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Milano, scioperano i corrieri Sda: “Vogliamo un contratto regolare”

Succede a Carpiano, nell’hinterland. Sono circa 150 e andranno avanti a oltranza finché l’azienda non accoglierà la loro richiesta: rispettare il patto nazionale dei lavoratori della logistica. La maggior parte sono stranieri
MILANO – Questa mattina alla Sda Courier di Carpiano, nell’hinterland sud di Milano, non arriverà nessun camion. Circa 150 lavoratori della compagnia di corrieri sono in sciopero dalle 20.30 di ieri, mentre trenta loro colleghi sono rimasti sul posto di lavoro. Sono in presidio davanti ai cancelli della sede di via Pertini e impediscono ai bilici di caricare e scaricare. Hanno intenzione di rimanere lì fino a che l’azienda non accoglierà la loro richiesta: un contratto a norma, che rispetti il patto nazionale dei lavoratori della logistica. Con tariffe regolari, ferie e contributi garantiti, uno scatto d’anzianità per tutti i vecchi dipendenti e poi una mensa all’interno del posto di lavoro.

“Siamo pagati 7,20 euro lordi all’ora, mentre il contratto nazionale ne prevede9,62. In più non ci hanno mai pagato le ferie né i contribuiti: negli otto anni che ho lavorato qui non ho messo da parte niente per la pensione, per il Tfr o per la tredicesima. Si sono intascati tutto i nostri capi”, spiega Amon, ivoriano da 11 anni in Italia, rappresentate Cobas dei lavoratori dell’azienda. “Dei 50 centesimi previsti in busta paga per l’Inps non è mai stato versato nulla, così per le ferie (36 centesimi), per la tredicesima (50 centesimi) e il Tfr (44 centesimi) ”, denuncia. “Il nostro contatto è finto, non vale niente”, gli fa eco Rudi, un sudamericano che da 7 anni e mezzo lavora alla Sda. Secondo i manifestanti, tutto quello che va oltre i 6,20 netti pagati per ciascuna ora di lavoro, non viene realmente versato, nonostante sia scritto in busta paga. E il monte ore di lavoro non arriva mai a quello stabilito dal contratto: l’azienda, dicono, li fa lavorare “a singhiozzo”. “Abbiamo tutti un contratto full time – spiega Amon – ma ogni giorno entriamo in ditta e restiamo ad aspettare che ci chiamino. Non c’è mai abbastanza lavoro per tutti”. Così, anche se passano otto-dieci ore della loro giornata in azienda, in busta paga si ritrovano solo le tre-quattro ore in cui viene loro concesso di lavorare. “Dicono che non hanno soldi, ma non è vero: vogliono solo trattarci come animali”, dice un ragazzo senegalese che vuole restare anonimo.

Tutti i lavoratori in sciopero a Carpiano hanno un contratto con una cooperativa del Consorzio Sac, di cui la Sda è l’azienda committente. Le cooperative si chiamano Ucsa e Sisma. “In realtà – spiega Fulvio Di Giorgio, delegato Cobas – fanno entrambe lo stesso servizio. I nomi delle cooperative cambiano ogni due anni ma i capi restano sempre gli stessi”. Da quando Amon ha cominciato a lavorare a Carpiano, è stato dipendente prima della DYnamic Service, Excel, Genus e ora Sisma. Tutte riconducibili allo stesso gruppo dirigente: “I responsabili – accusano i lavoratori – sono solo dei prestanome”.

Amon ha un berretto di lana calcato sulla testa e indossa una pettorina gialla ormai sdrucita. “Vedi questa – la indica-. Me l’hanno fatta pagare cinque euro: me li hanno decurtati dallo stipendio. Non gli basta sottopagarci, vogliono anche che gli compriamo il vestiario”. In tutto, una spesa che si aggira attorno ai cento euro. “Chi finisce a mezzanotte o all’una non sa nemmeno come tornare a casa”, aggiunge Rudi. Prima che iniziassero le trattative con la dirigenza, sei mesi fa, esisteva una navetta che trasportava i lavoratori a Milano. Ora per vendetta, accusano, è stata soppressa, cosicché ci si deve pagare un taxi per tornare a casa.

Gethu è un eritreo approdato nell’azienda un anno fa. Un giorno, a Gethu è venuto addosso il muletto: un piccolo incidente che l’ha costretto ad andare in ospedale, dove gli hanno dato dieci giorni di prognosi. “Dopo il primo giorno hanno già minacciato di lasciarmi a casa e hanno smesso di pagarmi – afferma Ghetu – così sono tornato subito in ditta”. “In tanti hanno paura – spiega Efrem – per questo per otto hanno abbiamo subito. Ora ci siamo uniti e siamo decisi ad andare fino in fondo”.

Oltre il cancello, all’interno del cortile dell’azienda, un gruppo di dipendenti parlotta sulle scale. Il clima, nonostante tutto, non sembra teso. Fuori, i manifestanti continuano a gridare al microfono e ad accerchiare tutte le macchine che escono dal cancello. Qualcuno dorme in macchina, con il motore acceso in modo che sia in funzione il riscaldamento.

23/11/2011 www.redattoresociale.it