopero, picchetti… Avevamo voglia di rivendicare i nostri diritti. Ci siamo iscritti nel giro di una setti mana, e dopo due giorni di sciopero! E il padrone ha cambiato atteggiamento: non è stato più prepotente, è diventato un pochino morbido. Abbiamo capito che lui è così, che vuole la battaglia, e mano a mano abbiamo
continuato. Ogni volta strappiamo un punto o due. Un punto o due. Adesso
lavoriamo sette ore pagate come otto, e percepiamo 15 mensilità all’anno. E poi non siamo pagati in base alle percentuali di colli… Loro, i padroni delle cooperative, insistono tutti sul numero dei colli: “devi farne 120, devi farne 110”… Noi invece siamo pagati a ora. E così io mi impegno e dove arrivo, arrivo. L’incubo dei colli non c’è più. È una bella libertà, veramente!

D.: E quando vi siete rivolti al SI- Cobas, in quanti eravate?

R.: All’inizio eravamo in pochi. Poi, piano piano, ci si rinforza. Adesso siamo quasi tutti con il SI-Cobas nel mio magazzino. Quelli che hanno il contratto a tempo indeterminato sono tutti con noi, con il SI-Cobas. Quelli a tempo determinato non voglio… Io faccio anche il delegato nel magazzino… Non voglio far fare dei sacrifici a loro, perché vengono bruciati e non gli rinnovano il contratto. Io sento che sono con noi, però li lascio liberi. Addirittura, alcuni che hanno stima, mi dicono: “Dammi il foglio che ti firmo”. Ma io gli dico: “No, stai fermo”. È meglio, eh! Perché così rischiano di perdere il lavoro.

D.: Di che nazionalità sono i lavoratori del tuo magazzino? Da che paesi vengono?

R: Nel mio magazzino risultano esserci 13 nazionalità. A parte il Marocco, ci sono tunisini, ci sono brasiliani, ci sono sudamericani, polacchi, romeni, burkinabé, nigeriani, senegalesi… Ce ne sono di 13 nazionalità, li ho contati.

D.: E in che rapporti siete tra voi?

R.: Siamo organizzati. Una volta al mese facciamo un’assemblea sindacale di un’ora durante la quale parliamo dei problemi che esistono in magazzino. Io parlo di questi problemi e vado a trattare con il padrone per avere certe cose.

D.: E al di fuori del posto di lavoro avete modo di incontrarvi?

R.: Sì, sì, ci troviamo assieme. È un rapporto… Abbiamo instaurato tanti legami. Anche con la mensa, noi mangiamo lì dentro. Il padrone ci ha proposto una scelta. Dopo la lotta noi avevamo chiesto il ticket. Gli avevamo chiesto se riusciva ad erogare dei buoni pasto, perché volevamo avere una mensa, volevamo liberarci dei panini, perché ogni volta mi tocca prepararmi un panino per il giorno dopo. Volevamo una mensa, e lui ci ha autorizzato, ci ha dato la mensa. Mangiamo in
armonia: primo, secondo, contorno e bevande.

D.: State meglio adesso! Al di là dei rapporti che avete sul posto di lavoro, con i tuoi connazionali… Come sono i rapporti tra i lavoratori?

R.: Sì, stiamo a gruppetti. Lo sai com’è, quelli di una certa età stanno con quelli di una certa età. Poi stiamo insieme anche in base ai posti di residenza, alcuni abitano vicino. Sì, ci sono dei rapporti sociali, ci sono. Lo vedo anche quando andiamo a lavorare com’è, ci si gira il saluto: “Buongiorno, buonasera”. Almeno i litigi non ci sono: la gente ha capito come sono i meccanismi. Però io ho lavorato molto su questo fatto. Ho sempre lavorato molto per tenerli uniti, tutti!

D.: Quando sei partito per venire in Italia, pensavi che un giorno saresti tornato in Marocco?

R.: No, io no. Non ho mai avuto questa intenzione. A dire la verità, quando avevo 23 o 24 anni… A volte mi viene l’idea di tornare in Marocco, però ho cercato di inserirmi in maniera più profonda nella società italiana e ogni giorno mi attira la calamita per restare qua. Sono fiero di essere qua!

D.: Hai dei figli qui, ma all’inizio, immagino, hai dovuto vivere da solo. Quanto hai dovuto aspettare per fare il ricongiungimento?

R.: Eh, un casino, un casino… Un casino, sì! Uno spreco di tempo, uno spreco di soldi! Per questo, come ti ho detto, ho un po’ di sensibilità nei confronti della burocrazia. Odio quelli lì, non mi piacciono per il modo in cui fanno le cose. Sei sempre ricattato, la miseria!

D.: Pochi anni fa ci sono state le sollevazioni arabe, che hanno dato un bello scossone al mondo arabo. Tu cosa pensi di questo?

R.: Il mio commento sulla primavera araba? Non ci credo. Quello è stato uno scandalo, non è una benedizione. Loro hanno capito che prima o poi ci sarà qualche cosa, perché il mondo, i popoli avevano sofferto un po’ troppo. E alcuni hanno usato questo fatto, questi sentimenti per giocare a proprio favore. È uno scandalo che è stato creato dagli imperialisti!

D.: Però tra i lavoratori, nella gente comune c’era un sentimento di stanchezza e di rabbia per quelle che erano le loro condizioni di esistenza… Non ti sembra che fossero stanchi, arrabbiati?

R.: Per natura tutti i popoli hanno voglia di cambiare, hanno voglia di migliorare le proprie condizioni. Il mondo arabo era nella situazione peggiore: il più ricco e allo stesso tempo quello messo peggio. Questo c’era e c’è ancora. Noi siamo sempre stati le vittime, sia durante il periodo del colonialismo, sia adesso. Non abbiamo una sovranità nel nostro paese, in tutti i paesi del mondo arabo. Quando c’erano i colonialisti, i nostri nonni hanno dovuto buttarli fuori questi invasori. Dopo, quando se ne sono andati, hanno messo gente loro, gente che lavora per loro. Ogni volta che uno viene, viene per… Anche l’Europa: dicono di essere i paesi della democrazia, di difendere i diritti… Ma loro hanno sempre sostenuto quei bastardi lì che erano al
governo: gli davano le armi, gli davano tutto. Tutto! E noi ci siamo presi in giro due o tre volte! Non era una rivoluzione o una primavera araba, perché l’imperiali-
smo gioca sempre con questo sistema qua: dove crea il casino, lui penetra e fa i suoi interessi.

D.: Su questo tuo giudizio, lo sai, non siamo d’accordo. Ma torniamo alla questione delle lotte della logistica… Cosa hai imparato dalle lotte della logistica?

R.: Ho imparato molto! Ho imparato che se ci si unisce, si può vincere, soprattutto nel mondo nostro, della logistica. Oggi l’economia nel mondo è basata sulla logistica, e questo vuol dire che i capitali che girano sono nei magazzini, dove siamo noi. E se noi organizziamo le lotte, facciamo soffrire quelle persone lì. Una volta era diverso, si guadagnava con la produzione di un giorno o due o di un mese. Adesso no. Nel magazzino abbiamo le scorte di due o tre anni di produzione. Fai finta che io ti blocco quella merce lì: cosa fai? Vieni a trattare o no? È quello che facciamo noi! E poi noi vogliamo anche portare solidarietà agli altri settori, ad esempio i metalmeccanici, i ferrovieri… Una volta erano loro a guidare le lotte, adesso no, sono come spariti nel nulla. Allora, se loro ci guardano e vengono attaccati con noi, noi salveremo loro! Noi facchini siamo la chiave di questa lotta! Perché se un tornitore produce un manufatto industriale… Vedi il gruppo industriale come è organizzato: fa questo qui, un’altra cosa la fa qua, un’altra la fa là… E per collegarli? Ci siamo noi! Ci siamo noi! Perciò, per difendere te, che sei debole, che sei minacciato, mi fermoio! Do solidarietà a quel lavoratore lì! Adesso siamo arrivati un punto tale che abbiamo anche una certa conoscenza dei prodotti che girano: se sento di un problema dei lavoratori alla Fiat e so che io distribuisco le merci della Fiat, stop! Solidarietà con loro! Facciamo scioperi di solidarietà! La logistica è un nodo importante. Sono cascati nelle nostre mani, solo che bisogna che ci sviluppiamo un po’. E poi vorrei fare un appello ai lavoratori italiani… Non solo agli italiani, ma aglieuropei… devono tenere conto di questo fatto: la logistica può essere la chiave per cambiare tutto, per non lasciare più possibilità agli imbecilli di arrivare a governare, oppure ai mercati che comandano sulla dignità di tutta l’umanità. Ci siamo anche noi! Sono cascati nella nostra trappola! Tra un po’ ci uniremo con tutti gli altri settori. Voglio fare un appello a tutti gli altri settori: devono pensarci un po’, perché il loro raggio di azione nel mondo del lavoro è limitato. Non è come nel nostro caso, che noi abbiamo il prodotto già pronto che deve essere distribuito oppure venduto. Se non riesci a fare niente nel tuo magazzino, dai un’occhiata a quello che hai attorno, potrebbe essere d’aiuto per te e per la tua lotta!

La redazione de “Il Cuneo Rosso” (vedi qui; per contattare la redazione l’indirizzo di posta electronica è il seguente: com.internazionalista@gmail.com)


Inane durante l’ultimo sciopero all’interporto di Bologna: