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CON GLI OPERAI DI BASIANO, PER NOI TUTTI

SABATO 16 GIUGNO CORTEO A MILANO (P.LE LORETO, H. 16)

Sabato a Milano c’è un corteo con e per i lavoratori di Basiano. Bisogna andarci e invitare altri ed altre a fare altrettanto. Punto e a capo, senza le nostre solite questioni di sigle, annessi e connessi. Ebbene sì, questa volta c’è una sola cosa da fare: prendere parte e schierarsi, perché tra l’operaio licenziato e il padrone che lo fa manganellare non esiste una terza via.
Bisogna schierarsi con chi ha subito un sopruso in nome della solidarietà, certo, ma anche nell’interesse dell’insieme del mondo del lavoro. Basiano non riguarda soltanto quei 90 operai licenziati, in maggioranza di origine egiziana e pachistana, ma noi tutti. Oggi è toccato a loro, ma sarebbe una grave ingenuità pensare che si tratti di un fatto inedito o di una storia che non si possa riprodurre anche altrove.
Infatti, il significato ultimo della vicenda di Basiano non sta nel suo epilogo temporaneo, cioè nel violento intervento dei carabinieri, nei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, nei tanti feriti e nei 19 arresti, bensì in quello che è avvenuto prima, nella dinamica che ha portato a quel lunedì mattina.
I lavoratori picchettavano quell’azienda perché gli era stato comunicato il loro licenziamento. E non perché il loro lavoro non servisse più, anzi, ma molto più banalmente perché al loro posto vorrebbero mettere altri operai, sempre immigrati, ma pagati ancora meno. “Non si può fare”, penserete voi, ma vi sbagliereste, perché non solo si può fare, ma in alcuni settori economici lo si fa persino abitualmente. E uno di questi settori è, appunto, quello della logistica.
Funziona così: un importante gruppo della grande distribuzione, nel nostro caso “il Gigante”, appalta alcuni processi lavorativi ad alta intensità di manodopera, tipo la movimentazione merci e il magazzinaggio, a una società esterna, la quale a sua volta evita di assumere direttamente personale e procede a uno o più subappalti. Comunque sia, alla fine di questo gioco di scatole cinesi troviamo le cooperative, una delle forme d’impresa più micidiali per quanto riguarda l’elusione di norme e contratti. Se poi l’azienda madre, nel nostro caso “il Gigante”, decide di risparmiare ulteriormente sul costo del lavoro, allora è sufficiente sostituire un appalto con un altro e voilà il gioco è fatto, senza procedure, trattative sindacali, statuti dei lavoratori o altre fastidiose perdite di tempo.
Un meccanismo infernale, spacciato per modernità, ma che in realtà ci porta indietro di cent’anni, a quel clima che molti pensavano appartenesse ormai soltanto a quei film in bianco e nero, dove il padrone licenzia gli operai per sostituirli con altri operai e se poi qualcuno protesta, allora arrivano le botte. Almeno, a quei tempi le cose erano chiare, il padrone rivendicava il suo diritto di fare così, mentre oggi siamo impantanati nella palude dell’ipocrisia e della menzogna.
Comunque, a questo punto vi sarà suonato qualche campanello d’allarme. Già, perché la storia di appaltare il lavoro a delle cooperative, invece che assumere, la troviamo ormai un po’ dappertutto, nel privato e nel pubblico, nelle ferrovie e negli ospedali, nell’industria e nell’edilizia. E le cooperative, insieme ad altre forme di lavoro una volta dette “atipiche” (interinale, somministrato, a chiamata ecc.), altro non sono che il modo concreto in cui si sta smantellando quel sistema di regole e diritti conquistato in lunghi decenni di aspro conflitto sociale.
Ora, come tutti sappiamo, in nome della crisi e dello stato di necessità, si tenta l’assalto finale al nucleo duro dei diritti e delle regole che ancora resiste. Dalla vicenda Fiat fino al ddl sul mercato del lavoro, passando per il pubblico impiego, il punto è sempre e soltanto questo e Monti, durante nella sua recente visita a Berlino, l’ha ribadito a chiare lettere, parlando di “eccessiva protezione” dei lavoratori italiani e rassicurando Confindustria, perché vedrà “quanto potente sarà l’impatto di aver ora la libertà di procedere con licenziamenti individuali senza passare dal giudice”.
Insomma, pensare che Basiano riguardi soltanto gli operai pestati lunedì mattina o il mondo della logistica o al massimo i lavoratori immigrati, sarebbe un errore imperdonabile. Basiano oggi, come Pomigliano ieri, raccontano la medesima storia, quella di noi tutti. Ecco perché non si devono lasciare da soli gli operai di Basiano.
 
Luciano Muhlbauer